(Come To The Stable)
USA 1949, di Henry Koster, con Loretta Young, Celeste Holm, Hugh Marlowe, Elsa Lanchester, Thomas Gomez, Dorothy Patrick, Basil Ruysdael, Dooley Wilson, Regis Toomey, Mike Mazurki …
Le due suore qualche decennio fa era considerato un bel classico di Natale. Come tanti altri vecchi film di impronta cattolica (attualmente “famosi” solo sulla carta) riscosse un notevole successo di pubblico e di critica (ben sette nomination agli Oscar – nominato miglior film ai Golden Globe) è finito inesorabilmente nel dimenticatoio e, ignorato dalla distribuzione, è diventato praticamente irreperibile. Non che questa scelta sia del tutto incomprensibile, il film è decisamente datato nel modo di intrattenere lo spettatore: tutto ha il sapore incantato di una favola, l’umorismo è piacevole ma fin troppo garbato, le avversità delle vita sono edulcorate… Si tratta insomma dei meccanismi propri di queste tragicommedie e dunque, come da copione, non poteva mancare neppure una parentesi musicale al pianoforte!
Siamo nell’innevata Bethlehem, vicino a New York, due suore giunte dalla Francia, Suor Scolastica e Suor Margherita, stanno camminando nella neve. Sostano presso la casa di una pittrice di immagini sacre nella quale si sta rappresentando una natività vivente, in modo che la donna la possa ritrarre. Le due, accolte dalla donna, confidano di avere una missione precisa: in adempimento di un voto fatto a Dio (che salvò i bambini del loro ospedale in Normandia dai bombardamenti tedeschi), le due sono fermamente intenzionate a costruire un nuovo ospedale in America.
Si recano ovviamente dal vescovo il quale, pur apprezzando lo zelo e il candore di fede delle due sostiene di non poterle aiutare economicamente in quella che, effettivamente, appare come una follia. Suor Margherita e Suor Scolastica non si perdono d’animo e armate di fede e determinazione intraprendono un cammino irto di difficoltà verso la realizzazione del loro piano, coinvolgendo, di volta in volta, vari personaggi che gravitano intorno alla cittadina. Ce la faranno? Chissà… tenete conto che siamo pur sempre in un film natalizio e che, insomma, potremmo definirlo niente di più che una bella favoletta romantica… Ma è proprio così?
Leggo su “Life” dell’ 8 agosto 1949 (p. 49) che la scrittrice del film, Clare Boothe Luce, fu stimolata a concepire questo soggetto dopo essere stata colpita delle vicende del Regina Laudis Priory a…. Bethelhem! La Reverenda Madre Benedict Duss giunse nella cittadina di Bethelhem dalla Francia del secondo dopoguerra su invito di una nota pittrice di soggetti religiosi, Miss Lauren Ford. Suor Benedict era accompagnata da Suor Mary Aline Trilles, e le due possedevano in tutto soltanto 20 $… oltre alla grande forza lavorativa e alla fede coriacea, certo. Ospitate dalla pittrice già dopo poco ottennero in dono il terreno necessario da un vicino di fede congregazionalista, l’industriale Robert Leather. Questi possedeva una collina coperta di pini che desiderava mantenere integra perpetuamente… e sapeva che le suore ne avrebbero avuto cura come un luogo sacro. Si iniziò così la costruzione del loro monastero, che esiste ancora oggi (non un ospedale, la natura contemplativa dell’ordine è stata modificata per andare incontro alla sensibilità del pubblico americano). Un film davvero cattolico, per ambientazione e ispirazione, che offre diversi momenti (se si guarda oltre al sentimentalismo) di vera spiritualità. Una scena fra tutte: le due sorelle pregano San Giuda, il santo delle cause perse, inginocchiate in cima alla collina. Se cercate un film che abbia l’atmosfera giusta per una serata precedente il giorno di Natale… Le due suore fa proprio per voi.
(Les anges du péché)
Fr. 1943, di Robert Bresson, con Marie Helene Daste’, Renee Faure, Jany Holt, Sylvia Monfort…
Esiste un luogo o un circuito di anime che possa dirsi completamente impermeabile al male? Sarebbe forse troppo ingenuo anche il solo pensarlo, ed ecco perché quando esso penetra, in quest’opera prima di Bresson nel convento di Belfort, potremmo essere dispiaciuti della sua azione sottile e invasiva ma, a ben vedere, non poi così sgomenti.
Annamaria, una ricca giovinetta tanto fiduciosa nella propria vocazione da contaminare l’ardore con l’arroganza, entra in convento. Un rifugio particolare, sconsigliabile in realtà alle novizie del suo lignaggio: in esso vi si accolgono e recuperano ex detenute pentite e rinnovate nella fede. Annamaria è, pur con le difficoltà che le porta un temperamento orgoglioso, seriamente fissata nel desiderio di migliorare e apprendere… ma è tuttavia con un eccesso di amor proprio che insiste, e ottiene, di dedicarsi anima e corpo alla conversione e all’assistenza della meno recuperabile fra le delinquenti: Teresa. Quest’ultima, sorda alla benché minima influenza spirituale durante la detenzione, una volta uscita di prigione compirà un atto vendicativo e, ricordandosi con mente utilitaristica dell’invito a entrare in convento, vi si recherà trovando nella clausura la migliore fra le coperture. Qui, stuzzicata dall’acceso interessamento di Suor Annamaria risponderà all’amore con l’odio.
No, l’opera di Bresson non è, come potrebbe far pensare questa premessa, una stucchevole filastrocca su come la vita di preghiera possa cambiare radicalmente un’anima disinteressata al bene. La questione è ben più complessa, e l’indagine cinematografica si rivela impagabile nella ricerca di spessore e chiarezza tanto sul piano spirituale che su quello non meno importante della psicologia. Le due anime imperfette, quella di Suor Annamaria e Suor Teresa, descrivono percorsi inversi che congiungendosi portano allo scontro drammatico. Se come osservavo nell’incipit il male entra realmente ovunque ed affonda robuste radici nonostante il terreno gli sia nemico… possiamo altrettanto constatare come nessuno, specularmente, sia al riparo dalla Grazia. Non vi è in questa parabola il tocco favolistico del bene che vince sul male… ma proprio quello della Grazia che non vince, che si lascia piuttosto vincere e, perdendo tutto, …vince. È un insegnamento che i cristiani conoscono bene.
Di secondaria ma concreta importanza notiamo l’interesse nello scoprire e rappresentare ritmi, rituali, peculiarità della vita monastica, la quale trova una trascrittura di vivissima suggestività. Complice la fotografia atmosferica, baluginante, le teorie di monache in preghiera, in processione o al lavoro assumono la bellezza misteriosa e lontana (per un pubblico generico, certo), di un microcosmo imperfetto e umano, nonostante tutto, ma sinceramente dischiuso alla meta di ogni orazione.
Sacrificata all’indagine della vita consacrata permane una componente poliziesca bastevole a conservare allo spettatore una punta di malessere e di costante attesa. Attesa che, in un narrato dai ritmi discontinui, conduce l’occhio dal primo all’ultimo fotogramma senza sforzi, mentre i dialoghi corposi ed eleganti (propri di un film d’altri tempi), incorniciano l’efficacia delle immagini con la forza delle parole. Il minimalismo spiccato proprio del fare bressoniano si coniuga ad una mancanza ammutolente di spettacolarizzazione, tutto a vantaggio del significato. Da vedere e rivedere.
(Millions)
UK/USA 2004, di Danny Boyle, con James Nesbitt, Daisy Donovan, Lewis McGibbon, Alex Etel, Christopher Fulford …
Di film con bambini che si trovano ad avere per le mani somme megagalattiche (e che sferrano allo spettatore la sempreverde bacchettata sul disvalore del denaro) se n’era già visto qualcuno (mi vengono in mente Richie Rich, Petrie 1994 e Ho trovato un milione di dollari, Wainwright 1993)… ma di bambini con una genuina fissazione per i santi no, non me ne risultano all’appello.
Tutto ciò che viene mostrato dal punto di vista dei piccoli ci riconduce immediatamente a ripensare tante delle nostre priorità quotidiane; e infatti, quella di far coincidere la coscienza innocente e ingenua del fanciullino con la verità, è stata e resterà sempre una formula narrativa di innegabile efficacia. Per nulla consueto è incontrarla unita ad un solido (sebbene alluso in termini squisitamente scherzosi) riferimento dottrinale.
Damian, appena trasferitosi e da poco orfano di madre, si vede piombare dal cielo una borsa piena fino all’orlo di sterline. Sterline che vanno spese al più presto, dal momento che nell’Inghilterra immaginaria del film si sta aspettando l’entrata in vigore dell’Euro. Niente di più logico, per un bambino che conosce la data di nascita e morte di tutti i santi della Chiesa, pensare che tutto quel ben di Dio sia, beh: ben di Dio.
Diventerà una vera impresa cercare di fare della sana beneficenza, con tanto di caccia al povero, donazioni improvvisate a chiunque di vagamente bisognoso capiti sotto tiro e, ancora, un fratello finanziariamente smaliziato e un oscuro ricercatore di borse venuto da chissà dove. In tutto questo trambusto Damian riceve assistenza speciale proprio dall’alto, incontrando lungo il cammino alcuni dei suoi veri e propri idoli (nelle foto: Santa Chiara, San Francesco e San Nicola, tutti con gli attributi iconografici d’ordinanza). Ovviamente fa piacere poter ospitare l’opera di un grande regista come Danny Boyle: sì, è proprio quello del grottescamente crudo Trainspotting (1996) il quale, in questo caso pensa un po’, attinge a piene mani dal suo retaggio cattolico, applicandolo alla tensione verso i principi di bontà ed eroismo, vista più recentemente nella luminosa esplicazione del concetto di karma titolata The Millionaire (2008). Piccola parentesi: lo sapevate che Danny Boyle è (era?) cattolico? Ha raccontato in svariate interviste come sua madre lo volesse prete e come, persuaso da un suo insegnante (sacerdote), attese la fine degli studi prima di entrare in seminario. Insomma ci ripensò e oggi commenta con un sospiro di sollievo, “[quel prete]mi ha salvato dal sacerdozio… o ha salvato il sacerdozio da me… non lo so”.
Insomma, quale che sia la situazione spirituale di Boyle, Millions, pur con le divertenti licenze poetiche (S. Chiara si accende una sigaretta -si spera-, S. Pietro fa delle sconvolgenti ma geniali rivelazioni sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci), trasmette un consistente messaggio positivo sulla religione cattolica. Senza entrare troppo nel dettaglio posso dire che il film riserva ulteriori sorprese: non solo si specifica che i santi non sono amici immaginari (come lo spettatore, più che giustamente, potrebbe pensare), ma ci si prende il tempo necessario per riflettere sulla santità come percorso di vita plausibile, persino – e non è poco – auspicabile. Più genericamente il film offre un esempio di civiltà, di altruismo, di un modo corretto di vivere la fede… come la vivrebbe, appunto, un bambino.
Piacevolissimo divertente e acuto, il racconto cinematografico raccoglie un susseguirsi di momenti ben diversi (suspence, azione, commedia, famigliare…) in un tutto eccentrico e variopinto tenuto assieme dalla poliedrica energia del regista. Nota di merito per le musiche (Muse soprattutto).
(The Nun’s Story)
Usa 1959, di Fred Zinnemann, con Audrey Hepburn, Peter Finch, Edith Evans, Peggy Ashcroft, Dean Jagger, Mildred Dunnock, Beatrice Straight, Patricia Collinge …
Il film La storia di una monaca è ancora ingiustamente orfano di un’edizione italiana in DVD. Della diva fra le dive, Audrey, si editano e rieditano tutte le commedie rosa entro collane dai toni glamour, in cofanetti celebrativi dell’attrice simbolo della Hollywood anni ’50 e di quello stile raffinatissimo ancora oggi preso a riferimento, ed esternato nel suo caso con la simpatica (inimitabile?) sprezzatura, registrata da titoli cult come Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961). Manca dunque all’appello il film in cui ella, che non ebbe un indirizzo confessionale dichiarato (sebbene a dimostrarne la spiritualità cristiana ci siano il matrimonio con Mel Ferrer, il battesimo del loro bambino, il funerale della stessa Audrey nel ’93, tutti celebrati dal pastore protestante Maurice Eindigver) interpretò straordinariamente la suora del titolo, con un lavoro di immedesimazione perfezionato da molte ore trascorse in convento e con membri della Chiesa Cattolica: “per nessun’altra mia interpretazione sul grande schermo ho speso così tanto tempo, energia e riflessione”, dirà l’attrice, che non mancherà di ricordare spesso questo titolo come il preferito della sua carriera. La critica stessa reagisce coerentemente a questa posizione in gran parte persuasa che The Nun’s Story costituisca la miglior interpretazione della Hepburn. Quanti di voi l’hanno visto ricorderanno sicuramente (fra tutte) due cose: la vivida atmosfera spirituale che il rigore totale (ad occhi laici persino esagerato) suscita, e la credibilità senza riserve del conflitto interiore della protagonista, che condurrà inesorabilmente la vicenda a una conclusione a dir poco amara. Proprio l’amarezza di cui vi parlo ha lasciato più di uno spettatore cattolico pensoso… e qualche laicista entusiasmato. Non posso motivare pienamente la presenza di questo film sulle pagine de la Luce in sala senza soffermarmi a considerare il finale, perciò auspico che fra quanti ancora non hanno avuto l’occasione di vedere questo film ci siano persone che vorranno aspettare a leggere quanto segue, o che sapranno altrimenti -cosa che non ritengo difficile- godersi ugualmente la visione di un film in cui la trama è accessoria (ma coinvolgente), rispetto alla lettura dell’interiorità dei protagonisti.
Sarebbe potuto bastare a motivare questa presenza nell’elenco dei film cattolici il contesto della vicenda che offre, per l’appunto, una delle descrizioni meglio approfondite della vita conventuale, della scelta monacale, delle istanze spirituali che sottendono ad una complessa norma di mortificazione, (difficile da digerire senza un pensiero in più anche per il più pacifico dei cattolici).
Gabriella Van der Malle, ragazza belga del periodo antecedente il secondo conflitto mondiale, entra in convento all’età di vent’anni grazie alla forza di carattere che suo padre, un noto chirurgo, le indica invece come possibile ostacolo al suo desiderio di accostarsi a una disciplina di vita interiore così rigida. Gabrielle è giovane, bella, sentimentalmente coinvolta con un coetaneo e capacissima negli studi medici… nonostante tutto questo la vita monastica le appare come la realizzazione massima. Lo spettatore la accompagna in un lungo viaggio punteggiato di difficoltà e disfatte, a cominciare dalla partenza di Gabriella dalla casa paterna, dai primi giorni di noviziato e dalle prime istruzioni delle monache anziane. Noi entriamo in convento con lei. Siamo con lei quando sbaglia, quando deve rimboccarsi le maniche e ricominciare a provare daccapo, quando deve lavorare, studiare, pregare.
La seguiamo nelle sue scelte, nei fatti che andranno a delineare sempre più nitidamente uno strappo tra l’ideale monastico, la realizzazione del modello, e le effettive capacità di autodisciplina, di quotidiana rinuncia a coltivare orgoglio, vanità, autodeterminazione soprattutto. Le viene chiesto di sacrificare la sua reputazione di studiosa, e lei non può farlo, le viene assegnato un ruolo più umile di quello cui essa mirava rimanendo, erroneamente, delusa. Arrivata finalmente in Congo, dove da sempre desiderava operare come suora secondo un suo progetto, troverà nell’anticlericale medico che le viene ordinato di assistere un pungolo costante, che le sarà sempre più difficile domare. Rientrata in Belgio per esigenze di assistenza ai feriti di guerra si arrenderà, con dolore crescente, alla sua incapacità di perdonare sé stessa per non aver rivisto il padre morto nel conflitto, e al suo indurito sentimento patriottico che le impedisce di sperare la guarigione dei feriti tedeschi come per quella dei soldati connazionali. Esacerbata fino all’ultima fibra da questo processo emancipatorio in cui la preghiera assume sempre più la consistenza di uno spreco di energia e tempo, rubati al lavoro, essa si risolverà con ormai sorda determinazione alla rottura dei voti perpetui, alla richiesta, dopo 17 anni di vita religiosa, di un decreto di secolarizzazione.
Il film è, a mio parere, un capolavoro di indagine. Pur dovendo modellare una materia delicata come la psicologia umana, applicata in questo caso a un rivolgimento completo della persona, non scade mai nella retorica o in scontati simbolismi. Le scene si susseguono col ritmo flemmatico e pacato proprio della vita religiosa, senza estetismi, senza forzature, senza stancare. Tutto viene mostrato con l’onesto distacco di un occhio che si sforza di essere più cronista che narratore, regalando un susseguirsi di stati d’animo, riflessioni, allusioni spontanee che fanno di questo film un lavoro di efferata intensità. La Hepburn è semplicemente fantastica, nulla da aggiungere. Negare che l’egocentrismo umano prevale in questa pellicola, quasi a ragione, sull’abnegazione religiosa, e che il lavoro laico plus-valorizzato dalla guerra deprime la tensione cattolica verso la contemplazione e le opere spirituali, sarebbe una forzatura. Ma cosa possiamo dire di Gabriella? Essa incarna lo spirito femminista che si scrolla di dosso i fantasmi del retaggio papista? È forse il simbolo di una riscossa secolare che gloriosamente si infila aldilà della sacra ruota? Oltre la più fitta trama di una grata claustrale? No… Gabriella cede a un carattere che le ha reso ogni momento una sfida insopportabile, cede alla rassegnazione di non essere portata per incarnare quel modello cui è costretta a separarsi con contrizione e con enorme senso di sconfitta. Accanto a questa sofferta nuova libertà, che piacerà giustamente allo spettatore ateo, dobbiamo dire dei molti richiami alla spiritualità cristiana più genuina, al senso del perdono cristiano, al valore del lavoro e del ruolo istituzionale della chiesa verso gli ammalati e i poveri. Gabriella alla fine non rinnega il suo percorso, non perde la fede, non dubita della rigidità cui ha voluto provare ad accostarsi, ma si ritira per perseguire quella che le sembra la sua vera (e disillusa) vocazione. Il bello di un film articolato in questo modo sta tutto nell’ambiguità raggelante della conclusione, nella polarità delle possibili interpretazioni: laicista e realisticamente acattolica la prima, cattolica e volta a giustificare la debolezza umana alla luce di una fede aprioristica la seconda. In questi casi ritengo sia utile guardare un po’ più approfonditamente alle menti cui l’opera in discussione va ricondotta, per ottenere qualche certezza in più e per proporre delle motivazioni che corroborino quella prima intuizione che potrebbe però, nella democratica verità di ogni lettura interiore, bastare a sé stessa. Abbiamo già detto della religiosità senza apparenti codificazioni della Hepburn, la quale ebbe a dire: “Posseggo un’immensa fede, ma non sono attaccata a nessuna religione in particolare… Mia madre era una cosa, mio padre un’altra. In Olanda erano tutti calvinisti. Questo non ha affatto importanza per me*”. Assai più di rilievo per la nostra disanima è la posizione del regista Fred Zinnemann, un austriaco di origini ebraiche grande affezionato delle tematiche religiose su grande schermo, e del quale non possiamo sospettare alcuna ambiguità, essendo egli fautore di quella smaccata apologia cattolica che è il film Un uomo per tutte le stagioni (1966). Aggiungiamo che egli fu sposato alla cattolica Reneè Bartlett dal 1936 fino all’anno della sua morte, il 1997. Lo stesso The Nun’s Story venne realizzato grazie alla cooperazione prestata al regista dalla Chiesa (ricordiamo che il film venne girato in buona parte a Roma).
Andando ancora più a fondo bisognerà ricordare che il plot è tratto dalla vera storia di Sorella Luke, di cui il libro dell’autrice cattolica (scusate se insisto con queste specificazioni, ma è significativo) Kathrin Hulme, l’omonimo The Nun’s Story, propone la puntuale biografia. Negli anni in cui veniva girato il film (lo apprendiamo da David Zeitlin, A lovely Audrey in religious role, in ”Life”, vol.46, n°23, 8 giugno 1959) la vera protagonista del libro si era trasferita a Los Angeles e andò ad abitare presso la scrittrice (che aveva venduto oltre 3.000.000 di copie grazie alla sua storia), prendendo il nome di Gabrielle, il nome di finzione datole nel libro, ma mantenendo per gli amici il diminutivo di Sister Luke, “Lou”. La storia di Lou che apprendiamo dal giornale, costituisce in qualche modo un sorta di interessante epilogo del film: uscita dal convento ci mise un bel pezzo per riabituarsi al mondo esterno; ricorda ad esempio che alcuni amici la indirizzarono da un parrucchiere, ed ella si trovò in seria difficoltà perché non sapeva rispondere a quanto le veniva domandato, non sapeva nemmeno cosa fosse un balsamo! La prima volta che dovette comprarsi una blusa realizzò di non aver mai conosciuto la sua taglia, non ci aveva mai pensato per diciassette anni. Le commesse, riflettendo sul fatto che in 4-5 anni di prigione non si dimentica una così basilare informazione, ritennero semplicemente che la poverina provenisse da una casa di cura. Lou ricorda poi la prima volta che assistette a un film con il sonoro, piangendo talmente tanto per la storia drammatica di una donna che perdeva il figlio, ritrovandolo soltanto sul finire della guerra, da non poter uscire dal cinema, restando in attesa della seconda e poi della terza proiezione… e continuando semplicemente a piangere di più!
Arrivò il 1951, e Lou si trasferì negli USA andando a vivere con la Hulme e trovandosi un impiego come infermiera presso il Santa Fe Railroad Hospital. Curare i pazienti era la sua vera passione, e in breve tempo fece carriera diventando l’assistente del direttore delle infermiere. Nel periodo a ridosso delle riprese una delle sue pazienti fu proprio… Audrey Hepburn! “Lei non volle incontrarmi”, ricorda Lou, “sentiva che la storia era troppo legata alla mia vita privata. Si sedette soltanto e mi guardò, senza pormi alcuna domanda”. Dopo The Nun’s Story, quando si trovava in Messico, a Durango, per recitare nel film Gli Inesorabili (John Huston, 1960), Audrey venne disarcionata da cavallo e si ferì gravemente (rottura di 4 vertebre, stortura di un piede, stiramento della schiena ed emorragia interna). Lou inviò un telegramma offrendosi come infermiera per aiutarla, e così il mattino dopo era già in volo per il Messico. Trovò Audrey molto abbattuta (l’articolo parla di dolore fisico e preoccupazioni legate alla produzione del film tacendo di ciò che dirà la storia: si era verificato il primo dei due aborti che segnarono l’attrice). Lou convinse Audrey a tornare a Los Angeles, dove dopo tre settimane di assistenza devota le fece riacquistare piena salute. Perdonate questa digressione a cui non ho potuto rinunciare, siamo arrivati al clou del discorso. Il film era stato una grande soddisfazione sia per la Hulme che per Lou, e quest’ultima disse, dopo aver visto un’ uncut version di quasi quattro ore: “ È stato troppo travolgente!”.
Rivide il film altre tre volte, in varie versioni, e dichiarò: “Non andrò mai più a rivederlo, perché se lo faccio, correrò subito in convento. Quando vedi la cappella, tutte quelle suore… ho potuto solo stare lì seduta e piangere tutte le mie lacrime. Non ho rimpianti o altro, ma per la bellezza di quello. È una vita bellissima, la vita religiosa, se sei davvero una persona religiosa. Se puoi accettarla senza lamentarti per tutto il tempo. La gente dice che non ho sbagliato a lasciare il convento. Loro non capiscono. Così tante donne perseverano in quella vita. Loro possono sopportarla. Io no ho potuto accettarla… e ho sbagliato”.
(Lilies of the Field)
Usa 1963, di Ralph Nelson, con Sidney Poitier, Lilia Skala, Lisa Mann, Isa Crino, Francesca Jarvis…
Cosa succederebbe se nell’ inospitale deserto dell’ Arizona un giovane giramondo di colore incontrasse cinque suore tedesche appena giunte (a colpi di provvidenza) sul suolo americano? Per i curiosi c’è il simpatico film “I gigli del campo”, che mostra il prevedibile risultato di una serie di situazioni che vanno dall’ allegro contrasto al vivace bonario scorno. Homer Smith ha bisogno di un pò d’acqua per il radiatore dell’auto e, ignaro delle tecniche di persuasione delle monache la chiede proprio a loro, trovandosi ben presto coinvolto nelle vicissitudini di queste coriacee signore le quali, forti del non conoscere ancora la lingua inglese, riusciranno a far leva sul suo spirito di tolleranza ed empatica abnegazione (per stuzzicarne in un secondo momento le ambizioni sopite dal desiderio di libertà assoluta). Già da queste poche righe sembrerà chiaro come il film sia effettivamente un prodotto dei suoi anni, con una morale positiva dipanata tranquillamente da una rete di progressivi approfondimenti sui personaggi, un umorismo senza malizie o sarcasmi, un plot senza eccessive tensioni. Ho sempre pensato che il bello di questi vecchi film stesse in parte nella possibilità di recuperare uno sguardo sulle piccole cose che abbiamo perduto: forse vedere Homer e la Madre superiora che comunicano attraverso le rispettive copie della Bibbia (scena memorabile), o assistere alle lezioni serali d’inglese impartite alle suore dal giovane non strapperanno l’ammirazione delle platee odierne, ma la placidità di queste sequenze accende in tutti un pensiero di ammirazione per la semplicità e la limpida simpatia di un discorso senza inutili sottintesi.
La spina dorsale del film è proprio l’incontro fra due mondi così distanti eppure vicini nella povertà, nel senso di adesione alle cose umanamente istintive quali la fede, l’accondiscendenza verso il disagiato, lo spirito di gratuito sacrificio. La costruzione della Cappella cui il giovane viene quasi costretto dalla teutonica intransigenza della suora, sarà il palcoscenico per affinare le psicologie di tutti. Homer si lascerà bistrattare dai modi rudi di suor Maria poiché flessibile nelle proprie inclinazioni (nonché tacitamente affascinato e gratificato dall’importanza che riveste il suo ruolo). La Madre diverrà dal canto suo sempre più ostile, nell’imbarazzo che le affiora dalla gratitudine e dall’affezione, ripiegando dunque ad ogni occasione su un sibillino apprezzamento esclusivamente rivolto alla divina provvidenza (quest’ultima resa credibilmente nel suo testardo nascondimento dietro alle opere degli uomini).
Un fugace ricordo va a due figure comprimarie: il burbero barista che non possiede il dono della fede, e il prete che vive in una roulotte e dice messa, suggestivamente, sullo sterrato di un parcheggio in mezzo alla polvere degli aridi territori del sud. Sidney Poitier sarà il primo uomo di colore (la prima donna fu Hattie McDaniel già nel ’39 per la Mami di “Via col Vento”, Victor Fleming) a vincere l’Oscar per la sua interpretazione di Homer e, in effetti, osservandolo sullo schermo il pensiero corre all’America di quegli anni, ancora così sbilenca sul tema del razzismo: la Civil Rights Act, legge che abolisce la segregazione razziale, verrà sancita soltanto l’anno seguente, nel 1964. Nemmeno cinquant’anni fa.
(The Rite)
USA 2011, di Michael Håfström, con Anthony Hopkins, Colin O’Donoghue, Alice Braga, Toby Jones, Ciarán Hinds, Marta Gastini…
Ogni film che voglia appartenere al genere demoniaco/esorcistico deve, per un principio di coerenza contestuale, coinvolgere una larga parte del repertorio significante cattolico. Quando capita il film merita di entrare a far parte dell’elenco de La Luce in sala. Il “sottotesto” teologico (virgolettato perché tale solo nel frangente cinematografico) è stato tirato coraggiosamente in ballo per la prima volta nell’insuperato L’Esorcista (Friedkin, 1973), poi nel vibrante L’Esorcismo di Emily Rose (2005, Scott Derrickson) e, infine, lo dico con entusiasmo, ne Il Rito. L’enorme potenziale immaginifico e traumatico che si dispiega istantaneamente dalla figura di Satana solletica frequentemente il genere horror, dando l’occasione a una tipologia cinematografica assai dissonante rispetto al nucleo di valori cattolico, di tracciare (quando si ha l’intuito per la costruzione di un discorso propositivo) un’apologia della Chiesa Cattolica e del cattolicesimo tout court. Se Il Rito accusa segni di stanchezza rispetto ai predecessori, sul piano creativo e della tensione, non difetta minimamente di superficialità o ripetizione per quanto concerne l’impianto religioso che sta dietro a qualsiasi trattazione plausibile del tema satanico. Michael Kovak, giovane americano che rifugge il destino di impresario funebre, sceglie il seminario per sfruttarne la componente formativa, pensando di ritirarsi appena prima di prendere i voti essendo, per natura ed esperienza, poco propenso al pensiero fideistico. Farà seguito alla sua lettera di dimissioni l’invito a partecipare a un corso formativo per esorcisti a Roma della durata di alcuni mesi. Nel cuore del mondo cattolico, palesando un comprensibile scetticismo, verrà indirizzato presso l’antro di padre Lucas, dove l’azione diretta del demonio gli sarà di stimolo per scalfire i propri dogmi e capire che la verità non deve, come dice il poco ortodosso esorcista, coincidere forzosamente con la certezza. Il film alterna momenti di grande interesse (soprattutto nella prima metà) ad altri che sanno inevitabilmente di già visto o, peggio, di grossolano. Si risponde soprattutto un po’ troppo alla legge del pittoresco, utile per impostare una suggestione, un’atmosfera ma che, a lungo andare, crea uno strano senso di artificiale se non di risibile. L’ospedale dell’anteguerra e l’antro cadente di padre Lucas (anch’egli alquanto atipico nel suo romitaggio che sa di outsider) depistano la narrazione, pur esteticamente ineccepibile, dal suo intento di plausibilità. Divertente anche l’aula high tech della classe di esorcismo: in America evidentemente (lo si era già visto in quel film dove Tom Hanks rimane bloccato nell’Archivio Vaticano) è irresistibile l’idea di sovrapporre al mistero religioso e all’aura di importanza e di autoritaria consapevolezza della Chiesa, i misteri dei servizi segreti o della Nasa. Ma veniamo adesso al nocciolo della questione. Ritengo che il tema dell’esorcismo venga trattato con la dovuta delicatezza, problematizzato e contestualizzato in modo abbastanza veritiero. Si nota l’attenzione al parere di veri esorcisti (ricordo che il film è tratto dall’omonimo libro inchiesta scritto da Matt Baglio) nel descrivere pratiche e fenomeni, ed è chiaro che un tema già ampiamente sviscerato guadagna in quest’occasione un ulteriore corollario di concetti vivi quali ad esempio la familiarità che si viene a creare fra esorcista e posseduto, la non esagerata spettacolarità della possessione (sbandierata subito alludendo all’ingombrante prova friedkiniana), la testimonianza sul “come sia” essere posseduti, l’incredulità (non gratuita, ma scientificamente disincantata) che diviene principio attivo di un utile approfondimento.
Nonostante tutto questo sono convinto che il vero valore del film non stia nel dimostrare che certe incredibili pratiche “medievali” sono ancora in corso ogni giorno con effetti che tutti potrebbero riscontrare, non sia quello di dare voce a una Chiesa che agisce scientemente in un campo doloroso dove la scienza risulta smarrita, ma bensì trascrivere il percorso interiore di un giovane d’oggi che, attraverso il male, prende coscienza di un sistema che aveva istintivamente respinto. Con i soliti meccanismi volti a enfatizzare l’uno o l’altro passaggio interiore (spettacolarizzando) Michael cede al trascendente invisibile. Ciò che vede paradossalmente (è qui il difficile del discorso) non testimonia Dio, ma la sua “assenza”, ed è proprio da questa, una conoscenza per assenza, in negativo, che sente un umanissimo urgente richiamo al Padre. Insomma, Il Rito ha più di un difetto, forse poteva essere l’occasione per qualcosa di assai più memorabile, ma non va dimenticato che ci parla onestamente della nostra fede, che difende e restituisce dignità alla Chiesa Cattolica dinnanzi a un mondo che troppo spesso, come accade nella scena più significativa del film, non perde occasione per sputarle addosso.
(Voglio essere profumo)
It 2010, di Filippo Grilli, con Fabio Sironi, Marta Filippi, Lorenzo Pozzi, Simone Farina, Giulia Trabucco, Alberto Crippa…
Lo devo veramente ammettere: quando ho visto il trailer di Voglio essere profumo pensavo di approcciarmi a qualcosa di sperimentale e tecnicamente approssimativo. Con ogni entusiasmo mi sono interessato al progetto, pensando che nello scriverne un’eventuale recensione avrei dovuto insistere nell’elogiare soprattutto l’iniziativa in sé, lo spirito soggiacente all’operazione, la buona volontà delle persone coinvolte. Pensavo, in sostanza, che la forma fosse meramente accessoria al significato e per forza di cose trascurabile, o peggio, contrappeso inversamente proporzionale alla nobiltà del messaggio. Chi ha già visto il film capirà la mia sorpresa nel realizzare come, alla faccia di un budget risicato, la cura amorevole di un regista possa bastare a sé stessa. Si nota come il montaggio renda buon servizio a un girato sapiente, che ha selezionato in modo accurato ogni inquadratura, ogni elemento della sintassi cinematografica in funzione di un discorso fluido, ritmicamente ineccepibile. Se non si è potuto spendere molto per le scenografie ci si è rivolti a paesaggi mozzafiato e ad ambienti reali che in più di un’occasione mostrano bellezze nascoste, o che più semplicemente si era smesso di guardare. Se non ci sono grandi nomi fra gli interpreti non è solo per motivi di caché, dato che chi si è speso qui l’ha fatto pro bono, ma perché i volti di ragazzi di tutti i giorni avrebbero reso genuino un discorso che si rivolge proprio a loro: i ragazzi di tutti i giorni. Ancora sugli attori dovrei dire che a tutti è riservata l’occasione per almeno un pezzo di bravura, spesso portato avanti con convinzione; talvolta qualcuno cede, ma posso dire che si sono visti alcuni personaggi che potrebbero suscitare le invidie di produzioni ben più altisonanti.
A costituire un gran punto forza è la sceneggiatura: la storia si dipana tranquilla, descrivendo in modo assolutamente reale tante situazioni che vanno dallo scomodo (la castità giovanile, il tema della convivenza) al particolare (il rapporto tra due fratelli entrambi seminaristi, una suora “in prova” che lascia ai dubbi il loro spazio), al tradizionale (le relazioni amorose, le rotture, le conferme sentimentali). Non ci sono mai momenti retorici nonostante sia chiaro il timbro evangelico della trama: l’una o l’altra conclusione fluisce direttamente dalla storia, o da ciò che un promettente sacerdote suggerisce senza dialoghi esausti, senza ovvietà o forzature. In questo senso è un vero gioiello. Sarà poco credibile l’obiettività di un credente? Probabilmente, e dunque vale la pena sbilanciarsi in questo senso: chi è lontano dalla vita parrocchiale potrà sentire, senza edulcorazioni, come l’aria all’ombra del campanile sia salubre ancora oggi. Chi da piccolo ha frequentato le attività estive parrocchiali se ne sentirà risvegliare un ricordo commovente e chi, soprattutto, da molto non scambia una parola con un sacerdote, ne sentirà la nostalgia e forse perfino il conforto virtuale. Tutto questo perché il film è storia che intrattiene e strumento di catechesi assieme; richiama con forza un sistema di valori oggi spesso biasimato, spingendoci verso una riflessione che interroga sulla sostanza dei “progressi” sociali raggiunti oggi.
Di contro, trovo che la colonna sonora in un paio di momenti (e solo in questi, essendo di grande delicatezza), tenda a distrarre imponendosi sul racconto, e che l’incipit e la conclusione della narrazione eccedano in simbolismo, comunque scusabile viste le esigenze celebrative dalla trama. Ometterei una sinossi più accurata rimandandovi a un post di qualche tempo fa, per passare ad alcune veloci riflessioni conclusive. Vorrei elogiare la forte novità di un prodotto come Voglio essere profumo, che filtra il quotidiano nella religione, che parla di Chiesa senza parlare di storia di papi, e di sacrificio senza scomodare i grandi nomi del calendario. Francesco (figura ispirata al compianto seminarista Alessandro Galimberti) diviene in qualche modo, a partire dall’eroismo semplice di ogni giorno, simbolo del sacerdote antonomastico che chiarisce, dopo i difficili tempi di scherno confusione e dramma, cosa renda un ministero così lusinghiero e difficile, legittimo e necessario ogni giorno di più. La Gpg Film opera sul doppio registro della fede nel fare e nel mostrare, cosicché non solo il film diviene brano vivo di verità da diffondere, ma diario di una fatica umana condotta gomito a gomito fra persone che hanno inteso, girandolo, applicare sin dall’atto creativo quanto mostrato nelle immagini, con una sinergia fra spirito ed azione che diviene, così, la più grande ed efficace fra le garanzie di qualità. Da vedere. (Ringrazio il Sig. Giancarlo Grilli per aver reso possibile questa recensione.)
(Sister act)
Usa, 1992, di Emile Ardolino, con Whoopy Goldberg, Maggie Smith, Kathy Najimy, Wendy Makkena, Mary Wickes, Bill Nunn…
Chi cercasse in Sister Act, accanto alle scenette divertenti e alle trovate spumeggianti, profonde incursioni nella morale cattolica, resterebbe certamente deluso… ma non per questo il film merita di essere escluso da La Luce in sala. È chiaramente un film cattolico per ragioni di indirizzo contestuale (va detto come scelga effettivamente di mantenersi distaccato da approfondimenti spirituali compromettenti), ma anche solo in questo risulta del tutto apprezzabile per come riesca a trasporre in commedia efficacissima il talvolta monotono panorama cattolico. Quest’ultimo, vuoi per il suo bagaglio di tradizione e altisonanza (da esporre dunque all’irriverenza), vuoi per la giocosità che talvolta vuole comunicare esso stesso, risulta il terreno ideale per intonare una giaculatoria di divertentissimi exploit. Ma come impostare il discorso in modo originale? A questo pensa la trama semplice quanto forte: Deloris Van Cartier, cantante (dallo spirito un po’ chiassoso) in un night, è costretta suo malgrado a rifugiarsi all’interno del convento di Santa Caterina, asso nella manica del programma protezione testimoni di Reno. Basterebbe solo questo a fare del film qualcosa su cui posare l’attenzione, ma si è voluto realizzare un film per famiglie che spopolasse (cosa fra l’altro accaduta) creando un’atmosfera piacevole e positiva persistente anche nelle scene d’azione e suspence, caratterizzando le suore in modo molto diversificato (trucchetto che funziona benissimo dall’epoca dei sette nani) e soprattutto, ingrediente magico, inserendo una colonna sonora strepitosa, principio attivo della trama e accompagnamento sonoro d’eccezione.
Whoopy Goldberg non si risparmia, dipanando un campionario d’espressioni l’una più simpatica dell’altra, e a farle da contraltare trova l’ottima e signorile Maggie Smith, azzeccatissima nel ruolo della madre superiora severa e conservatrice. Gli scorni fra le due sono a dir poco memorabili: difficile trattenere un sorriso quando Deloris vorrebbe rassicurare la sua protettrice dicendo “Sa io…io di voi ho sempre… ho sempre parlato bene, ho sempre avuto ammirazione per voi… per voi suore intendo, perché voi siete così… CATTOLICHE!” come pure quando in tutta risposta, un momento più tardi, la malcapitata si sentirà apostrofare dalla pia direttrice: “C’è gente che vuole ucciderla, lo sa? Chiunque l’abbia incontrata immagino…”. Insomma, in ogni scena accade o si dice qualcosa di divertente, facendo di Sister Act un film godibile ininterrottamente anno dopo anno.
Ci sono le critiche negative? Come anticipato, ma tenendo presente che di una commedia si tratta, si dovrà registrare un effettivo appiattimento dei temi intrinseci alla religione, prediligendone i soli aspetti esteriori, (i soli che si prestino all’approccio scherzoso). Il film affronta coraggiosamente il problema delle parrocchie svuotate, ma non trova di meglio per risolvere la questione che applicare la formula delle chiese afroamericane, con musica gospel e sermoni umoristici. Le suore appaiono inoltre un po’ rintontite dal candore, cosa che se da un lato ne sottolinea le virtù, dall’altro le banalizza come esseri pensanti. Nulla di grave, certe forzature sono necessarie a rendere una commedia veramente comica, e in questo caso pagarne il prezzo vale davvero la pena, visto il risultato. Sul versante “cattolico-filiaco” ci si dovrà accontentare, ma non è poco, di una progressiva maturazione della protagonista, sempre meno avversa all’ambiente ecclesiastico, della descrizione programmaticamente positiva della vita religiosa, della comprensione e l’affetto che andrà dimostrando la direttrice del convento. Forse questa recensione è troppo entusiastica, ma Sister Act, complici lo ripeto, le musiche, mi fa esattamente quest’effetto! Da vedere e rivedere, quando piove, a Natale, coi bambini, senza… Anche stasera!
(The sound of music)
Usa, 1965, di Robert Wise, con Julie Andrews, Christopher Plummer, Eleanor Parker, Richard Haydn, Peggy Wood…
Un classico talmente classico, con una storia talmente romantica da consentire lo storno dalla memoria della forte componente cattolica della vicenda (lo si deve moltissimo anche alle musiche coinvolgenti). Tutti insieme appassionatamente traspone in musical la reale autobiografia di Maria Augusta von Trapp (The story of the Trapp Family Singers, 1949), precedentemente rielaborata per il teatro: Maria, una novizia dal vitalismo incontenibile pone serie difficoltà decisionali alle suore del suo ordine. La ragazza, nonostante (ma anche a proposito, ed è questo l’aspetto su cui non si riflette abbastanza) la forte spiritualità, brama il contatto panico con la natura e la sua allegria senza argini, la gioia propria del vivere l’esistenza, la spingono ad esprimersi cantando di vero cuore quello che sente. Il film è particolarmente apprezzabile proprio per come riesca a trasmettere quest’ottimismo dirompente con una fusione tra paesaggio e sentimento, tra personaggio e dialogo cantato. La giovane viene inviata presso la numerosa famiglia Von Trapp, recentemente raffredatasi affettivamente dopo la morte della Signora Trapp. Maria, superato l’iniziale timore e il dispiacere di essere stata allontanata sperimentalmente dal convento, troverà la possibilità di applicare le sue doti musicali in chiave terapeutica, a motore di un recupero profondo del senso della vita, dell’infanzia, dell’amore (processo trasferito nello spettatore come una vera e propria trasfusione di positività). Forse è proprio a partire da questo che si rintraccia, ma senza che il film risulti pesante o “superato”, una sensibilità un po’ troppo semplice e perduta, abituati come siamo a sorridere interiormente per battutine ciniche e scenette ironiche, piuttosto che a fremere con lo spirito (ricordate il momento apicale della scampagnata in bicicletta?)
Veniamo adesso a quello che interessa maggiormente la nostra ricerca: perché un film ampiamente rivolto, e soprattutto, a una vicenda romantica (o di riscatto emotivo) è un film cattolico? I motivi sono principalmente due: 1) Il cattolicesimo è presente in modo evidente all’inizio, con una descrizione accennata ma apprezzabile della realtà claustrale. Nella scena del matrimonio, che effettivamente potrebbe essere un cliché ma che qui, dove occorre mostrare il passaggio fisico della sposa dall’una all’altra famiglia (e perciò all’interno dello stesso edificio in cui si celebrerà il rito), offre una maggiorazione di rimandi e significati religiosi. Infine, ma si tratta forse dell’episodio centrale, l’intervento delle ex consorelle nel dare asilo alla famiglia di Maria dopo l’occupazione nazista.
2) Il fatto che Maria scelga il laicato, da un lato decentra l’argomento religioso per dare spazio a temi mondani e certo più “frizzanti”, dall’altro svolge un discorso tutt’altro che avverso alla religiosità: Maria non tronca facilmente col convento, ci ritornerà a metà film, e all’inizio vede l’allontanamento come una punizione. Il fatto che incappi in un contesto in cui si richiede la sua presenza, in cui c’è un bisogno forte di lei, non fa della sua scelta un messaggio “problematico”, ma anzi allude alla meraviglia (e alla possibilità dunque) di applicare uno stile di vita cristiano nella realtà quotidiana di ognuno. Non esiste una scelta migliore o più nobile, dell’altra… purché lo spirito rimanga intatto. Non è il fine del film quello di trasmettere chissà quali messaggi religiosi, ma questi vengono genericamente sottintesi di rimando alle vicende stesse. Il film allora entra a pieno titolo nel database de La Luce in sala con la doppia motivazione contestuale / semantica condotta con evidente rispetto e sensibilità.
(The trouble with angels)
USA, 1966, di Ida Lupino, con Rosalind Hussel, Hayley Mills, Binnie Barnes, Gipsy Rose Lee.
Un film leggero leggero tutto al femminile, per ridere e sorridere ma anche per cogliere un accenno garbato ai valori di vita e fede delle comunità religiose. Guai con gli angeli è uno di quei piacevoli intrattenimenti che si vede una volta per caso, da bambini o ragazzi e poi, stampatosi nella memoria, rimane un appuntamento piacevole ad ogni passaggio televisivo (ahimè rarissimo). Ha tutto il piglio della commedia per adolescenti, i toni distesi di una “simpaticheria” ambientata fra le mura, benevolmente austere, di un collegio retto da una preside/madre superiora dal viso severissimo (contesto ideale per un susseguirsi di marachelle ed appunto, i “guai” del titolo). Mary Clancy (alias Kim Novak) e Rachel Devery (alias Fleur De Lis) formano un duo affiatatissimo sin dal viaggio in treno che le condurrà alla loro nuova scuola, l’edificio (addirittura neomedievale) sede del convento di San Francesco. Forse i ragazzi di oggi lo troverebbero di scarso appeal, ma vi assicuro che la formula “collegiale”, (ricordiamo solo l’emblema: L’attimo fuggente, Peter Weir, 1989) un riuscito impasto di complicità studentesca, desiderio di ribellione ed emancipazione, scontro generazionale, risulta efficace anche qui, nonostante l’approccio deliberatamente scherzoso.
I due peperini danno fondo a tutto il campionario del genere, le fumate trasgressive, gli scherzi più o meno pesanti, le battute, le fughe, il generale sentimento di insofferenza per le regole… ma in tutto questo Mary, la vera protagonista di cui Rachel è spalla, lascia vagare il proprio sguardo oltre la finestra del dormitorio, in ascolto, in pensiero, per decidere di quanto lo spettatore non può sospettare concretamente dato il timbro scanzonatissimo del film. Quello tra spasso e religione è un connubio raro e per questo prezioso (il film apre infatti la strada, nell’epoca post Kennedy e post concilio Vaticano II, ad operazioni di “svecchiamento” dell’immagine cattolica, come la sit-com The flying nun, MaxWylie, Bernard Slade, 1966 e, ovviamente, Sister act, Emile Ardolino, 1992), e così lo sfondo dell’azione scapigliata (con un pizzico di femminismo) addita un microcosmo di armonia ed efficienza, sfumato di una spiritualità senza insistenze, ma fermissima al punto da dare un senso tutt’altro che superficiale agli scatti d’ira di Mary, vivente dunque non solo lo stato d’animo dello spirito immaturo, ma anche un bellissimo e struggente conflitto interiore. Ritengo che le vicende narrate facciano di questo lungometraggio un’efficace opera di formazione, indicatissima per proiezione di carattere scolastico o catechistico.
La convincente verità dell’atmosfera cameratesca fra le ragazze è l’elemento più notevole fra tutti, derivante del resto dall’esperienza reale della scrittrice Jane Trahey trasposta nel romanzo Life with Mother Superior. Curiosa la presenza di più attrici fra le suore del convento che rivestiranno i panni monastici in futuro (in particolare Mary Wickes, Suor Clarissa, l’insegnante di ginnastica, sarà Suor Maria Lazzara in Sister Act). Il film ebbe buon successo e ne venne confezionato un sequel: Where Angels Go, Trouble Follows, James Neilson, 1968, mai proposto in Italia. Auguro a tutti di riuscire a ripescare Guai con gli angeli, sarebbe un vero peccato non averlo mai visto! La versione in lingua è facilmente recuperabile sui motori di ricerca statunitensi. Sono sempre disponibile a fornire indicazioni più precise. Alla prossima!




























