LA LUCE IN SALA


BERNADETTE
5 dicembre 2010, 3:43 pm
Filed under: Agiografici, Cattolici, Evergreen, Film

(The song of Bernadette)

USA 1943, di Henry King, con Jennifer Jones, William Eythe, Charles Bickford, Vincent Price, Lee J. Cobb, Anne Revere.

La locandina del film, autografa dell'artista Norman Rockwell.

Entriamo nel vivo del blog: il vero cinema cattolico.

Vediamo oggi un titolo Re fra gli evergreen del genere e, forse proprio per questo (come spesso accade) ricordato dalla critica paludata come esempio di “ (…) religiosità made in Hollywood ridotta a merce spettacolare di grande effetto” (Il Morandini 2010, p. 176).

Volendo sforzarsi a cercare un principio di verità in queste parole, si dovrà concordare che di religiosità made in Hollywood effettivamente si tratta, anche se il tono dispregiativo utilizzato deve cadere, dato che non si trovano tracce degli sbrodolii titanici propri delle produzioni losangeline (e che solitamente afferiscono a una certa pomposità di fondo, di contenuti e scenografie) ma piuttosto invece una misurata attenzione al vero, al probabile, al realistico… sfociante in una credibile ricostruzione storica e contestuale. Il dispiego di mezzi ed entusiasmi, ripiega qui a mio parere nella descrizione della povertà più nera, che sarà forse edulcorata, intenerita dal linguaggio dell’epoca, ma tutt’altro che spettacolarizzata. Trovo che non si sia voluto spettacolizzare nemmeno lo Spettacolo… tentazione che oggi sarebbe invece difficilmente arginabile!

La storia raccontata nel film si dissocia tuttavia parzialmente da quanto accadde in realtà, con una serie di espedienti romanzeschi (forse qui si rintraccia il piglio hollywoodiano) importati dal libro di Fran Werzel, ispiratore della pellicola (due esempi fra tutti: la struggente relazione affettuosa di Bernadette con l’amico Antoine Nicolau, non documentata, e la rappresentazione della morte della santa).

Il “grande effetto” c’è, perchè il film colpisce, ma questo scaturisce senza forzature dalla storia stessa, da una certa, se vogliamo l’obiettività, retorica dell’evidenziare le qualità cristiane e non cristiane, talvolta un po’ fastidiosa eppure funzionale al messaggio, inevitabile persino, nei frangenti di una trama così smaccatamente religiosa. “Lo spettacolo [che] prevale su tutto” (Francesco Minnini, ‘Magazien tv’) sinceramente… non mi riesce di riconoscerlo: ne avverto le tracce, ne scorgo il linguaggio, e tuttavia non ne sento il peso… forse sono troppo indulgente con i film del passato?

La trama non necessita di approfondimenti insistiti: Bernadette incontra la Vergine Maria in una grotta a Massabielle. Non viene creduta inizialmente da nessuno, tacciata di stupidità corre persino il rischio di venir rinchiusa in manicomio. Lentamente, secondo i ritmi della provvidenza, la verità si farà sin troppo evidente e scomoda…

Questo capolavoro di delicatezza e verità si lascia rifrequentare volentieri: in esso si narra la storia di un incontro che cambierà la Francia tutta, l’Europa e il mondo interi, il concetto stesso di “aldilà”…il quale per opera della Madre di Dio si rivela come un “aldiqua” concreto, quotidiano, tangente. Il film non è, come ci si aspetterebbe, un catalogo di buonismi o di espedienti strappalacrime. Entrambi questi meccanismi narrativi non possono mancare del tutto: il doppiaggio a tratti mellifluo, affettato (che spera di centrare un’immagine di purezza), i piccoli episodi che fanno leva sulla partecipazione emotiva (quanto siamo rattristati dall’episodio del santino negato!). Come dicevo, questi meccanismi ci sono, si notano, appartengono a un modo di fare cinema “datato”… eppure sono garbati, mai invadenti o troppo retorici. Anzi, ciò che ancora oggi sorprende è come si propone il rapporto di equilibrio tra soprannaturale assodato (noi lo vediamo quanto Bernadette) e sentimento dell’improbabile. Tutti quanti non credono Bernadette saremmo noi, e quanto questi “noi” ci assomigliano nel negare l’impossibile! Il film stesso ci parla dell’ignoranza, dell’insipienza, di questa “bambina”; tutto lo scibile del dubbio viene passato al setaccio: perchè mangiare l’erba? Perchè apparire in un mondezzaio? Perchè a una ragazzina debole di mente e di salute? La verità viene continuamente attaccata fino all’ultimo momento (anche se essa prospera dell’invincibilità garantita dalla scelta, forse poco felice ma comprensibile (per un’epoca poco incline all’astrazione), di mostrare anche a noi spettatori, la bianca figura di Maria). Così abbiamo il parroco del paese, già arresosi a quelli che sembrano i fatti, implorare all’ultimo momento quasi solo per sé, l’ammissione di menzogna da parte della Santa. La severissima suora-insegnante, costretta a rivelarsi colma di amara acrimonia. Il vescovo, desideroso di avere da una Bernadette ormai morente, un’ultima, ed ennesima (tanto che la poverina ci appare se possibile perfino nauseata), inutile conferma. Anche il lessico appare del tutto disincantato, fra le espressioni più affascinanti quella più carica di commiserazione recita a proposito dei pellegrini:“povere mandrie di pecore” e ancora, nei riguardi della cittadina di Lourdes “questo posto riesce solo a disgustarmi, un tempo era una rozza ma amena cittadina, la guardi ora: un’orrenda spugna che assorbe tutte le infezioni della terra…”

Il film sceglie di prendere una posizione decisa, pur ammettendo tutta la nostra difficoltà a fare altrettanto. Fra gli episodi emblematici dello spessore del film citiamo il momento di scoramento del procuratore imperiale: contro ogni aspettattiva dello spettatore viziato dalla verità, non viene prelevato da un fascio di luce per essere esaudito di una sottintesa supplica di conversione, ma viene abbandonato nella desolazione del nulla, nell’incapacità di non aver voluto e soprattutto non aver potuto credere, di fronte al luogo in cui Maria Santissima si è manifestata e dove ora si trova soltanto un’ immota, pallida statua.

La disperazione di Dutour.

Il nulla e la sola capacità di avvertire il nulla si esprimono nella debolezza umana che vince l’intelletto: il miracolo non si ripete a comando, la fede non sboccia facilmente, ma Lourdes è uno schiaffo, che lo si voglia o no, per tutti… e dal nulla, senza perciò perdere nulla se non l’amor proprio (che conta quanto decide per sè ognuno), si leva la speranzosa richiesta “Pregate per me, Bernadette”.

Riprendete in mano questo grande classico! Ne vale sempre la pena e fra l’altro, essendo un prodotto piacevole, mai noioso, intenso, non parlerei affatto di pena!

Alla prossima puntata!

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