LA LUCE IN SALA


LOST, IN CHIESA
18 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: Piccolo schermo

Lost (telefilm), USA, 2004-2010, 6 stagioni, 114 episodi, creato da J.J. Abrahms, con Matthew Fox, Evangeline Lily, Josh Holloway, Naveen Andrews, Jorge Garcia, Terry O’Quinn, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim, Emilie De Ravin, Dominic Monaghan…

N.B. Quanti non conoscono Lost ma ne sono incuriositi, o semplicemente non hanno ancora visto il finale della serie, si astengano dal leggere il post di oggi: Lost ruota tutto intorno all’attesa, alla pazienza di perseverare nel voler penetrare il mistero. Merita davvero di essere visto con lo sguardo giusto, e sapere come va a finire significa privarlo del suo nucleo vitale. Avvertirò con la scritta SPOILER, dove l’articolo diventa scottante.

Lost è un prodotto televisivo di elevata qualità. Lo è al punto che alcuni hanno voluto vedervi una riscossa, da parte del piccolo schermo, dall’antico senso di inferiorità nei confronti del cinema. Io non sarei altrettanto ardito nel tesserne le lodi, sebbene sia evidente come dietro un successo di questa portata, ci sia un team creativo di primo livello, capace di impalcare un sistema narrativo a dir poco monumentale (flashback – flashforward) esoprattutto intrinseco allo sviluppo della vicenda, e non solo funzionale alla comunicazione di un messaggio. (Elemento questo che da solo faceva presentire qualcosa di a dir poco sublime.) Una congerie di personaggi, l’uno meglio indagato dell’altro, dialoghi freschi e brillanti, una trama a scatole cinesi estenuante, quasi fastidiosa ma sempre degna di pazienza, ne hanno fatto un appuntamento imperdibile, (anche perché saltare qualche episodio poteva decretare il doverlo abbandonare…) Il bello di un telefilm sta primieramente nel fatto che la storia ha a disposizione un tempo pressoché illimitato per dipanarsi, e giorno dopo giorno i personaggi divengono delle presenze familiari da ritrovare, di volta in volta, alla ricerca di uno sviluppo interiore che scorre davanti ai nostri occhi in progressione, imponendoci, ben accettato, il ruolo di confidenti privilegiati. Un film può essere altrettanto abile nel costruire questa relazione, col sovrappiù di merito del farlo in poco tempo, e tuttavia non sarà mai in grado di eguagliare, in termini di mera quantità, il numero di confidenze che ci vengono affidate, di momenti che ci vengono raccontati (anche di routine, che serve a rendere il tutto compatibile alla nostra ottica). Di contro un telefilm è stretto più forte nella morsa degli interessi economici di case di produzione o reti tv, e di anno in anno gli sarà sempre più difficile mantenere a fondamento il proprio spirito originario. Questo problema risulta evidente anche in Lost perché, andando ad osservarne i limiti, non possiamo dimenticare come, allontanato forzosamente dalla propria idea unitaria (che ne voleva uno sviluppo scrupolosamente programmato – almeno secondo quanto dichiarato – passo dopo passo, in 100 episodi) si sia perso in parentesi tiepide, in specificazioni prive di mordente, esasperando le attese e ingarbugliando (senza possibilità di ritirare i fili) una trama già sin troppo ricca e misteriosa. È un ritornello già sentito: l’arte è arte solo se è arte, ergo non può esserlo se viene diluita per infilarci più spazi pubblicitari. Da ricordare anche il fulmine a ciel sereno dello sciopero degli sceneggiatori, che ha portato a rallentamenti, problemi, decisioni da prendere sull’unghia. Da qui prende piede la critica più aspra.

La costruzione della chiesa sull'isola.

SPOILER

Quello che brucia è che per più di 100 ore abbiamo seguito una storia nella quale avevamo fiducia. Non solo speravamo, con qualche timore, che tutto alla fine trovasse un perché, un rientro logico, ma ad un certo punto ne eravamo persino certi, visto che l’avevano spergiurato i curatori della serie. Gli abbiamo creduto? Preferisco non ammettere la disfatta e dire che ero semplicemente fiducioso, ma devo dirlo: lo sono stato a sproposito! Qualcosa rientra, qualcosa no… qualcosa rimane troppo strano. Non si tratta solo di un finale aperto, (che di solito apprezzo vivamente), ma solo di un bel finale pomposo che risolve molto e in modo appetibile, ma non tutto: non tutto!

Questo compromette solo in parte la qualità del programma. Lost rimane un titolo imperativo, e tutto può essere perdonato per le moltissime trovate geniali, la bellezza di alcune scene, lo spessore di molti significati. A quali significati mi riferisco? Lost è, in definitva, un imperdibile affresco sulla presenza del bene e del male, sulla lotta costante fra due forze, esplicata episodio dopo episodio attraverso le storie di personaggi che restano ambigui fino all’ultimo momento. Contiene metafore di fascino potente, questioni esistenziali e problematiche trasmesse vividamente. In tutto ciò il cattolicesimo cosa c’entra? Il bello, l’inaspettato, il controcorrente, è proprio che c’entra, e persino parecchio. Nel lungo svolgimento dell’intera storia esso appare in posizione privilegiata: emerge dal passato di Charlie, la rockstar dal presente “sbandato”, corrotto dagli eccessi del successo ma che fu, sorprendentemente, vicino alla fede. Emerge dai ricordi di Mr. Eko, il “sacerdote” di colore che desidera costruire una chiesa sull’isola, (e ripercorre con la memoria l’incubo di un’infanzia trascorsa nell’Africa dei reclutatori di bambini soldato, ma anche del conforto dato dai missionari cattolici). Soprattutto diventa schiacciante nel finale, con l’ultima bellissima scena ambientata in una chiesa cattolica che verrà invasa, negli ultimi istanti di girato, dalla luce di Dio. Introduce a questa conclusione clamorosa un dialogo chiarificante tra Jack (il protagonista) e suo padre, all’interno di una sorta di disimpegno sia fisico che filosofico: una stanza che immette fattivamente nella chiesa, occasione per esibire un po’ sbrigativamente i simboli di tutte le religioni, bilanciando sommariamente con l’obbligatoria “par-condicio” confessionale (che rende in qualche modo digesto il tutto al grande pubblico), quella che appare, a mio avviso, come una delle più schiaccianti ammissioni di fiducia cattolica del momento contemporaneo. (E’ sottinteso: in un’enorme produzione destinata al mercato mondiale e a un pubblico universale). É un qualcosa che ha del miracoloso. Chi è l’artefice di una simile rischiosissima operazione? È chiaro che è assai difficile stabilire in che misura chi abbia deciso cosa, ma senza pretesa di individuare in una sola persona queste posizioni, osserviamo che Carlton Cuse, uno dei produttori esecutivi della serie, è cattolico praticante. Egli è stato cresciuto da cattolico, ma la sua fede ha subito un forte approfondimento nel matrimonio: sua moglie proveniva infatti da una famiglia di robusta impostazione cattolica, la quale ha rappresentato per la sua religiosità “una parte enorme del mio cammino di fede personale”, dice.

Benjamin Linus in preghiera.

Quanto dichiarato proviene da una puntata del programma radiofonico “Personally Speaking with Monsignor Jim Lisante”. Curse ha aggiunto: “ Il problema della fede e della ragione è centrale per tutte le persone religiose e che sono alle prese con la ricerca del significato della loro vita. Sembrava che questi argomenti più grandi fossero rilevanti in uno show che è una sorta d’esame della natura dell’esistenza, come Lost.” […] “Penso al riguardo che non si debba affrontare le cose in anticipo. Se ci sono questioni religiose nello show esse sono sepolte nel sostrato di un prodotto che è essenzialmente un action-adventure-drama. Penso sia tutta una questione di proporzioni, e che [le questioni religiose] non siano un martello che vogliamo dare in testa alle persone. Credo che in molti casi la resistenza delle persone alla religione nasca quando se ne sentono martellati. Penso che la religione diventi più significativa per la vita di ognuno quando questa viene raccontata in forma di storie nelle quali la gente possa ritrovarsi. Giudico sempre un’omelia dal modo in cui il prete riesce ad integrare qualsiasi lezione della settimana si trovi nel vangelo, alle storie. E quelle storie sono ciò che penso funzioni davvero per i parrocchiani, molto più di qualche genere di analisi didattica delle letture o del vangelo. Mi sento come se quello fosse il nostro ruolo di narratori, nello show, cercare di prendere i temi che sono davvero significativi per le persone e trasmetterli sotto forma di buoni racconti e storie. […] Il peccato e la redenzione sono temi centrali dello show. Ognuno di quei personaggi, a modo suo, si confronta con i problemi che tutti affrontiamo. Tutti abbiamo quei problemi dentro noi stessi, con cui lottiamo per tutta la nostra vita. Qualche volta li vinciamo, e altre volte invece dobbiamo arrenderci… Nessuno di noi è perfetto, e penso che ciò a cui le persone si possano relazionare… sia che c’è un senso di fantastico nello spettacolo, ovvero il fatto che se finisci su quest’isola, è come se potessi ricominciare da capo. E penso che sebbene questi personaggi siano pieni di difetti, essi stiano cercando la redenzione […] (Il testo è la traduzione di un discorso tenuto in forma colloquiale: ripetizioni e frasi tronche sono state ritoccate al minimo – fonte).

Parole a dir poco illuminanti. Quando Lost è inziato, promosso da tutti come un avvincente serial impastato di azione e mistero, nessuno poteva immaginare questo imprinting nascosto, quasi improponibile rispetto agli standard oggi imposti.

Non desidero dilungarmi in una faticosa opera di discernimento del significato della serie: non esiste un’interpetazione univoca, ed è bene perciò che ognuno ne elabori una personale.

In conclusione, la sensazione che l’immenso colpo di scena finale sia un espediente comodo e veloce in parte rimane, ma credo che il senso religioso (direi anche cattolico) già precedentemente sfumato, valga di per sé, e ci consenta di valutare quest’opera in modo entusiasta, (visti i moltissimi momenti di grande emozione), con la gioia di poter chiudere un occhio.

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6 commenti so far
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Ciao, mi è stato consigliato di leggere il tuo blog e sono venuto qui a dare un’occhiata. Notevole. Anche io sono cattolico, cinefilo, blogger, ho letto un po’ di post e mi sono piaciuti molto. Ti linko subito. Sono anche un appassionato di LOST e ti ringrazio delle informazioni sulla fede di Carlton Cuse, che ignoravo (ero più portato a puntare su Damon Lindelof) e che sono molto interessanti.
Bravo!

Commento di ClaudioLXXXI

Ciao Claudio…grazie infinite, troppo gentile! Questi primi messaggi di incoraggiamento sono un vero toccasana :-D
Ti linko anch’io, (nella sezione amici che ne dici?), dato che il tuo blog merita davvero! A rileggerci allora…ciao!

Commento di filippociak

Arrivo qui da Berlic…e guarda chi ti trovo! Il vecchio amico Claudio…

Filippo, molto bello il Blog!

Commento di AlessandroX

Ciao Alessandro, grazie mille!

Commento di filippociak

…mi si nomina, appaio…sembro il MIB…o Jacob ;-)
Certo, non spiega tutto…ma questo è il bello della vita: tutto non viene mai spiegato. D’altra parte come si fa a spiegare il Mistero?

Commento di Berlicche

Sì sì, verissimo anche questo! Infatti nonostante il tono di rimprovero (dovuto all’apparente positivismo dell’impostazione – scalfito senz’altro non a sproposito) Lost è e sarà sempre tra i primissimi posti nella classifica delle mie preferenze. La risoluzione finale mi entusiasma… come detto qui sopra, nonostante tutto! Grazie mille della visita Berlic!

Commento di filippociak




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