LA LUCE IN SALA


FIREPROOF
3 gennaio 2011, 6:51 pm
Filed under: Cattolici, Cristiani, Film

(Fireproof)

Usa, 2008, di Alex Kendrick con Kirk Cameron, Erin Bethea, Ken Bevel, Blake Bailey…

Mi è capitato di leggere su internet, non ricordo precisamente dove, un commento a questo film dove si diceva, bollandolo di semplicismo o buonismo made in Usa, che vederlo è come guardare un episodio di Settimo Cielo (Brenda Hampton, 1996-2007), solo più lungo. L’osservazione è del tutto legittima, tant’è che la sensazione che suscita la vicenda e il metodo comunicativo sono i medesimi… ma il film in questione sembra andare molto oltre, proponendosi come uno strumento semplice e diretto per osservare dall’interno del matrimonio molte delle dinamiche che portano alla difficile scelta di separarsi. Va specificato che la produzione è di impostazione protestante, sebbene sia ammirevole come tutto venga trattato in modo ecumenico, riducendo al minimo possibile i riferimenti confessionali. Questo film èl’esempio di come i nostri fratelli protestanti siano assai meno ingessati di noi cattolici nell’esprimere i più stringenti argomenti spirituali, attualizzandoli e ponendoli nel tessuto quotidiano (quando noi preferiamo ripiegarci sull’agiografia o la storia della Chiesa). Il buonismo c’è, ed emerge soprattutto in alcune frettolosità dello script, ma il resto è  plausibilità schietta, indagine accurata che non dribbla alcun problema o risvolto complicato.

Si racconta di Caleb e Catherine, una coppia di giovani sposi arrivati al settimo anno di matrimonio (probabilmente un messaggio che approfitta dello sciocco cliché per rivolgere la riflessione sul problema a chiunque sia sposato): ormai essi hanno esaurito la più piccola traccia di comprensione e trasporto emotivo, e poco manca che arrivino alle mani per sfogare l’uno sull’altra la reciproca disperazione. Molto felice la scansione narrativa iniziale, dove i due protagonisti vengono presentati dapprima separatamente come singoli nel mondo lavorativo, a contatto coi colleghi, e dunque esponenti capacissimi e obiettivi di un’umanità ottimale, per poi mutare bruscamente alla prima scena domestica, quando fatichiamo a riconoscerli. La trama diventa poi un susseguirsi di parentesi tematiche molto fitte ed eterogenee, spazianti dal rapporto coi genitori, il tema della conversione, dell’insofferenza verso la fede… e ancora molte altre. Tutte sono abbastanza riuscite e funzionano davvero in modo “terapeutico”, invitando alla riflessione, ma non tutte vengono trattate con spontaneità, e questo in parte condiziona la percezione dell’insieme. Da segnalare anche un certo indugio finale un po’ fastidioso, nel suscitare commozione attraverso più epifanie in successione. Ancora vorrei puntare il dito contro una certa “faciloneria della conversione”, realizzata in pochissime battute come il più semplice dei processi volontari, rischiando di far passare uno stravolgimento interiore come una scelta che si soppesa così, senza ridiscutere tutto il senso dell’esistenza. (Va detto che il film si focalizza sui problemi coniugali, e che nel suggerire una soluzione imperniata sul cristianesimo deve trattare di una conversione, ma senza il lusso di potersi dilungare).

Nonostante queste critiche trovo che il lungometraggio sia comunque ben riuscito, non tanto come prodotto cinematografico (poco pretenzioso), ma piuttosto come strumento evangelico, intervallato di tanto in tanto da bei momenti d’azione e umorismo che ne alleggeriscono la visione. Ad essere di valore sono le rappresentazioni della realtà matrimoniale, distrutta dall’orgoglio che vince sulla ragione, e la sofferenza del comprendere la radice dell’amore coniugale. Centrale e vivissimo il paragone fra la ripulsa dell’uomo per Cristo, e la ripulsa dell’amato per l’amante: niente di più schiacciante per comprendere a fondo il nonsenso di rifiutare il perdono e il divino. Davanti ai nostri occhi scorre un esempio credibile di atteggiamento cristiano di tenacia nel vero amore, esplicando un procedimento di pazienza e ridimensionamento dell’ego la cui qualità può indurre nella tentazione (che sarebbe una debolezza di cinismo) di avvertire il tutto come una bella favola. Insomma, a conti fatti il film risulta davvero prezioso nella dimensione in cui viene proposto come un sussidio per la catechesi, altrimenti si rivela comunque come un gradevole racconto di faticosa redenzione, condito con tutto ciò che occorre a renderlo piacevole, ma abbastanza monocorde e di veste “televisiva”. D’altronde credo fosse davvero nelle intenzioni del regista creare qualcosa di dirompente sul piano semantico, a scapito di quello prettamente cinematografico. Per concludere: interessante rivedere la vecchia conoscenza Kirk Cameron, già protagonista della famosa serie Genitori in Blue Jeans (Neal Marlens, 1985-1992), alle prese con un ruolo che tiene conto della sua personale vicenda di avvicinamento a Dio (attualmente è presbitero battista). Alla prossima!

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