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(Amistad, USA 1998, di Steven Spielberg)
Gli schiavi imprigionati sull’Amistad (cioè amicizia), nave spagnola negriera, riescono a ribaltare il proprio destino sciogliendosi dalle catene e giustiziando i propri aguzzini. Intercettati dagli americani dovranno subire, ulteriore sfregio, un difficile processo gravato da questioni internazionali, politiche, storiche, umane. In una bellissima sequenza vediamo il Giudice Coglin, convocato machiavellicamente dai sostenitori dello schiavismo perché cattolico (anzi, perché monumentalmente insicuro, in particolare sul suo retaggio cattolico – e dunque presumibilmente agganciato agli interessi spagnoli convenienti alla causa schiavista) decidere il verdetto al cospetto di un consigliere di infinita saggezza. Contemporaneamente all’interno della prigione alcuni “schiavi” sfogliano una Bibbia con evidente interesse, osservando le incisioni relative alla vita e Passione di Cristo ivi contenute. Come potrà l’uomo essere perdonato, perdonarsi e perdonare quest’orrore senza misure? L’insistente presenza della croce che da questo istante e fino al verdetto invade il racconto, lo afferma chiaramente.
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(Bram Stoker’s Dracula, USA 1992, di Francis Ford Coppola)
Ho sempre amato Dracula e i vampiri (in generale ma con discrimini), quindi cavalco volentieri l’onda Breaking Dawn e propongo un fotogramma/pensiero un po’ diverso dal solito (e più lungo). La sezione vampiresca del genere horror è esattamente al secondo posto, dopo quella esorcistica, per uso dei simboli religiosi cattolici: là dichiaratamente, qui più in sottinteso. Il genere gotico ha, lo si può osservare partendo dal suo stesso nome (gotico), un’intima propensione per tutto un repertorio di forme e significati cattolici, per un sapere, una tradizione “cattolica” affascinante ed arcaica, una garanzia sicura contro il male. Naturalmente non bisogna omettere che il cattolicesimo profumava, per gli scrittori anglosassoni che lo adottarono nei loro romanzi, di superstizione… una superstizione adatta a lavori immaginifici e smaccatamente scollegati dal reale. Il vampiro ha moltissimo a che spartire con qualunque demone, e dunque l’avversione per gli oggetti sacri è quasi perfettamente sovrapponibile a quella satanica: croci, acqua santa, luoghi consacrati… nella strabocchevole filmografia del genere vampiresco, anche in salsa teen, è stata richiamata alla mente di milioni di appassionati proprio l’idea che questi elementi abbiano un reale valore sacro… almeno per qualcuno (l’industria dell’intrattenimento ha ben presto proposto un brillante reimpasto di queste associazioni mentali… come leggo a proposito di True Blood). La battaglia col Nosferatu si conduce ampiamente brandendo soprattutto la croce di Cristo, simbolo di ogni bene, e solo pochi altri elementi compongono il Sacro Arsenale dell’Ammazzavampiri. La quantità di rilavorazioni ha richiesto uno sforzo di fantasia nel proporre approcci originali a tali oggetti: in una delle migliori scene di Buffy the Vampire Slayer (7×02 – Beneath you, Nick Mark), Spike (un villain atipico) riconquistata la propria anima restando fisiologicamente un vampiro abbraccia un crocifisso, lasciandosi ustionare; nel film Dracula’s Legacy (Patrick Lussier, 2001) si vuole che il demonio possa essere ucciso solo tramite impiccagione (per motivi… originali, appunto), e in esso entra in scena addirittura una Bibbia che, scagliata contro Dracula, divampa facendolo arretrare.
Nel Dracula di Coppola, per arrivare finalmente al nostro fotogramma, abbiamo il brano più intenso: si è scelto infatti di mantenere un richiamo allo “strumento” più potente di tutti, il corpo stesso di Cristo. Non si tratta, ovviamente, del ghiribizzo di uno sceneggiatore, ma della volontà di mantenere un elemento ripetutamente convocato da Stoker sulle sue pagine (per questioni più vaste, come noto, snaturate a dispetto del titolo). L’ostia consacrata è in assoluto l’elemento più sacro della cattolicità… e non stupisce, nonostante la sua palese ed irruenta valenza apotropaica (è un eufemismo, ovvio), che incontrarlo sullo schermo in questi termini sia rarissimo, visto il rispetto (o il timore di polemiche) che ovunque suscita. Nel Dracula di Stoker il male fa disperare, seduce e colpisce infallibilmente, ed è capace soprattutto di infettare quasi fosse un virus, propagandosi attraverso una sorta di rito antieucaristico. Dracula è un anticristo che dona la vita eterna insegnando quanto di più lontano possa esistere dal sacrificio: l’omicidio, di fatto, antropofagico. Invocare la protezione sacramentale dell’eucaristia non appare esagerato… e non lo apparve di certo a Stoker, che la impiega spessissimo (in modi che si potrebbero considerare anche sacrileghi) proprio per trasmettere la misura di un orrore pervasivo e del conseguente bisogno di un antidoto estremo che non ammette, ed è questo l’aspetto interessante, possibilità di fallimento.
Stoker apparteneva alla Church of Ireland, ma sua moglie era una fervente cattolica*; i diari dello scrittore, rinvenuti recentemente* forse potranno rivelare qualche elemento in più (saranno pubblicati nel corso del 2012, l’anno del centenario della morte dell’autore). Sull’eventuale afflato pro o contro cattolicesimo del romanzo di Stoker si sono interrogati alcuni studiosi offrendo analisi critiche che conosco troppo parzialmente per lanciarmi in osservazioni sicure… tuttavia, pur intuendo la problematicità di un similie trattamento della nostra religione, sono propenso a lasciarmi coinvolgere da alcuni particolari passaggi del romanzo. Vi saluto indicandovene due fra loro collegati: Jonathan Harker prima di salire nella diligenza che lo porterà al castello del Conte e, più tardi, dopo aver percepito la gravità delle circostanze:
Era una situazione ridicola, e tuttavia non mi sentivo affatto a mio agio. Comunque, avevo impegni precisi e non potevo tollerare intralci. Ho fatto quindi per sollevarla, dicendole, con tutta la serietà possibile, che la ringraziavo ma che non potevo rinviare il mio appuntamento, e che dovevo andare. Lei allora si è rimessa in piedi, asciugandosi gli occhi, e si è tolta una crocetta che portava al collo, porgendomela. Non sapevo che fare perché, essendo anglicano, mi era stato insegnato a considerare oggetti simili poco meno che idolatrici, e d’altra parte mi sembrava assai poco gentile opporre un rifiuto a una donna anziana animata da così buone intenzioni e nello stato d’animo in cui trovava. Suppongo che ella mi abbia letto il dubbio in viso, perché mi ha messo al collo il rosario cui era appesa la crocetta, dicendo: “Per amore di vostra madre” e se n’è andata.
[...]
Benedetta sia quella buona, buonissima donna che m’ha messo il rosario al collo!, perché, ogni qual volta lo tocco, mi è di conforto e mi da forza. È strano che un oggetto che mi è stato insegnato a considerare con diffidenza, come alcunché di idolatrico, possa essere di tanto aiuto in momenti di solitudine e turbamento. C’è qualcosa, nell’essenza stessa dell’oggetto, o questo è soltanto un veicolo, un tangibile ausilio che fa tornare a galla ricordi amabili, confortanti? Un giorno o l’altro, se sarà possibile, devo riflettere sul problema e tentare di venirne a capo.
B. Stoker, Dracula, Mondadori, Milano, 2005, pp. 33, 57.
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(Alive, USA 1993, di Franck Marshall)
Alive è un film che incuriosirà sempre poiché, fra tutto ciò che in esso si rappresenta, a spiccare dalle bocche della gran parte degli spettatori rimarrà la rappresentazione del tabù, dell’atto estremo per la sopravvivenza compiuto dai superstiti del disastro aereo delle Ande. Il pensiero di trovarsi nel mezzo di una situazione così tanto disperata, assolutamente disperata, potrebbe comprensibilmente far baluginare l’idea che Dio, crudele assenteista, semplicemente non esista. Vi riporto le parole di uno dei sopravvissuti poste d’introduzione al film, le quali, un po’ a sorpresa e quasi a scanso d’ equivoci, prendono di petto proprio questa faccenda:
[…] “Il miracolo delle Ande”, è così che l’hanno chiamato. Molta gente viene da me dicendo che se fossero stati là sarebbero certamente morti. Ma… ma non ha senso… finché non vieni a trovarti in una situazione come quella. Tu non puoi avere idea di come ti comporteresti. Ma a dover combattere la solitudine senza decadimento, o una sola cosa materiale a cui prostituirsi ti innalza su un piano spirituale nel quale percepisci la presenza di Dio. Il Dio che mi hanno insegnato a scuola esiste. E il Dio che è nascosto da ciò che è intorno a noi in questa civiltà esiste, è il Dio che ho incontrato sulla montagna.
Nel fotogramma scelto vediamo uno dei momenti di preghiera del gruppo (nella foto Carlito). Ogni notte per esternare la speranza, ottenere aiuto, stemperare gelo e paura, il gruppo, tutto stretto dentro alla carcassa dell’aereo, recita il rosario. Non manca in mezzo a tanta struggente fibra religiosa un personaggio agnostico, Fito, che giustamente rifiuta di unirsi alla preghiera nonostante le insistenze (anche seccate) dei compagni. È un momento divertente e drammatico assieme (un difficile mix emozionale per lo spettatore) quello che lo vedrà piegarsi agli eventi. Una scena di cui non vorrei dire altro, ma che merita speciale attenzione per aver rappresentato il non facile scontro tra orgoglio e istinto.
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(Juarez, Usa 1939, di William Dieterle)
Il fotogramma di questa puntata è di straordinaria bellezza. L’ Imperatrice Carlotta, moglie di Massimiliano d’Asburgo, implora in ginocchio e con infinita umiltà un’altra Sovrana. L’accoratissima supplica di ottenere un figlio passa attraverso parole cariche di trasporto e gesti ricolmi dell’amore più sincero. Il fermo immagine, vero e proprio santino cinematografico, fissa l’apice di una preghiera struggente.
Qualche giorno fa ho scoperto una riflessione ironica su questa scena: l’attrice che dà spessore e trepidazione alle speranze di Carlotta del Belgio, l’indimenticabile Bette Davies, proprio a ridosso degli anni in cui girava questa scena (fra i ’30 e i ’40), per non danneggiare la sua carriera compì una serie di aborti. In un’intervista degli anni ’80 rivelava di non credere che un aborto compiuto nel primo mese di gravidanza costituisse un omicidio. Una sottolineatura di questa ironia si ha dal fatto che lo stesso padre della Davies, Harlow Morrell Davis (agnostico), a suo tempo non riuscì nell’impresa di convincere la moglie a fare altrettanto.
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(Eat Pray Love, USA 2010, di Ryan Murphy)
Non so voi, ma se io dovessi fare un gioco in cui si deve mangiare-pregare-amare in tre diversi luoghi, Roma-India-Bali… farei l’impossibile per scegliere di mangiare a Roma. Oddio… a differenza della protagonista non mi entusiasmerei entrando con lo sguardo in una macelleria (né sentirei Mozart mangiando un piatto di spaghetti col sugo – ma sono Italiano: ho gli anticorpi contro la sindrome di Stendhal gastronomica). Quello che voglio dire è che il cibo indiano lo proverei… sono curioso e aperto verso tutto, mi piace provare tutto… ma se dovessi ‘MANGIARE nel pieno senso del termine’… no no… sceglierei proprio Roma, sono sicuro. Ecco, anche Liz la pensa così ma, pur condividendo il mio entusiasmo per i piatti mediterranei, il suo ragionamento centrale è un altro… non importa granché che lei sia alla ricerca disperata di Dio e sia occidentale e si trovi nell’epicentro del cristianesimo: lei entra in una chiesa… insomma la religione italiana la prova, è curiosa e aperta verso tutto, le piace provare tutto… ma se deve ‘PREGARE nel pieno senso del termine’, cavoli… niente di più logico e immediato che fuggire di corsa in un centro di meditazione indiano. Non mi aspettavo che un titolo contenente la parolaccia “prega” (girato parzialmente a due passi dal Vaticano), offrisse un momento di ispirazione cristiana (come del resto non mi aspetto che chiunque entri in una chiesa debba avere automaticamente una rivelazione)… ma pensavo almeno che al solito cliché di un’Italia anni ’50 dove si discute dal barbiere e non c’è l’acqua calda, non si aggiungesse automaticamente l’aggravante di azzerare, assieme alla nostra complessità culturale… la millenaria esperienza del cristianesimo.
Ho scelto questo fotogramma, e non un’immagine della Roberts in chiesa, perché mi sembrava più originale e simpatico… oltre che più rappresentativo dello spirito del film.
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(The Painted Veil, Usa/Cina 2006, di John Curran)
Siamo negli anni ’20, una Cina flagellata dal colera accoglie una coppia di inglesi benestanti impigliati in un matrimonio fresco ma altrettanto malato. La giovane Kitty (Naomi Watts) è costretta dalla noia disperante a rivedere il proprio egocentrismo, anche grazie al suo lavoro-scacciatempo presso un orfanotrofio gestito da suore cattoliche. Ci saranno ovviamente alcune innocue critiche all’istituzione cacciatrice di conversioni, ma arriveranno puntuali (e da Kitty stessa), anche le difese. Notevole questa descrizione dell’operato cattolico nell’epicentro di una circostanza da incubo… veramente eccezionale, in sovrappiù, il parallelismo fra il matrimonio terreno dei due giovani e quello celeste della Madre superiora, devota fino alla vecchiaia pur potendo lamentare anch’ella (a dispetto della natura spirituale del suo legame) la lontananza o la distrazione del Marito.
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(James and the Giant Peach, UK/USA 1996, di Henry Selick)
In questa favola per bambini (Disney) il piccolo James viene allevato (se così si può dire) da due crudeli, arcigne, dispettose, manesche, vanesie… mefistofeliche ziette. Col rinvenimento di una surreale pesca gigante le due organizzano un’esposizione per arricchirsi. Nella sequenza di cui vi propongo un frammento vediamo l’avanzare della fila di visitatori e le diverse reazioni delle megere ai vari personaggi: una bambina viene mandata via per aver chiesto se poteva toccare, un fotografo viene costretto ad eseguire loro una serie di ritratti e poi a cedere la macchina perché “non si fotografa la pesca”, un prete… viene frettolosamente sospinto dentro dopo essere stato accolto con un ghigno sprezzante e la precisazione: “Scusi, per lei costa il doppio!”. Ho scelto questo momento per la finezza che mostra nel descrivere una particolare sfumatura di cattiveria. In alternativa avrei potuto proporvi una scena di poco successiva: l’enorme pesca rotola giù per la collina e sembra travolgere in pieno la chiesa del villaggio quand’ecco che, all’ultimo momento, l’enorme frutto viene sbalzato da un capitello dedicato alla Vergine che gli fa descrivere una traiettoria esattamente inscrivente l’edificio, lasciando così quest’ultimo (dalla base di pietre sino alla punta del campanile), perfettamente intatto! Wow.
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(Preferisco il rumore del mare, ITA 1999, di Mimmo Calopresti)
Due mondi vicini ma diversi si confrontano nell’amicizia fra Matteo, ricco adolescente torinese che accusa un senso di vuoto esistenziale, e Rosario (foto), calabrese fuggito nel capoluogo piemontese lasciandosi indietro il fantasma della vendetta mafiosa. Troverà ospitalità presso una comunità per disagiati gestita dall’onesto, a tratti poco ortodosso, don Lorenzo. La sua particolare sensibilità, unita al granitico senso del dovere e dell’onore, porteranno il giovane “straniero” (termine volutamente sbagliato) a carezzare l’idea di accostarsi al sacerdozio. Il film è magistrale nell’alludere a tutto un campionario di sentimenti, situazioni delicate, valori antichi… Una storia semplice e di rara intensità in cui la Chiesa trova un ruolo positivo risolto in una strana poetica mestizia (che talvolta conduce allo squallore) nata dal suo lodevole, diretto contatto con gli ultimi fra gli ultimi.
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(Spider-Man 3, Usa 2007, di Sam Raimi)
Fra tutti i luoghi della mastodontica New York in cui Spider-Man poteva trovare dei suoni potenti, è stato liberato dall’ospite malefico che lo controllava proprio in cima ad una chiesa, grazie ad una campana. La snaturata preghiera del suo avversario fotografo, Eddie (nella foto), trova così inverso esaudimento… Ovviamente tutto potrebbe esulare da qualsiasi significato trascendentale (tranquillamente)… oppure no.
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(The Sixth Sense, Usa 1999 di M. Night Shyamalan)
Fa veramente riflettere vedere il piccolo Cole trascorrere grossa parte del suo tempo libero (prima di andare a scuola, dopo la scuola… coi soldatini, senza) in un luogo solitamente poco attraente per un bambino della sua età. Ma lui è molto particolare, lui “sente”, e lì sa di essere al sicuro.








