LA LUCE IN SALA


GOD IN THE STREETS OF NEW YORK
8 marzo 2011, 11:54 am
Filed under: News

Per chi non ha mai avuto la fortuna di andarci, e subisce quotidianamente una frustrante fascinazione a distanza attraverso il grande e piccolo schermo (leggete: filippociak), New York rappresenta una meta da sogno e un’incognita che verrà isolata soltanto in loco. Come possiamo mettere assieme le migliaia di immagini filtrate che ne possediamo? E’ la città libertina multicolor-frizzante di Sex and the City, o l’algida e spenta sede degli omicidi più efferati di C.S.I. New York? La culla rassicurante di sit-com quali Friends ed Alla fine arriva mamma, o il set naturale dei migliori film di qualsiasi genere, dal thriller alla commedia, dall’horror al romantico?

Ma poi… essendo New York il centro dell’universo, la città che non dorme mai, la capitale dell’arte contemporanea dagli anni ’60, la megalopoli per antonomasia e, infine, il simbolo dello sfregio all’Occidente… avrà mai il tempo per la contemplazione religiosa, nella fattispecie cattolica? Sarà possibile praticare la fede come facciamo noi nei nostri paesini di quattro case o nelle nostre capitali grandi come un isolato della Grande Mela? Si risolve tutto nella neogotica e sovraesposta (cinematograficamente parlando) Cattedrale di San Patrizio… o il cattolicesimo, disperso nel mare di etnie e culti, pulsa anche altrove?

Per rispondere a tutte queste domande ci viene in soccorso la casa di produzione cattolica e… newyorkese – di Brooklyn per la precisione – Grassroots Films. God in the streets of New York è l’unico titolo che ci restava da riportare dopo le altre ottime prove di questa casa: The Human Experience, Fishers of Men e il promo per la GMG 2011. E’ di enorme interesse scoprire ciò che è assolutamente normale, ossia che oltreoceano le pratiche sono identiche alle nostre e che vengono portate avanti nonostante il traffico, il caos, il pubblico incuriosito. Come sempre la lingua è inglese e non c’è distribuzione italiana: per ora accontentiamoci del bellissimo trailer!



FOTOGRAMMA/PENSIERO #7: TITANIC
5 marzo 2011, 12:49 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(Titanic, USA 1997, di James Cameron)

Il colosso nautico simbolo del progresso di inizio 900 si è riproposto in formato kolossal al limitare dello stesso secolo. James Cameron, pur con qualche concessione rosa di troppo, ha creato una poderosa macchina filmica capace di metabolizzare una quantità di piani di lettura, significati, personaggi minori e storie di contorno, davvero notevole. Proprio fra queste storie secondarie, parallele al grande melodramma romantico, (e a riprova dell’accurata ricerca storica preliminare alle riprese) abbiamo anche alcuni fotogrammi dedicati al sacerdote cattolico Thomas Byles, preziosi per la nostra rubrica.  Essendo la sua storia di grande interesse vi propongo alcuni stralci da un articolo a proposito, firmato dall’eccezionale Messori sulla rivista Il Timone (che approfitto per consigliare calorosamente).

Sappiamo molto […] delle ultime ore dell’inglese, Thomas Byles. Figlio di una agiata e nota famiglia imparentata con la nobiltà, laureato a Oxford, anglicano per nascita e formazione, con un lungo processo interiore giunse alla decisione, vicino ai quarant’anni, non solo di farsi cattolico ma – scandalizzando ancor più la sua famiglia – di farsi sacerdote secolare. Studioso e autore di libri non aveva esitato, per umiltà, a fare il parroco in un villaggio rurale dell’Inghilterra per i poverissimi contadini cattolici irlandesi emigrati. Nell’aprile del 1912, don Thomas accolse l’invito del fratello di celebrarne le nozze a New York, dove era divenuto un importante industriale.
Voleva viaggiare su un piroscafo più modesto ma la Compagnia lo dirottò sul Titanic anche perché si voleva che il viaggio inaugurale registrasse il tutto esaurito. Da amici facoltosi, si fece comprare un altare portatile e il necessario per la Messa in viaggio e, appena salito sulla enorme nave dai quattro fumaioli alti come campanili, ottenne dal capitano il permesso di attrezzare a cappella cattolica un angolo della terza classe, dove celebrò tutti i giorni. I suoi fedeli erano soprattutto i passeggeri della terza classe, povera gente che andava a cercare fortuna in America.
Il 13 aprile era Pasqua, il giorno dopo, Lunedì dell’Angelo celebrò quella che sarebbe stata la sua ultima messa. Una signora che vi partecipò e che riuscì a salvarsi ricordò bene come, nell’omelia, parlasse del «naufragio spirituale che tutti ci minaccia» e della necessità, dunque, di «aderire alla fede come a un salvagente». Parole, purtroppo, profetiche. […] Sono molte le testimonianze, raccolte tra i superstiti, sulle ultime ore del sacerdote: resosi conto della tragicità della situazione, don Thomas Byles si impose, da inglese di gran classe oltre che sacerdote, la massima calma e si diede da fare con l’equipaggio perché l’imbarco nelle poche scialuppe avvenisse con ordine e rispettando il precetto, consueto in mare, del «prima le donne e i bambini» e poi i più giovani tra gli uomini. Marinai, autorità e infine il vicecomandante stesso lo invitarono pressantemente a salire eglistesso su una barca, ma ebbero come sola risposta un sorriso un po’ ironico.
Coloro che ormai sapevano che per essi non ci sarebbe stato posto né, dunque, scampo si affollarono attorno a lui. Anche qui con calma, ordinò che si mettessero in fila e che passassero uno ad uno: poche parole, una brevissima giaculatoria e poi l’assoluzione in articulo mortis.
Avvicinandosi la fine, con il Titanic ormai sbandato su un fianco, impartì l’assoluzione collettiva a quelli che non avevano avuto il tempo di passare davanti a lui e chiese alla folla attorno di inginocchiarsi: in piedi in mezzo ai morituri, incominciò e riuscì a portare a termine il Rosario.
Molti lo videro in questi ultimi istanti, alla primissime luci dell’alba, dalle barche tutt’attorno alla nave, e testimoniarono che sino agli ultimi istanti risuonò il canto del Salve Regina da lui guidato e soffocato poi dalle urla di chi stava affogando quando la nave si impennò verso il cielo e cominciò a sprofondare.
L’anno dopo, andò a Roma e fu ricevuta dal papa, il santo Pio X, la coppia di New York che padre Thomas non aveva potuto sposare. Il pontefice, cui erano giunte solo notizie vaghe, si fece raccontare la vicenda e alla fine, commosso, disse che quel sacerdote era «un autentico martire della fede, per il rifiuto di salvarsi – salvando così altri – e un coraggioso testimone del Cristo». Tra i cattolici inglesi, in effetti, è ancora ricordato e venerato. (V. Messori, Santo prete sul Titanic in Vivaio, “Il Timone”  n. 87, XI, Novembre 2009, p. 64.)



MONSIEUR VINCENT
3 marzo 2011, 9:42 am
Filed under: Agiografici, Cattolici, Film

(Monsieur Vincent)

Fr 1947, di Maurice Cloche, con Pierre Fresnay, Gabrielle Dorziat, Aimé Clariond…

Monsieur Vincent è uno di quei vecchi film dispersi dalle memorie e dai palinsesti ma, ed è questa una cosa insolita, facilmente reperibile nella versione DVD. L’avventurosa vita di San Vincenzo de’ Paoli viene rappresentata nella sua sola seconda parte quando, superati gli anni del duro lavoro giovanile nei campi, degli studi teologici, del tracollo finanziario cui seguì un rapimento sui mari per essere venduto come schiavo in Turchia, il sacerdote si dedicò con rinnovato spirito di pietà alla cura delle anime povere, degli ammalati e, non ultima, la denuncia presso i potenti dell’iniqua loro insofferenza verso i bisognosi. Dopo un periodo a corte come cappellano viene nominato parroco di Châtillon-les Dombes e nella sequenza iniziale vediamo proprio il suo insediamento nel paesino dove, accolto da una “calorosa” sassaiola di benvenuto, lotterà contro la miseria spirituale e gli orrori sociali di pieno ancien régime per ripristinare l’ordine e il culto. Il primo spezzone narrativo suscita un forte coinvolgimento grazie soprattutto al convincente Fresnay e al suo atteggiamento di ieratico rimprovero e amara sconsolazione.

La sceneggiatura di spessore punteggia tutto il narrato di riflessioni acute, dipanando il lungo percorso istituzionale del de’ Paoli, coinvolto in moltissime situazioni diverse, a contatto con personalità sempre diverse, in frangenti drammatici sempre più disperanti. Un mosaico di tasselli biografici non sempre controllati e ricondotti a un progetto unitario cosa che, tradendo alcune attese, lascia percepire dei vuoti voluti certamente per trasmettere un senso di disfattismo e sconfitta cui l’insipida carità nobiliare porta inevitabilmente. Proprio quest’ultima emerge in tutta la sua grettezza, nella sua approssimazione spirituale, nelle sue parole grottesche che alludono, nel disincanto più sguarnito, a una noia esistenziale e un’ipocrisia tale da portare le ricche nobildonne “persino” alla “carità”.

L’universo miserabile raffigurato palpita di realtà e disperazione, gli stessi che da un secolo all’altro sono arrivati fino alle sofferenze del secondo dopoguerra, cui Cloche guardò per definire il contesto ma anche, e soprattutto, per trovare il desiderio di proporre una figura stimolante, capace di vedere nell’indigenza umana un nemico concreto e vincibile dell’elevazione spirituale. Capita, durante la visione, di sentire il tocco freddo di uno sconforto razionale, lontano da un’idea di provvidenza benigna; è il coraggio del film che trae da un principio di fedeltà storica e sociologica l’energia necessaria a ribadire la desolazione di un sistema che accetta Cristo lasciandone da parte l’insegnamento. Ecco che trasaliamo, scopriamo le atrocità di un’epoca che si vorrebbe morta e sepolta, ci chiediamo come possa sperare in Dio il ‘de Paoli di fronte alla crudezza di un mondo radicalmente corrotto. Nella laconicità del finale permane proprio questo senso di donchisciottescha abnegazione, una spinta utopistica fortissima che, testimoniata da ogni fibra del santo, funge da motore di autentica speranza, provvisoria consolazione… esempio!




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: