LA LUCE IN SALA


HEREAFTER
7 gennaio 2011, 2:34 pm
Filed under: Aperti a Dio

(Hereafter)

Usa, 2010, di Clint Eastwood, con Matt Damon, Cécile De France, Marthe Keller, Thierry Neuvic…

Aspettavo esattamente questo titolo per inaugurare una nuova categoria del database: “Aperti a Dio”. Clint Eastwood è un personaggio affascinante, un autore cinematografico già parte della storia, dato l’apporto dei suoi film. Ha ricevuto un’educazione protestante ma ha poi svolto un percorso di vita che lo ha allontanato dalla religione, tanto da far pensare alcuni attenti indicizzatori di nomi atei, che egli fosse un membro illustrissimo da poter finalmente includere nella propria lista dorata. Non è affatto così, e se non bastassero le ultime esplicite dichiarazioni in merito, o film schiaccianti (e tuttavia parimenti ambigui) come Gran Torino, 2008, adesso è arrivata nelle sale l’ultima fatica del regista, che assesta un durissimo colpo alle varie interpretazioni fuorvianti del suo pensiero, imbastendo un discorso ancora più scalzante attraverso una sintassi puramente laica. Mi sembrava insomma che per inaugurare questa sezione, attendere Hereafter fosse fortemente emblematico.
Il film inizia con la poderosa ricostruzione, tutta effetti speciali, della catastrofe dello Tsunami: occasione per richiamare subito, sin dall’inizio, un’immagine di morte potentissima. Non sono necessarie troppe riprese, la disgrazia emerge subito dai nostri stessi ricordi, imbevuti di cronaca e fotografie che avevamo già riposto in un angolo. Strappata alla morte da tempestiva rianimazione, Marie LeLay, grosso nome del telegiornalismo francese, fa fugace esperienza di un mondo altro. Marcus, un timido ragazzino londinese, non trova modo di elaborare il lutto per la tragica morte del gemello Jason, suo riferimento principale in tutto e, infine, George Lonegan, sensitivo in incognito fugge quella che ritiene la sua “condanna”, nel vano tentativo di vivere un’esistenza senza il dolore e l’isolamento che il contatto coi defunti procura inevitabilmente. Le tre vicende, raccontate alla Eastwood col ritmo ineccepibile di un’unica lunghissima frase che non si spezza mai, si intersecheranno solo nell’acme del finale. Emerge nitida Sorella Morte, ma dato che il film enuncia subito che essa conduce semplicemente altrove, non spaventa davvero nessuno. L’idea in assoluto più ecumenica, antropologicamente universale, democratica, è proprio quella della morte. È troppo basale e troppo poco astratta per trovare una codifica religiosa spontanea. Lo vediamo nel piccolo Marcus, che non può comprendere quello che le religioni hanno da offrirgli per spiegare la morte o la sua improvvisa annichilente solitudine… è tutto troppo indiretto rispetto allo smacco impietoso di un’improvvisa assenza, troppo macchinoso, in confronto alla verità senza obiezioni del vuoto.

Marcus osserva il letto vuoto del fratello

Ed Eastwood infatti, in linea col suo pensiero, mantiene il discorso proprio su questa dirittura, senza dare risposte (non saranno in grado di fornirne nemmeno Marie, che è morta per alcuni istanti, nè George, che parla coi morti sin da quando era piccolo), senza sottintendere nulla di ancestrale (persino il potere di George è il frutto di un’operazione chirurgica) ma solo constatando alcuni fatti, compiendo alcune considerazioni logiche. Ci terrei a riportare come si mostri chiaramente che il tema dell’immortalità dell’anima viene recepito, molto spesso, come uno scandalo insopportabile dalle élite culturali: se ne è accorta sin troppo bene Marie, penalizzata nella carriera, nella credibilità, nella considerazione di colleghi e amici solo per aver detto di essersi dovuta arrendere a un’idea che lei stessa prima rifuggiva. Eastwood non cede, non crede di poter sollevare il velo di Maya così facilmente, come mostra nella processione di falsi medium dai modi grotteschi, e come esprime chiaramente a parole “Da ragazzo la mia famiglia si è spostata spesso e io ho dovuto frequentare sia diverse scuole che diverse chiese. Il Paradiso è un’ipotesi, ma io ho bisogno di fatti, non supposizioni. Mai stato troppo a mio agio nelle religioni organizzate. E poi io con i miei film faccio domande, non do rsiposte.” (Clint in Paradiso, in “Ciak”, 1, 2011, p.64). Il film lascia una luminosa e forte sensazione di ottimismo malcelato. Forse Clint ha solo voluto seguire pedissequamente il copione (che come di consueto ha comunque scelto e vagliato personalmente), ma tutto fa pensare (gli studi scientifici della dottoressa cui si rivolge Marie, l’integrità molto poetica di George, l’episodio del cappellino che distrugge il concetto di caso) che se l’ottantenne Clint (che guarda la morte negli occhi), non da risposte, almeno fa e questo è certo, le domande giuste.

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5 commenti so far
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Spero non le dispiaccia, ho messo il suo banner nel mio blog!
Grazie!

Commento di JE

Tutt’altro, la cosa mi lusinga molto! Mi sono preso la libertà di ricambiare registrando il suo bel blog nel gruppo “amici”. E la prego, mi dia del tu! :-)

Commento di filippociak

Allora G R A Z I E :)
Ciao!

Commento di JE

Non ho ancora visto li film ma la tua critica mi invoglia fortemente. Ti segnalo anche un’altra pellicola di prossima uscita che sembra essere interessante: http://www.youtube.com/watch?v=fLPe0fHuZsc

Ciao!
Fabrizio

Commento di Faber18

Ciao Fabrizio! Grazie mille della dritta, è un titolo che terrò sotto osservazione!
A presto!

Commento di filippociak




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