LA LUCE IN SALA


THERESE
28 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: Agiografici, Cattolici, Film

(Thèrése)

Francia, 1986, di Alain Cavalier, con Catherine Mouchet, Helene Alexandridis, Aurore Prieto…

Questo film utilizza un linguaggio visivo particolarissimo, creando una sorta di ibrido tra la rappresentazione teatrale d’avanguardia, con spazi che nell’atto di astrarre gli ambienti richiamano il palcoscenico privo di fondali, e la selettività dello sguardo registico, filtrato dall’obiettivo. È una scelta estetica che insiste nello spiritualizzare una trasposizione altrimenti molto concreta (quasi laica) sul piano contenutistico, della biografia della grande mistica Teresa di Lisieux. Mi sembra che si sia voluta una serietà storica aprioristica, prendendosi però la licenza di alludere al senso nascosto di quanto viene detto, negando la componente obbligatoria di ogni discorso storico: il contesto fisico. Il collocare gli oggetti come particelle precise di un discorso scenico, nel vuoto grigio-verde indistinto di pareti e pavimento, all’inizio può risultare difficile da tollerare (dato che lo stratagemma si presenta in modo molto dirompente, apparendo come un forzato virtuosismo stilistico), ma dopo pochi minuti scopriremo quanto la nostra concentrazione sull’ottimo lavoro degli interpreti, sull’intensità di quanto accade, ne guadagni innegabilmente. Desueto anche il gioco del montaggio, che pausa con stacchi a ritmo altalenante (talvolta sincopato) il susseguirsi delle inquadrature, quest’ultime ricche di prime piani, di momenti riflessivi sui particolari, sui gesti, sulla sensualità di alcune interazioni umane, secondo gli stilemi dal sapore tutto francese.

All’inizio Teresa ci viene presentata come una bambina, come un’ingenua creatura che vive della suggestione di voler imitare le sorelle maggiori. Subito proviamo simpatia per lei, per la sua immensa bontà, ma non siamo tuttavia disposti a credere seriamente nei suoi propositi. La cosa cambia bruscamente al suo effettivo ingresso in convento, (e il film è abile nel mostrarci le gioie, ma soprattutto le sofferenze e le “insopportabili” costrizioni della vita monastica) allorché prendiamo veramente coscienza di quanto quella fanciulla fosse totalizzata nei suoi intenti, e come quella che inizialmente ci appariva una “cottarella”, fosse invece la più assoluta forma d’amore. La narrazione descrive con cura l’intensità dell’amore della santa senza mai essere stucchevole, ed anzi trovando il tempo per argomentare su vari aspetti della clausura, in particolare quello delicatissimo (pericoloso persino) della “distorsione” spirituale di una consorella coetanea alla protagonista, la quale, in alcune occasioni, arriva a turbarci seriamente per dare conto di questioni psico-antropologiche comunque presenti nell’ambito di una religiosità assolutizzata (almeno da un punto di vista esterno/obiettivo). Ciò, a parer mio, concorre a definire Teresa, per contrasto, in modo ancora più puro, sincero, centrato nella verità, prima insinuando, poi debellando, il dubbio che anch’ella sia soggetta a qualcosa di tristemente simile. Tantissimi i momenti che regalano uno sguardo profondissimo su tanti e tanti aspetti di una cattolicità vissuta sopra e sotto la pelle: la fatica, la malattia e la sofferenza, la riluttanza al potere…

Ricordiamo un momento fra tutti? Lo sconvolgente dialogo tra il medico che vuole prescrivere la morfina a una Teresa tubercolitica, e la Madre superiore che glielo vieta:-Una carmelitana è sulla terra per soffrire come il suo sposo. -Per lui è durato un giorno solo. -Lui sarà in agonia fino alla fine dei tempi, per me, per voi, per i peccati di tutti. -E’ orrenda la sofferenza… -Non qui da noi. -Se la gente lo sapesse vi brucerebbe il convento. -Cercheremo di non scottarci […] -Avvertirò i suoi genitori. -Sono morti. -Siete pericolosa. -Siamo il sale della terra.

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