LA LUCE IN SALA


LOST, IN CHIESA
18 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: Piccolo schermo

Lost (telefilm), USA, 2004-2010, 6 stagioni, 114 episodi, creato da J.J. Abrahms, con Matthew Fox, Evangeline Lily, Josh Holloway, Naveen Andrews, Jorge Garcia, Terry O’Quinn, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim, Emilie De Ravin, Dominic Monaghan…

N.B. Quanti non conoscono Lost ma ne sono incuriositi, o semplicemente non hanno ancora visto il finale della serie, si astengano dal leggere il post di oggi: Lost ruota tutto intorno all’attesa, alla pazienza di perseverare nel voler penetrare il mistero. Merita davvero di essere visto con lo sguardo giusto, e sapere come va a finire significa privarlo del suo nucleo vitale. Avvertirò con la scritta SPOILER, dove l’articolo diventa scottante.

Lost è un prodotto televisivo di elevata qualità. Lo è al punto che alcuni hanno voluto vedervi una riscossa, da parte del piccolo schermo, dall’antico senso di inferiorità nei confronti del cinema. Io non sarei altrettanto ardito nel tesserne le lodi, sebbene sia evidente come dietro un successo di questa portata, ci sia un team creativo di primo livello, capace di impalcare un sistema narrativo a dir poco monumentale (flashback – flashforward) esoprattutto intrinseco allo sviluppo della vicenda, e non solo funzionale alla comunicazione di un messaggio. (Elemento questo che da solo faceva presentire qualcosa di a dir poco sublime.) Una congerie di personaggi, l’uno meglio indagato dell’altro, dialoghi freschi e brillanti, una trama a scatole cinesi estenuante, quasi fastidiosa ma sempre degna di pazienza, ne hanno fatto un appuntamento imperdibile, (anche perché saltare qualche episodio poteva decretare il doverlo abbandonare…) Il bello di un telefilm sta primieramente nel fatto che la storia ha a disposizione un tempo pressoché illimitato per dipanarsi, e giorno dopo giorno i personaggi divengono delle presenze familiari da ritrovare, di volta in volta, alla ricerca di uno sviluppo interiore che scorre davanti ai nostri occhi in progressione, imponendoci, ben accettato, il ruolo di confidenti privilegiati. Un film può essere altrettanto abile nel costruire questa relazione, col sovrappiù di merito del farlo in poco tempo, e tuttavia non sarà mai in grado di eguagliare, in termini di mera quantità, il numero di confidenze che ci vengono affidate, di momenti che ci vengono raccontati (anche di routine, che serve a rendere il tutto compatibile alla nostra ottica). Di contro un telefilm è stretto più forte nella morsa degli interessi economici di case di produzione o reti tv, e di anno in anno gli sarà sempre più difficile mantenere a fondamento il proprio spirito originario. Questo problema risulta evidente anche in Lost perché, andando ad osservarne i limiti, non possiamo dimenticare come, allontanato forzosamente dalla propria idea unitaria (che ne voleva uno sviluppo scrupolosamente programmato – almeno secondo quanto dichiarato – passo dopo passo, in 100 episodi) si sia perso in parentesi tiepide, in specificazioni prive di mordente, esasperando le attese e ingarbugliando (senza possibilità di ritirare i fili) una trama già sin troppo ricca e misteriosa. È un ritornello già sentito: l’arte è arte solo se è arte, ergo non può esserlo se viene diluita per infilarci più spazi pubblicitari. Da ricordare anche il fulmine a ciel sereno dello sciopero degli sceneggiatori, che ha portato a rallentamenti, problemi, decisioni da prendere sull’unghia. Da qui prende piede la critica più aspra.

La costruzione della chiesa sull'isola.

SPOILER

Quello che brucia è che per più di 100 ore abbiamo seguito una storia nella quale avevamo fiducia. Non solo speravamo, con qualche timore, che tutto alla fine trovasse un perché, un rientro logico, ma ad un certo punto ne eravamo persino certi, visto che l’avevano spergiurato i curatori della serie. Gli abbiamo creduto? Preferisco non ammettere la disfatta e dire che ero semplicemente fiducioso, ma devo dirlo: lo sono stato a sproposito! Qualcosa rientra, qualcosa no… qualcosa rimane troppo strano. Non si tratta solo di un finale aperto, (che di solito apprezzo vivamente), ma solo di un bel finale pomposo che risolve molto e in modo appetibile, ma non tutto: non tutto!

Questo compromette solo in parte la qualità del programma. Lost rimane un titolo imperativo, e tutto può essere perdonato per le moltissime trovate geniali, la bellezza di alcune scene, lo spessore di molti significati. A quali significati mi riferisco? Lost è, in definitva, un imperdibile affresco sulla presenza del bene e del male, sulla lotta costante fra due forze, esplicata episodio dopo episodio attraverso le storie di personaggi che restano ambigui fino all’ultimo momento. Contiene metafore di fascino potente, questioni esistenziali e problematiche trasmesse vividamente. In tutto ciò il cattolicesimo cosa c’entra? Il bello, l’inaspettato, il controcorrente, è proprio che c’entra, e persino parecchio. Nel lungo svolgimento dell’intera storia esso appare in posizione privilegiata: emerge dal passato di Charlie, la rockstar dal presente “sbandato”, corrotto dagli eccessi del successo ma che fu, sorprendentemente, vicino alla fede. Emerge dai ricordi di Mr. Eko, il “sacerdote” di colore che desidera costruire una chiesa sull’isola, (e ripercorre con la memoria l’incubo di un’infanzia trascorsa nell’Africa dei reclutatori di bambini soldato, ma anche del conforto dato dai missionari cattolici). Soprattutto diventa schiacciante nel finale, con l’ultima bellissima scena ambientata in una chiesa cattolica che verrà invasa, negli ultimi istanti di girato, dalla luce di Dio. Introduce a questa conclusione clamorosa un dialogo chiarificante tra Jack (il protagonista) e suo padre, all’interno di una sorta di disimpegno sia fisico che filosofico: una stanza che immette fattivamente nella chiesa, occasione per esibire un po’ sbrigativamente i simboli di tutte le religioni, bilanciando sommariamente con l’obbligatoria “par-condicio” confessionale (che rende in qualche modo digesto il tutto al grande pubblico), quella che appare, a mio avviso, come una delle più schiaccianti ammissioni di fiducia cattolica del momento contemporaneo. (E’ sottinteso: in un’enorme produzione destinata al mercato mondiale e a un pubblico universale). É un qualcosa che ha del miracoloso. Chi è l’artefice di una simile rischiosissima operazione? È chiaro che è assai difficile stabilire in che misura chi abbia deciso cosa, ma senza pretesa di individuare in una sola persona queste posizioni, osserviamo che Carlton Cuse, uno dei produttori esecutivi della serie, è cattolico praticante. Egli è stato cresciuto da cattolico, ma la sua fede ha subito un forte approfondimento nel matrimonio: sua moglie proveniva infatti da una famiglia di robusta impostazione cattolica, la quale ha rappresentato per la sua religiosità “una parte enorme del mio cammino di fede personale”, dice.

Benjamin Linus in preghiera.

Quanto dichiarato proviene da una puntata del programma radiofonico “Personally Speaking with Monsignor Jim Lisante”. Curse ha aggiunto: “ Il problema della fede e della ragione è centrale per tutte le persone religiose e che sono alle prese con la ricerca del significato della loro vita. Sembrava che questi argomenti più grandi fossero rilevanti in uno show che è una sorta d’esame della natura dell’esistenza, come Lost.” […] “Penso al riguardo che non si debba affrontare le cose in anticipo. Se ci sono questioni religiose nello show esse sono sepolte nel sostrato di un prodotto che è essenzialmente un action-adventure-drama. Penso sia tutta una questione di proporzioni, e che [le questioni religiose] non siano un martello che vogliamo dare in testa alle persone. Credo che in molti casi la resistenza delle persone alla religione nasca quando se ne sentono martellati. Penso che la religione diventi più significativa per la vita di ognuno quando questa viene raccontata in forma di storie nelle quali la gente possa ritrovarsi. Giudico sempre un’omelia dal modo in cui il prete riesce ad integrare qualsiasi lezione della settimana si trovi nel vangelo, alle storie. E quelle storie sono ciò che penso funzioni davvero per i parrocchiani, molto più di qualche genere di analisi didattica delle letture o del vangelo. Mi sento come se quello fosse il nostro ruolo di narratori, nello show, cercare di prendere i temi che sono davvero significativi per le persone e trasmetterli sotto forma di buoni racconti e storie. […] Il peccato e la redenzione sono temi centrali dello show. Ognuno di quei personaggi, a modo suo, si confronta con i problemi che tutti affrontiamo. Tutti abbiamo quei problemi dentro noi stessi, con cui lottiamo per tutta la nostra vita. Qualche volta li vinciamo, e altre volte invece dobbiamo arrenderci… Nessuno di noi è perfetto, e penso che ciò a cui le persone si possano relazionare… sia che c’è un senso di fantastico nello spettacolo, ovvero il fatto che se finisci su quest’isola, è come se potessi ricominciare da capo. E penso che sebbene questi personaggi siano pieni di difetti, essi stiano cercando la redenzione […] (Il testo è la traduzione di un discorso tenuto in forma colloquiale: ripetizioni e frasi tronche sono state ritoccate al minimo – fonte).

Parole a dir poco illuminanti. Quando Lost è inziato, promosso da tutti come un avvincente serial impastato di azione e mistero, nessuno poteva immaginare questo imprinting nascosto, quasi improponibile rispetto agli standard oggi imposti.

Non desidero dilungarmi in una faticosa opera di discernimento del significato della serie: non esiste un’interpetazione univoca, ed è bene perciò che ognuno ne elabori una personale.

In conclusione, la sensazione che l’immenso colpo di scena finale sia un espediente comodo e veloce in parte rimane, ma credo che il senso religioso (direi anche cattolico) già precedentemente sfumato, valga di per sé, e ci consenta di valutare quest’opera in modo entusiasta, (visti i moltissimi momenti di grande emozione), con la gioia di poter chiudere un occhio.



IL TERZO MIRACOLO
17 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(The third miracle)

USA, 1999, di Agnieszka Holland,con Ed Harris, Anne Heche, Armin Mueller-Stahl, Barbara Sukowa, Caterina Scorsone…

Come si fanno i santi? Il film si propone di rispondere proprio a questo interrogativo, e sono contento che la visone suggerisca queste due semplici risposte: 1) con tanto scetticismo e cautela estrema, 2) con finale rassegnazione al piano di Dio. Non ho rivelato troppo della trama, ma solo che questo film rappresenta la Chiesa come depositaria di un ruolo legittimo. Il che è di palese valore. Tuttavia non ci troviamo davanti a un lungometraggio che traduce in scintillio la dottrina: il film è molto algido nei colori, nella fotografia,negli ambienti, nei sentimenti. E fra l’altro non si risparmia di muovere alcune critiche sacrosante ad una realtà che non ci piace, ma che anche il nostro amato Santo Padre mise in luce già da cardinale (il carrierismo nella curia). Forse il film calca un po’ la mano nel mostrarci un porporato interessarsi via telefono dei risultati delle partite, sottoporsi a sedute di bellezza coi fanghi, e proclamare, inorgoglito dall’ostentata modernità: “Godersi un po’ di sana vita laica non ha mai danneggiato la carriera”. In fondo tutto viene stigmatizzato per imbastire un discorso positivo: non ci sono difetti che tengano, Dio opera attraverso la Sua Chiesa, sia che riesca a rappresentarlo al meglio, sia che di per sé conti a livello umano assai relativamente (se ci pensiamo è un discorso ottimale anche per interpretare la storia: ci sono stati Papi di moralità discutibile, eppure incrollabili nel tramandare un messaggio mantenuto impeccabilmente integro). Ma veniamo al dunque. Padre Frank Shore deve alla sua meticolosa freddezza di fronte al soprannaturale il ruolo di detective col collarino, oltre che il bel soprannome di “Ammazzamiracoli”. Egli fa parte di una stirpe cinematografica di sacerdoti in crisi, ricordo ora il celebre Damien Karras (Jason Miller, L’Esorcista, 1973) e il meno celebre Andrew Kiernan (Gabriel Byrne, Stigmate, coevo al film in questione). Shore si porta dentro il dolore di una mente molto razionale, e la colpa di avere un grande successo nel suo ruolo di rilevatore di farse. Vive a Chicago, frequentando bassifondi dove esercitare la fede diventa una virtù eroica, tanto risulta pressante l’impero della droga: ragazze ancheggiano stordite per le strade invase dal pattume, mentre ad ogni angolo giovani sovreccitati e saltellanti implorano un dollaro alla volta. Proprio fra queste realtà, in un cortile che sembra una minuscola oasi di religiosità, si verifica il miracolo di una statua della Madonna che piange sangue. Harris, ottimo interprete, barcamena il suo personaggio fra ricordi, lontananza e vicinanza a Dio, a una donna, infine a una santa, l’unica che lo costringa a decidersi per il “ritorno all’ordine”. Magnifico il tentativo (riuscito!) di indagare un lembo del piano di Dio che si rivela a tutti solo nel finale.

Mi piace questo film, semplice e senza troppi entusiasmi, perché ci dice qualcosa della Chiesa come istituzione efficiente, che distilla le verità ai fedeli con saggezza. Ci dice della necessità di applicare l’obiettività, sconnettere il nostro lato romantico, istruirsi di ogni scienza, di fronte ai miracoli. Questi esistono, ma solo Dio li fa e decide per la loro proclamazione, non altri. In questi tempi di pressioni alla Chiesa per l’uno o l’altro provvedimento, teniamolo a mente!

Un’ultima osservazione. Mi sembra che il film risponda a un sentimento di inferiorità spirituale da parte dell’America cattolica nei confronti dell’Europa. Se non è così significa che la mia visione parziale mi ha portato a fraintendere, se invece non sbaglio sono ancora più felice, assieme ai nostri fratelli americani, per il recente riconoscimento delle apparizioni di Champions (Wisconsin).

Il primo miracolo



PISTOIA: LA MOSTRA “PRETI AL CINEMA”
16 dicembre 2010, 2:08 pm
Filed under: News

 

Interessante sorpresa questa mostra fotografica: “Preti al cinema”, niente di più affine allo spirito del blog! Il desiderio di proporre fotogrammi o scatti intorno al cinema che lascia spazio alla figura sacerdotale, potrebbe fornire qualche meditazione nostalgica, qualche occasione per una contemplazione diversa di scene storiche, fissate in immagini statiche. La mostra si sposta nella bella cittadina toscana dopo le precedenti tappe (Roma, Milano, Fermo). Niente di meglio delle parole del suo promotore, il Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, Dario E. Viganò, per chiarire gli intenti dell’iniziativa: “Realizzata come contributo alla riflessione in occasione dell’Anno Sacerdotale indetto dal Santo Padre Benedetto XVI, la mostra si pone ancora una volta come obiettivo quello di coinvolgere una fetta sempre maggiore di pubblico, facendo leva sull’immaginario collettivo italiano. Ne scaturisce un omaggio alla figura del prete, alle sue personali vicende biografiche e alla passione per il suo ministero, rivisitati attraverso un itinerario fotografico di portata eccezionale”.

Questa domenica ci sarà l’inaugurazione presenziata dal vescovo della città, Mons. Mansueto Bianchi, nella prestigiosa sede del Battistero di San Giovanni in piazza Duomo (h. 16.00). Chi si trova nei paraggi non deve mancare!



ENNIO MORRICONE: LA FEDE E LA MUSICA
15 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: I Protagonisti

Ho sempre pensato che nessun sito/blog che intendesse affrontare l’argomento “cinema”, potesse in alcun modo prescindere dal dedicare un post al celebre compositore Ennio Morricone. Forse l’unica possibilità di omettergli un tributo sarebbe accorsa nel caso di un blog rivolto a un piccolo filone della cinematografia, una nicchia insomma (forse  proprio quella religiosa). Invece no! Come rivela Morricone stesso in una bellissima intervista concessa al sito Zenit.org, egli si dichiara un “uomo di fede”. L’argomento che vado a riproporre oggi, nella speranza che non fosse passato sotto agli occhi di tutti a suo tempo, risale a poco più di un anno fa. Se riesumo questa intervista i motivi sono 3:

-1 L’occasione di parlare di Morricone (figura leggendaria del cinema) in una prospettiva religiosa, non conosce data di scadenza, e la necessità di farlo diventa prepotente in un blog che tratta di cinema cattolico.

-2 Quando lessi l’intervista mi dissi: se avessi un blog mio vorrei dare risalto proprio a notizie come questa… che peccato non averne uno!! Il blog è nato un anno dopo, e ho voluto  soddisfare quel desiderio.

-3 Sono un sincero ammiratore del lavoro del Maestro!

Ennio Morricone è noto in tutto il mondo per la creazione di sinfonie immortali, che regalano anima e spessore a film di altrettanto rilievo: una su tutte, quella che è ormai un clichè ricordare ma che (essendo legata a filo doppio alla Chiesa Cattolica, e trattandosi di musica di inesauribile bellezza) ho il dovere di riportare anche qui. Avrete capito di quale sto parlando: la colonna sonora del film di Roland Joffe, 1986: The Mission. Si tratta di una fra le oltre 450 sue composizioni, molte stratificate nella cultura pop, altre eternamente riascoltate ed eseguite, altre quasi dimenticate, ma tutte frutto di un talento straordinario e gradini di una luminosissima carriera, (spintasi fino al farne un’icona della musica).   Andiamo dunque a riscoprire i contenuti più caratterizzanti dell’intervista, estrapolandone dei passi direttamente dai testi disponibili su Zenit.org, irrinunciabili per questo cineblog:

“Penso alla musica che devo scrivere; la musica è un’arte astratta”.

Un intenso ritratto del Maestro.

“Ma certamente, quando devo scrivere su un tema religioso, la mia fede entra in gioco”. Ha spiegato poi di avere dentro di sé una “spiritualità che è sempre presente nel mio lavoro”, ma non è qualcosa che dipende dalla sua volontà, è semplicemente qualcosa che sente. “Come credente, questa fede è probabilmente sempre presente, ma è lì perché sia riconosciuta dagli altri, dai musicologi e da coloro che non solo analizzano i brani musicali, ma comprendono la mia natura, la sacralità e il misticismo”, ha osservato. Detto questo, sostiene che Dio lo aiuti sempre a “scrivere una buona composizione, ma questa è un’altra storia”.

[…] Parlando di un altro appassionato musicista, Papa Benedetto XVI, Morricone dice di avere un'”ottima opinione” del Santo Padre. “Mi sembra un Papa di grande intelligenza, un uomo di grande cultura e anche di grande forza”, afferma. Particolare favore lo esprime per gli sforzi di Benedetto XVI nella riforma della liturgia, un tema a cui Morricone tiene molto.



LA TESTIMONIANZA
14 dicembre 2010, 8:31 pm
Filed under: News

Oggi si è tenuta la proiezione del documentario “La Testimonianza”, diretto da Pawel Pitera, sulla base del libro “Una vita con Karol”

La locandina dell'evento

del Card. Stanislaw Dziwisz, amico e confidente del penultimo pontefice, rimasto al suo fianco per quasi 40 anni. L’auditorium della Gran Guardia (Verona), era semi-deserto, (al massimo 60-70 persone). A detta della presentatrice dell’evento la cosa era forse da imputarsi a un “problema di comunicazione”. Credo non abbiano aiutato il giorno e l’orario. Un peccato, dato che il film confezionato è di ottimo livello. Presenta filmati del tutto inediti e notizie, o precisazioni, mai sentite (da me almeno!). Si trattava inoltre della prima proiezione su suolo italiano, dato che fino ad oggi il documentario era stato mostrato soltanto un paio di volte, in Vaticano.

Il film ripercorre la biografia di Giovanni Paolo II sin dall’infanzia, poi negli anni della formazione scolastica, l’idea di fare l’attore, l’università, e infine il sacerdozio. Si passa poi agli incarichi ecclesiastici in patria, le belle immagini del Concilio Vaticano II e la nomina a Vescovo di Roma. Un percorso minuzioso all’interno della sua vita e soprattutto del suo pontificato. Approfondito e pausato da stralci di intervista a colui che fu il suo segretario, il Card. Dziwisz, e ancora fotografie, riflessioni dello stesso Karol lette dalla voce narrante. Le immagini selezionate sono molto belle, anche quelle ricostruite con attori (per la figura di Karol si è scelto di non inquadrare mail il volto, ma di evocarne la sola presenza), dotate di buona dignità cinematografica. Personalmente mi ha fatto molto piacere “ripassare” le vicende di un Papa che è, e rimarrà, indimenticabile. Interessantissime le notizie sul conclave, sulla vita spartana del Santo Padre, (rimasta invariata nelle abitudini rispetto alla sua provenienza al di là della cortina di ferro comunista), sulla sua forte e alacre attività, su alcuni episodi specifici come l’attentato in Piazza San Pietro, l’incontro col Capo del governo Polacco in occasione della sua seconda visita in patria, l’episodio dell’accoltellamento a Fatima nel 1982 che, lo confesso, mi era sfuggito. Mi ha colpito in modo particolare che sia stato riportato anche del Papa come amministrtore  del rito dell’esorcismo (come accennato da Padre Amorth nei suoi libri). Per ora il film non ha distribuzione, e non ho notizie puntuali al riguardo, ma di sicuro prima o poi tutti potranno vederlo. Nel frattempo, fino al 31 gennaio, l’organizzazione dell’evento si è detta disponibile a raccogliere le richieste di parrocchie, scuole, gruppi vari, per riorganizzare una proiezione. I singoli possono mettersi in lista (sul sito del Comune di Verona i contatti necessari). Sul sito ufficiale è disponibile il trailer. Terminata la visione arriva la nostalgia, l’affetto, ma soprattutto la gratitudine.



ASLAN POTREBBE ESSERE MAOMETTO, BEH…AL CINEMA…
13 dicembre 2010, 5:24 pm
Filed under: News

Aslan

Dopo l’uscita del primo episodio, molto bello, la saga cinematografica de “Le cronache di Narnia” ha finito col causarmi una certa insofferenza. Alcune critiche molto aspre mosse, se ci fosse bisogno di specificarlo, a partire dalla semplice presenza di un sostrato religioso (anzi cristiano), deve aver spinto i produttori a cambiare registro nel secondo episodio. Si nota infatti come i significati e le simbologie siano stati smussati, in modo da non dare a nessuno spettatore pagante un “buon” motivo per boicottare il film. Clive Staples Lewis si oppose sempre a una trasposizione filmica dei suoi libri (chissà perché…). Così, (con l’aggravante di non provare particolare trasporto per il genere fantasy), non posso far altro che lamentare quanto un enorme dispiego di mezzi, senza il sostegno di un profondo messaggio, sia semplicemente un’occasione buttata. Ma ora viene il bello. A proposito del personaggio al quale presta la voce, l’attore Liam Neeson avrebbe dichiarato: “Aslan non è solo un simbolo del cristianesimo, potrebbe essere Maometto, Buddha o qualsiasi altro profeta o altra grande figura spirituale. Aslan per i bambini rappresenta un mentore“. Ora, indulgendo verso la debolezza umana per il politicamente corretto  (o una facile bonarietà), e senza aggiungere nulla di energico, viste le reazioni già esternate, vorrei solo cogliere l’opportunità di riportare un breve passo del caro Lewis: (A Hila, una bambina americana lettrice delle sue fiabe “Le cronache di Narnia”, 3 giugno 1951)

Cara Hila,

grazie davvero per la tua cara lettera e per i disegni. A un tratto mi sono accorto che quello a colori non era una scena in particolare, ma una sorta di sfilata di personaggi come potresti avere in conclusione se ci fosse una rappresentazione teatrale al posto dei racconti.

Clive Staples Lewis

Il viaggio del veliero non è certamente l’ultimo volume: ce ne saranno altri quattro, per un totale di sette. Non avevi fatto caso che Aslan non dice nulla di Eustachio che non torna indietro? Penso che il migliore dei tuoi disegni sia quello del Signor Tumnus alla fine della lettera. Riguardo all’altro nome di Aslan, vorrei davvero che fossi tu a indovinare. C’è mai stato qualcuno in questo nostro mondo che: 1) giunse nello stesso periodo di Babbo Natale; 2) disse di essere il figlio del Grande Imperatore; 3) per la colpa di qualcun altro diede se stesso a degli uomini cattivi che lo derisero e lo uccisero; 4) tornò in vita; 5) viene alle volte chiamato l’Agnello (vedi la conclusione del Veliero)? Pensaci su e fammi sapere la tua risposta! […]

I miei migliori auguri, sempre tuo  – C.S. Lewis

(C.S. Lewis, Prima che faccia notte, racconti e scritti inediti, Bur, 2005, pp.98-99.)



IL GOBBO DI NOTRE DAME
12 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(The Hunckback of Notre Dame)

USA, 1996, di Gary Trousdale e Kirk Wise, voci originali di Tom Hulce, Demi Moore, Tony Jay, Paul Kandel…

La catalogazione di questo film è stata problematica: meglio Evergreen cattolico, o solo cattolico? Alla fine ho optato per la seconda, perché sebbene la Disney tenda a colpire l’immaginario collettivo con prodotti facili a fregiarsi come “ grandi classici”, ho deciso di riservare per la prima categoria un rigore quasi ortodosso. Questo non incide sull’importanza del titolo il quale, per una volta, ci mostra un’ apertura a dir poco sorprendente da parte della colossale casa di produzione americana. Capita, di fronte a tanta considerazione, di chiedersi che cosa possa esserci veramente sotto… ma l’arte gioca ogni tanto di questi scherzi, scalzando la più sospettosa delle tiepide approvazioni con una sostanziale genuinità di intenzioni. Consentiamo perciò alla multinazionale americana (cui vanno egualmente imputati trascorsi a dir poco inquietanti) il beneficio del dubbio… e prendiamo questo film per quello che appare: un tributo significativo alla religione, e un appello al rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo. L’adattamento dall’opera Notre Dame de Paris di Victor Hugo per il pubblico infantile, aiuta certamente a percepire questo “tributo”, viste alcune modifiche notevoli (basti dire della sostituzione dell’originario villain arcidiacono con un ben meno spinoso ministro di giustizia.) Ho sempre osservato, gustandone la visione dal lontano ’96, che quest’opera, nonostante i diffusi espedienti narrativi (gli sketch, i personaggi buffoneschi, l’impostazione “categorica” dei personaggi in eroe, eroina, cattivo) volti a polarizzare l’attenzione dei bambini, fosse in realtà un prodotto dai toni piuttosto grevi, di significato intenso in particolare per gli adulti. Sembrerebbe che l’abilità tipicamente disenyana di mettere d’accordo ogni generazione, qui si sbilanci un pò verso la componente senior del pubblico.

Vorrei dare risalto al coraggio di proporre un protagonista “disabile”, nonché un antagonista come Frollo: accecato da un odio feroce (tipico dell’anti-eroe fiabesco), ma pure da una sensualità disperata, di scarsa proponibilità al pubblico dei piccoli. Ma procediamo con ordine. La sequenza introduttiva che dà l’impostazione della trama è un capolavoro. Con mostruosa crudeltà si compie un delitto fatto passare per esecuzione, proprio davanti alla cattedrale di Notre Dame. A giacere esanime è una zingara fuggiasca, colpevole di supplicare asilo per sé per il piccolo nascosto fra le pieghe materne. L’intervento dell’arcidiacono, invocante la schiacciante presenza della casa di Dio, (dalla quale maestoso Egli incombe, affacciato nella suggestione di centinaia di statue dagli occhi invadenti) impedirà a Frollo di proseguire nell’atto, salvando così il bambino, incriminato di essere affetto da deformità fisica. Il film non indora nessuna pillola: Quasimodo è simpatico, umanissimo, reale nell’interiorità e tuttavia, anche nella “bruttezza” esteriore. Di questo la Disney va infinitamente lodata, perché non è mai facile proporre tematiche delicate quanto queste, e nessuno lo fa volentieri,specie senza usare mezzi termini. Le immagini goticheggianti dell’introduzione scorrono sullo schermo, nel lirismo di belle musiche evocanti il Dies Irae, (accorpate alle scenografie da scampanii cupi), e il tutto mi rievoca i problemi del giorno d’oggi. Non mi sembra di esasperare i simbolismi se nel pozzo in cui Quasimodo sta per essere gettato rivedo il dramma dell’aborto e della selezione degli embrioni (fra l’altro lo ricordo, Frollo è un ministro), e non esagero se la mano protesa dell’arcidiacono e il grido spaventoso della cattedrale mi richiamano gli appelli, ahimè spesso inascoltati, dei vertici cattolici. È il film stesso a dirlo, non io: l’unico luogo in cui Quasimodo può concedersi il lusso di esistere è all’interno della Chiesa, (rifugio cui altri personaggi saranno loro malgrado costretti a frequentare.) Si potrebbe proseguire all’infinito, e leggere di questi simbolismi quasi in ogni sequenza, ma limitandomi a ricordare fugacemente la questione francese sui rom, chiudo qui i parallelismi, per non correre il rischio di risultare didascalico o peggio, noioso. (Senza contare il rischio di intendere più di quanto venga effettivamente comunicato). La vera apoteosi “cattolica” (ma anche cristiana, certo) è un’altra, e a differenza di tutto il resto, non si nasconde fra le righe di una trama avvincente o i lustrini di effetti visivi meravigliosi (pur presenti):

La scena in cui Esmeralda esprime la sua preghiera del cuore è un momento di vera spiritualità. La poverina si rivela intimamente a Dio, gli parla, e a noi è concesso di imparare dalla sua umiltà, dalla sua povertà solo esteriore, dallo spessore del suo sincero altruismo. Voglio ripetermi perché a mio parere la faccenda ha dell’incredibile: non è da tutti arrivare a tanto in prodotti cinematografici di diffusione globale, e il “buonismo” targato Disney (quello delle fate, delle morali ovvie) qui osa, si compromette fino in fondo guadagnandosi ogni ammirazione. Il contrappeso alla canzone di Esmeralda “Dio fa qualcosa”, è costituito dalla preghiera miasmatica del ministro Frollo.

La sequenza è terribile nel mostrare un grave fraintendimento sulla natura celeste, e una religiosità egocentrica e distorta. Frollo è un personaggio dai tormenti eccessivi ma plausibili, e dalla sua snaturata invocazione alla Vergine, oltre che dal confronto con l’approccio di Esmeralda, impariamo qualcosa sul senso del dialogo con Dio e sul significato della preghiera. Abbiamo l’occasione di far tesoro di una lezione impartita dal più comprensibilie e improbabile dei pulpiti. Delizioso lo scontro della metafora con la realtà:

Febo: Buongiorno signore… non vi sentite bene? Frollo: Ho avuto problemi con il caminetto… Febo: …Capisco!

Parliamo ora del  “misterioso campanaro”, al quale non si risparmia alcuna umiliazione: quella pubblica e quella interiore, (assai più cocente per lui doversi disilludere di essere riamato dalla bella Esmeralda, cui solo il capitano Febo può realisticamente aspirare). Il film è amaramente onesto. Il lieto fine, con la cattedrale (vera co-protagonista) che salva dalla morte le due vittime grazie al doccione spezzato da una forza di chiara provenienza, ci esalterà…  ma arriverà presto l’”ombra” di un idillio. Alla fine Quasimodo viene accolto da tutti per aver provato la sua bontà e il suo eroismo: si è, diciamo, guadagnato un passaporto per il mondo. Siamo contenti per lui, tuttavia… questo ci ricorda, per contrasto, che nel mondo vero non esistono certificati sufficienti ad ottenere il… “diritto d’asilo!”.

Proponete questo film ai vostri alunni, comunicandi, figli e nipoti… lasciate che gli si affezionino, che lo rivedano: se ne ricorderanno quando sarà il momento di indignarsi, di schierarsi assieme a qualcuno che è debole.

Alla prossima (ri)scoperta!




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