LA LUCE IN SALA


MONSIEUR VINCENT
3 marzo 2011, 9:42 am
Filed under: Agiografici, Cattolici, Film

(Monsieur Vincent)

Fr 1947, di Maurice Cloche, con Pierre Fresnay, Gabrielle Dorziat, Aimé Clariond…

Monsieur Vincent è uno di quei vecchi film dispersi dalle memorie e dai palinsesti ma, ed è questa una cosa insolita, facilmente reperibile nella versione DVD. L’avventurosa vita di San Vincenzo de’ Paoli viene rappresentata nella sua sola seconda parte quando, superati gli anni del duro lavoro giovanile nei campi, degli studi teologici, del tracollo finanziario cui seguì un rapimento sui mari per essere venduto come schiavo in Turchia, il sacerdote si dedicò con rinnovato spirito di pietà alla cura delle anime povere, degli ammalati e, non ultima, la denuncia presso i potenti dell’iniqua loro insofferenza verso i bisognosi. Dopo un periodo a corte come cappellano viene nominato parroco di Châtillon-les Dombes e nella sequenza iniziale vediamo proprio il suo insediamento nel paesino dove, accolto da una “calorosa” sassaiola di benvenuto, lotterà contro la miseria spirituale e gli orrori sociali di pieno ancien régime per ripristinare l’ordine e il culto. Il primo spezzone narrativo suscita un forte coinvolgimento grazie soprattutto al convincente Fresnay e al suo atteggiamento di ieratico rimprovero e amara sconsolazione.

La sceneggiatura di spessore punteggia tutto il narrato di riflessioni acute, dipanando il lungo percorso istituzionale del de’ Paoli, coinvolto in moltissime situazioni diverse, a contatto con personalità sempre diverse, in frangenti drammatici sempre più disperanti. Un mosaico di tasselli biografici non sempre controllati e ricondotti a un progetto unitario cosa che, tradendo alcune attese, lascia percepire dei vuoti voluti certamente per trasmettere un senso di disfattismo e sconfitta cui l’insipida carità nobiliare porta inevitabilmente. Proprio quest’ultima emerge in tutta la sua grettezza, nella sua approssimazione spirituale, nelle sue parole grottesche che alludono, nel disincanto più sguarnito, a una noia esistenziale e un’ipocrisia tale da portare le ricche nobildonne “persino” alla “carità”.

L’universo miserabile raffigurato palpita di realtà e disperazione, gli stessi che da un secolo all’altro sono arrivati fino alle sofferenze del secondo dopoguerra, cui Cloche guardò per definire il contesto ma anche, e soprattutto, per trovare il desiderio di proporre una figura stimolante, capace di vedere nell’indigenza umana un nemico concreto e vincibile dell’elevazione spirituale. Capita, durante la visione, di sentire il tocco freddo di uno sconforto razionale, lontano da un’idea di provvidenza benigna; è il coraggio del film che trae da un principio di fedeltà storica e sociologica l’energia necessaria a ribadire la desolazione di un sistema che accetta Cristo lasciandone da parte l’insegnamento. Ecco che trasaliamo, scopriamo le atrocità di un’epoca che si vorrebbe morta e sepolta, ci chiediamo come possa sperare in Dio il ‘de Paoli di fronte alla crudezza di un mondo radicalmente corrotto. Nella laconicità del finale permane proprio questo senso di donchisciottescha abnegazione, una spinta utopistica fortissima che, testimoniata da ogni fibra del santo, funge da motore di autentica speranza, provvisoria consolazione… esempio!

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