LA LUCE IN SALA


MAGNOLIA
14 marzo 2011, 7:45 pm
Filed under: Aperti a Dio, Film

(Magnolia)

USA 1999, di Paul Thomas Anderson, con Tom Cruise, Philip Seymour Hoffmann, Julianne Moore, Jason Robards, Philip Baker Hall, John C. Reilly…

Se La Luce in sala fosse un blog che assegna le “stellette” (cosa che non è), Magnolia eccezionalmente ne avrebbe dieci tonde tonde. È stato scritto un po’ di tutto sia nel bene che nel male… ma non ho ancora trovato una lettura che ne consideri il significato più scomodo. Quando la critica di un titolo è mescolata all’interpretazione è quasi sempre condizionata dall’interiorità di chi la elabora, per cui vorrei raccomandare a quanti stanno leggendo di astenersi dal proseguire senza aver visto prima il film: questa non è una recensione, ma una traduzione che rovinerebbe la vostra percezione. Se stavate leggendo per farvi invogliare nella visione… beh, vi raccomando esplicitamente di guardarlo… (insomma, dieci stellette!!!)

Perché Magnolia è un film aperto a Dio? Credo che quanti avessero preso l’epigono della trama come un dardo del nonsenso potrebbero storcere il naso o ritenere una lettura nello stile di chi scrive arbitraria e forzata. In realtà osservo periodicamente Magnolia sin dal 1999, l’anno di uscita, e non sempre sono stato di questa opinione. Maturando e pensando e ripensando mi sono arreso a quella che mi è sembrata l’evidenza. I travagli esistenziali dei nove protagonisti dibattentisi nel mare oscuro della vita per ben tre lunghe ore, (“La vita non è corta, è lunga!” dirà il morente Earl), convergono tutti sul ciglio del nulla, con passi alternati di disperazione e frustrazione. Fra loro c’è chi cerca il perdono sapendo di non meritarlo, c’è chi è radicalmente innocente ma deve passare nel tritacarne del mondo adulto (non è pericoloso confondere i bambini con gli angeli), c’è chi odiando con livore indossa una maschera grottesca, chi è un “fallito”e chi un inetto. Tutti non basterebbero a sé stessi, tutti non ce la farebbero ad andare avanti.

Le rane potrebbero non voler dire niente di particolarmente trascendentale, ma è con la loro illogica e immotivata provenienza, che dicono tutto. Hanno il sapore inconoscibile di un intervento dall’alto, di una piaga egizia di biblica memoria. Una piaga decisamente fuori tempo massimo che viene a salvare e a interrogare su un livello altro rispetto a quello dell’analisi razionale. Il film in questo senso non è aperto a Dio, ma spalancato. Le rane non hanno alcun senso, ma ci sono. Le rane sotto forma di cataclisma inelegante e impoetico come pochi (lontano insomma dall’incedere angelico di una figura luminosa) schiacciano sotto al loro peso scrosciante qualsiasi pensiero, qualsiasi problema. Confermano il sospetto di un non senso terreno (ricordate i tre episodi iniziali sulla teoria del caso/non caso?) alludendo a un significato più ampio che distrae, fa rinsavire, scrolla via ogni ossessione. Ovviamente tutto questo consentirebbe mille altre letture parallele: le rane sono solo un simbolo, una metafora (di mille cose diverse, ad esempio quello che non conosciamo o comprendiamo, l’oscurità del futuro, la fatalità del mondo…); le rane sono l’estrinsecazione materiale e concettuale dell’assurdo della vita; le rane sono un parallelismo fra la natura biologica sconquassata e la natura umana deturpata. Insomma, le rane potrebbero voler dire potenzialmente quello che ognuno di noi crede… se non fosse che dopo l’inconcepibile accade ancora l’impensabile: in risposta alla specifica preghiera del poliziotto Jim, (l’unico che possa, nella sua ottusa ingenuità, pregare Dio fattivamente), dopo il diluvio di anfibi piove anche una (in realtà “la”) pistola. È questo l’elemento che affossa tutte le altre ipotesi. Vi è in questo, a mio parere, una precisa (ironica?) ricostruzione della logica del rapporto uomo-Dio: le rane sono “piaga” formale, sono cataclisma formale, ma salvano. La pistola cade come il più schiacciante dei miracoli quando ormai è tardi, quando non serve più, in un impeto di provvidenza.

Senza la pistola la pioggia di rane sarebbe solo un raro (qui decisamente troppo spettacoloso) fenomeno meteorologico: “Sempre si troveranno abbastanza luci per chi voglia credere e abbastanza ombre per chi voglia dubitare” dice Pascal. Ho letto molte recensioni amare, “disorientate” da questa sorta di compiacimento criptico che vorrebbe strizzare l’occhio allo spettatore medio facendolo sentire intelligente senza che egli abbia capito nulla. Mi dissocio: Anderson schiaffeggia lo spettatore a livello visivo, ma concettualmente e senza imporre nulla, consente una comprensione reale e sentita che è, per sua stessa natura, avversa al ritmo e ai temi dei momenti antecedenti, ma li accoglie  e li porta comunque tutti a compimento. Chiaramente la prima visione del film risulterà profondamente straniante, ma non ritengo che la scelta del regista sia spocchiosamente autoriale o generica o facile (come è stato detto). Allusiva è la profezia del bambino rapper (“non è pericoloso confondere i bambini con gli angeli”, dirà Donnie) che cita una formula che non può essere casuale (verrà ripetuta in due diversi momenti del film): Segui me dalla A alla Z sono io il tuo profeta, uomo inerme, io ti parlo di un gran Verme, che un giorno il collo tirò per bene al responsabile delle sue pene, scappa dal diavolaccio ma al collo ha già un bel laccio. E se merita una punizione dagliela tu, sapientone. Quando il sole bene non fa, Dio manda pioggia sull’umanità, a “lume di naso” questo ti aiuta a risolvere il caso. (In inglese: When the sunshine don’t work, the good Lord bring the rain in.) Il “Verme” nominato è naturalmente l’assassino implicato nel “caso” di cui si sta parlando.

La pioggia è la stessa cui si riferiscono i valori metereologici che intervallano in due momenti l’andamento della trama e, ovviamente, soprattutto quella finale, non preannunciata da nessun metereologo ma bensì dalla numerologia tratteggiata nel film: dopo qualche visione diventerà evidente come il numero 82 sia ridondante.

Ad attrarre l’attenzione su questo aspetto è soprattutto il momento del tentato suicidio iniziale del giovane Sid: a terra, poggiati alla balaustra, vi sono due fili metallici modellati proprio a “82”, innaturalmente disposti essi rivelano una simbologia che pervade tutto il film: Esodo (il libro citato da Donnie, il genio con l’apparecchio) 8, 2: Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono la terra d’Egitto.

A questo punto, volendo premere ancora un’ultima volta su questa interpretazione, aggiungerei che assume un plusvalore la dialettica realtà/finzione, ripetutamente attaccata nello svolgersi del film: – L’amorevole infermiere Phil (Hoffmann) è al telefono con l’operatore di Seduci e Distruggi: […] Faccio la figura dello stupido Come se stessi girando la scena di un film dove il vecchio morente cerca il figlio, ma mi creda, siamo in quella scena, ora siamo in quella scena e io credo che mettano queste scene nei film perché corrispondono alla verità, perché succedono veramente e lei mi deve credere perché sta accadendo qui, in questa casa. […] Davvero questa è la scena del film in cui lei mie viene ad aiutare!” – Quando, nel momento di catarsi finale la fragile Claire riabbraccia finalmente sua madre in preda allo stato confusionale indotto dalla pioggia di rane, la telecamera inquadra un dipinto la cui didascalia dice “Eppure è successo”. – Contemporaneamente il piccolo Stanley, da solo nella biblioteca, si (e ci) ripete: “Succede, sono cose che accadono. Sono cose che accadono.” – Infine la voce narrante che conclude la visione, ponendo alcune considerazioni sul caso, dice: “E noi di solito commentiamo, beh… se l’avessi visto in un film, non ci avrei creduto!

Ancora devo specificare che Magnolia è un ricchissimo affresco sull’uomo che apre infinite parentesi psicologiche, simboliche, di significato. È un capolavoro di tecnica, un vero pezzo di bravura, una raccolta di attori superbi, un puzzle di brani musicali azzeccatissimi. Per questi e molti altri aspetti vi rimando alle critiche ospitate altrove… qui abbiamo impostato un discorso necessariamente mirato, forse centrale ma senz’altro limitato rispetto a quanto viene trattato in un lungo film che vuole dire e mostrare tutto (il cinema, la vita, l’amore, la morte, il passato, il perdono, il peccato…) e forse è proprio per questo che non poteva esserci altra soluzione narrativa se non quella insinuante e ammutolente delle rane.

Alla ricerca di ulteriori conferme mi sono imbattutto nella seguente dichiarazioni del regista: “Le rane non hanno alcun significato. Solo il fatto che cadano ha significato. Se avessi avuto il budget,  sarebbero potute essere cani e gatti.” (fonte)



STAR PRO LIFE IERI E OGGI
11 marzo 2011, 9:52 am
Filed under: News

Vi riporto, dopo la sequela qui sotto, alcuni link firmati UCCR dedicati al cinema, una fonte sempre da privilegiare.

Il primo riguarda l’attore Eduardo Veràstegui, di cui abbiamo già parlato a proposito del film “Bella” e del corto pro life “The Butterfly Circus“.  Ad ulteriore conferma del suo riscoperto cattolicesimo, e del connaturale spirito di militanza a favore della vita, l’attore aprirà “il più grande centro pro life degli USA”.

Il secondo articolo ci dà invece la triste notizia della morte dell’attrice Jane Russell, specificandone tuttavia il sofferto ma gioioso percorso verso la scelta antiabortista, compiuto anche nell’abbraccio alla religione cristiana.



PERSONAL #2: FENOMENOLOGIA DEL CINEMA-LUOGO pt.1
10 marzo 2011, 7:33 pm
Filed under: Personal

Convinto che ogni tanto debba concedermi una finestra per sproloquiare in libertà in modo da creare un’atmosfera amichevole, vi parlerò quest’oggi di un tragico controsenso che anima il mio essere cinefilo. È una confidenza, per cui, acqua in bocca… ma sono un’amante del cinema che… non ama andare al cinema. Immagino che possa suonare abbastanza grave come rivelazione e che, in fondo, sarebbe come dire che un amante d’arte non gradisce le mostre, o che un gourmet mangia solo cibi surgelati… ma purtroppo è proprio così: vado al cinema davvero, davvero di rado. È un fatto grave “solo” sul piano ideale, in quanto al giorno d’oggi la distribuzione per l’Home Video è assai più agile rispetto a qualche tempo fa e le tecnologie più recenti garantiscono una qualità per nulla secondaria a quella ricercata da chi si fionda, abitudinariamente, al cinema. Ma sono veramente così arido da rinnegare il valore di recarsi al cinema? No, affatto. La magia del cinema nasce (escludendo in questo discorso il sottinteso processo creativo, e rivolgendoci alla nascita dell’opera in quanto opera percepita dall’occhio/cervello, dell’opera che esiste insomma in quanto a esistere è il suo pubblico) nasce, dicevo, al cinema-luogo. Recarsi a incontrare un’opera è un preciso compito dello spettatore che può, così facendo, spalleggiare in prima persona nello specifico l’operato, il pensiero, la carriera di un regista, attore, sceneggiatore particolarmente amato o seguito e, nel generico, contribuire col proprio interesse diretto a far girare la voluminosa macchina del cinema, sia nell’aspetto più prosaico del contributo finanziario, sia in quello più immanente dell’incentivo solidale/spirituale a quell’operazione, quella ricerca, quell’estetica/filosofia. Il cinema ovviamente non è solo questo… è luce che si spegne, è immersione totale nel film garantita da un luogo che è voluto proprio per garantirlo. Ma allora?

Ebbene, a costo di apparire per quell’arcigno pedante esteta che sono… dirò che, pur reputandomi una persona abbastanza paziente, quando sento la gente che parla al cinema, un pezzo di me muore (e fatalità sempre un pezzo della parte razionale). Ora mi affretto a controbilanciare: non ho niente contro le risate o gli spaventi collettivi che sono quanto di più istantaneamente empatico con un totale sconosciuto si potrà mai costruire (e dunque qualcosa di miracoloso e bellissimo), ma bensì io veramente odio, e lo dico spudoratamente su un blog cattolico, le persone che PARLANO… le persone che BLA BLA BLA. Ora, se ci siamo recati tutti nel tempio del cinema per celebrare il rito pagano del proiezionismo contemporaneo, perché tu, donna o uomo pagante quanto me, parli del libro che hai letto ieri (magari proprio quello da cui è tratto il film), o del Mirko/Marika che ti ha guardata/o così, o del fatto che a cena avete mangiato troppo pesante e forse (lo dite voi eh, non io) era meglio se saltavate il cinema e andavate a casa??? Non mi pare di fare la figura del misantropico rompiballe. Io so (ma veramente) di avere un deficit comportamentale per cui quando guardo un film non apro bocca fino alla fine, non mi muovo fino alla fine, mi sforzo di ignorare commenti e rispondere alle domande in meno di due parole e, se posso, il film me lo vedo… da solo, da vero sociopatico, per capirci. E so anche di praticare l’arte zen del controllo, per cui se uno ha la tosse ovviamente mi disturba ma non mi dà fastidio; se uno bisbiglia ok… in fondo si va al cinema anche per stare insieme no? Una fugace battutina all’orecchio che sarà mai? Se uno sgranocchia i popcorn… beh, non è piacevole, ma fa parte del rito del cinema no? E per estensione ne fa parte pure il fondo della Coca risucchiato dalla cannuccia. Non mi infastidiscono per nulla i bambini che anzi, quando sono il pubblico di un film concepito per loro divengono parte stessa dell’esperienza cognitiva. Ma quando qualcuno PARLA… beh, quando parla… prometto solennemente che non metterò mai più piede al cinema. Si, lo so, potrei essere rompiballe fino in fondo e zittire il maleducato di turno… ma non fa parte di me. Mi piace coltivare le mie isterie nell’intimità, nel luogo caldo e accogliente che è la mia psiche (martoriata). Non capita spesso, grazie al cielo, altrimenti al cinema non ci metterei proprio piede, ma quando capita quella volta ogni due… beh, è sufficiente. Anche perché… non so se lo avete notato, ma quando qualcuno ha la sfrontatezza di parlare al cinema, ha la sfrontatezza di farlo per lunghe parentesi discorsive. I peggiori sono gli adolescenti, o i giovani ante maturità in genere… perché credono che il buio di una sala dia loro lo stesso potere che si prendono nell’ultima fila di una classe affollata… e se gli scappa, passano pure tutto il tempo del film a scalciare allegramente il sedile che hanno di fronte. Il secondo posto va ai cinquanta-sessantenni che, con l’atteggiamento di chi dalla vita ha ottenuto abbastanza (e dunque un film risulta in sovrappiù), non si rassegnano allo spreco di tempo riciclandolo chiacchierando a tono medio-normale. Il terzo posto va alle persone (di solito ragazze) che ammettono con dovizia di particolari, (a voce alta perché terrorizzate), di star avendo decisamente troppa paura per il film horror cui sono state obbligate da fidanzati/amici/nemici a presenziare.

Ma ora veniamo all’antidoto degli antidoti.

Qualora il pubblico in sala non fosse silente come una tomba, sapete quand’è che tutto diventa sopportabile? Esattamente quando capita di accorgersi che un film sta parlando a tutti con efficacia, indifferentemente dall’età, il tipo sociale o l’interesse per il film, andando a tramutare quella che prima era una massa scomposta, in un unico corpo umano rapito e attonito nel silenzio da un momento di forte dolore, paura, tensione, attesa… un momento assoluto che viene trasmesso con l’universale linguaggio delle immagini e del mutismo, e che equipara ognuno all’umanità dell’altro: è bellissimo, e vale ogni sopruso uditivo precedente… C’è, in quel panico momento di sospensione (della platea e della pellicola), un secondo in cui mi ritaglio un pensiero per rendermene conto, sacrificando di cuore una manciata di fotogrammi al momento della vita, alla sincronia emotiva dell’uomo, un uomo che sa capire sempre il linguaggio telepatico dell’arte, il linguaggio del cinema.

Anche se non vado spesso al cinema lo ammetto… nel salotto di casa tua, questo non succede. (continua)



GOD IN THE STREETS OF NEW YORK
8 marzo 2011, 11:54 am
Filed under: News

Per chi non ha mai avuto la fortuna di andarci, e subisce quotidianamente una frustrante fascinazione a distanza attraverso il grande e piccolo schermo (leggete: filippociak), New York rappresenta una meta da sogno e un’incognita che verrà isolata soltanto in loco. Come possiamo mettere assieme le migliaia di immagini filtrate che ne possediamo? E’ la città libertina multicolor-frizzante di Sex and the City, o l’algida e spenta sede degli omicidi più efferati di C.S.I. New York? La culla rassicurante di sit-com quali Friends ed Alla fine arriva mamma, o il set naturale dei migliori film di qualsiasi genere, dal thriller alla commedia, dall’horror al romantico?

Ma poi… essendo New York il centro dell’universo, la città che non dorme mai, la capitale dell’arte contemporanea dagli anni ’60, la megalopoli per antonomasia e, infine, il simbolo dello sfregio all’Occidente… avrà mai il tempo per la contemplazione religiosa, nella fattispecie cattolica? Sarà possibile praticare la fede come facciamo noi nei nostri paesini di quattro case o nelle nostre capitali grandi come un isolato della Grande Mela? Si risolve tutto nella neogotica e sovraesposta (cinematograficamente parlando) Cattedrale di San Patrizio… o il cattolicesimo, disperso nel mare di etnie e culti, pulsa anche altrove?

Per rispondere a tutte queste domande ci viene in soccorso la casa di produzione cattolica e… newyorkese – di Brooklyn per la precisione – Grassroots Films. God in the streets of New York è l’unico titolo che ci restava da riportare dopo le altre ottime prove di questa casa: The Human Experience, Fishers of Men e il promo per la GMG 2011. E’ di enorme interesse scoprire ciò che è assolutamente normale, ossia che oltreoceano le pratiche sono identiche alle nostre e che vengono portate avanti nonostante il traffico, il caos, il pubblico incuriosito. Come sempre la lingua è inglese e non c’è distribuzione italiana: per ora accontentiamoci del bellissimo trailer!



FOTOGRAMMA/PENSIERO #7: TITANIC
5 marzo 2011, 12:49 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(Titanic, USA 1997, di James Cameron)

Il colosso nautico simbolo del progresso di inizio 900 si è riproposto in formato kolossal al limitare dello stesso secolo. James Cameron, pur con qualche concessione rosa di troppo, ha creato una poderosa macchina filmica capace di metabolizzare una quantità di piani di lettura, significati, personaggi minori e storie di contorno, davvero notevole. Proprio fra queste storie secondarie, parallele al grande melodramma romantico, (e a riprova dell’accurata ricerca storica preliminare alle riprese) abbiamo anche alcuni fotogrammi dedicati al sacerdote cattolico Thomas Byles, preziosi per la nostra rubrica.  Essendo la sua storia di grande interesse vi propongo alcuni stralci da un articolo a proposito, firmato dall’eccezionale Messori sulla rivista Il Timone (che approfitto per consigliare calorosamente).

Sappiamo molto […] delle ultime ore dell’inglese, Thomas Byles. Figlio di una agiata e nota famiglia imparentata con la nobiltà, laureato a Oxford, anglicano per nascita e formazione, con un lungo processo interiore giunse alla decisione, vicino ai quarant’anni, non solo di farsi cattolico ma – scandalizzando ancor più la sua famiglia – di farsi sacerdote secolare. Studioso e autore di libri non aveva esitato, per umiltà, a fare il parroco in un villaggio rurale dell’Inghilterra per i poverissimi contadini cattolici irlandesi emigrati. Nell’aprile del 1912, don Thomas accolse l’invito del fratello di celebrarne le nozze a New York, dove era divenuto un importante industriale.
Voleva viaggiare su un piroscafo più modesto ma la Compagnia lo dirottò sul Titanic anche perché si voleva che il viaggio inaugurale registrasse il tutto esaurito. Da amici facoltosi, si fece comprare un altare portatile e il necessario per la Messa in viaggio e, appena salito sulla enorme nave dai quattro fumaioli alti come campanili, ottenne dal capitano il permesso di attrezzare a cappella cattolica un angolo della terza classe, dove celebrò tutti i giorni. I suoi fedeli erano soprattutto i passeggeri della terza classe, povera gente che andava a cercare fortuna in America.
Il 13 aprile era Pasqua, il giorno dopo, Lunedì dell’Angelo celebrò quella che sarebbe stata la sua ultima messa. Una signora che vi partecipò e che riuscì a salvarsi ricordò bene come, nell’omelia, parlasse del «naufragio spirituale che tutti ci minaccia» e della necessità, dunque, di «aderire alla fede come a un salvagente». Parole, purtroppo, profetiche. […] Sono molte le testimonianze, raccolte tra i superstiti, sulle ultime ore del sacerdote: resosi conto della tragicità della situazione, don Thomas Byles si impose, da inglese di gran classe oltre che sacerdote, la massima calma e si diede da fare con l’equipaggio perché l’imbarco nelle poche scialuppe avvenisse con ordine e rispettando il precetto, consueto in mare, del «prima le donne e i bambini» e poi i più giovani tra gli uomini. Marinai, autorità e infine il vicecomandante stesso lo invitarono pressantemente a salire eglistesso su una barca, ma ebbero come sola risposta un sorriso un po’ ironico.
Coloro che ormai sapevano che per essi non ci sarebbe stato posto né, dunque, scampo si affollarono attorno a lui. Anche qui con calma, ordinò che si mettessero in fila e che passassero uno ad uno: poche parole, una brevissima giaculatoria e poi l’assoluzione in articulo mortis.
Avvicinandosi la fine, con il Titanic ormai sbandato su un fianco, impartì l’assoluzione collettiva a quelli che non avevano avuto il tempo di passare davanti a lui e chiese alla folla attorno di inginocchiarsi: in piedi in mezzo ai morituri, incominciò e riuscì a portare a termine il Rosario.
Molti lo videro in questi ultimi istanti, alla primissime luci dell’alba, dalle barche tutt’attorno alla nave, e testimoniarono che sino agli ultimi istanti risuonò il canto del Salve Regina da lui guidato e soffocato poi dalle urla di chi stava affogando quando la nave si impennò verso il cielo e cominciò a sprofondare.
L’anno dopo, andò a Roma e fu ricevuta dal papa, il santo Pio X, la coppia di New York che padre Thomas non aveva potuto sposare. Il pontefice, cui erano giunte solo notizie vaghe, si fece raccontare la vicenda e alla fine, commosso, disse che quel sacerdote era «un autentico martire della fede, per il rifiuto di salvarsi – salvando così altri – e un coraggioso testimone del Cristo». Tra i cattolici inglesi, in effetti, è ancora ricordato e venerato. (V. Messori, Santo prete sul Titanic in Vivaio, “Il Timone”  n. 87, XI, Novembre 2009, p. 64.)



MONSIEUR VINCENT
3 marzo 2011, 9:42 am
Filed under: Agiografici, Cattolici, Film

(Monsieur Vincent)

Fr 1947, di Maurice Cloche, con Pierre Fresnay, Gabrielle Dorziat, Aimé Clariond…

Monsieur Vincent è uno di quei vecchi film dispersi dalle memorie e dai palinsesti ma, ed è questa una cosa insolita, facilmente reperibile nella versione DVD. L’avventurosa vita di San Vincenzo de’ Paoli viene rappresentata nella sua sola seconda parte quando, superati gli anni del duro lavoro giovanile nei campi, degli studi teologici, del tracollo finanziario cui seguì un rapimento sui mari per essere venduto come schiavo in Turchia, il sacerdote si dedicò con rinnovato spirito di pietà alla cura delle anime povere, degli ammalati e, non ultima, la denuncia presso i potenti dell’iniqua loro insofferenza verso i bisognosi. Dopo un periodo a corte come cappellano viene nominato parroco di Châtillon-les Dombes e nella sequenza iniziale vediamo proprio il suo insediamento nel paesino dove, accolto da una “calorosa” sassaiola di benvenuto, lotterà contro la miseria spirituale e gli orrori sociali di pieno ancien régime per ripristinare l’ordine e il culto. Il primo spezzone narrativo suscita un forte coinvolgimento grazie soprattutto al convincente Fresnay e al suo atteggiamento di ieratico rimprovero e amara sconsolazione.

La sceneggiatura di spessore punteggia tutto il narrato di riflessioni acute, dipanando il lungo percorso istituzionale del de’ Paoli, coinvolto in moltissime situazioni diverse, a contatto con personalità sempre diverse, in frangenti drammatici sempre più disperanti. Un mosaico di tasselli biografici non sempre controllati e ricondotti a un progetto unitario cosa che, tradendo alcune attese, lascia percepire dei vuoti voluti certamente per trasmettere un senso di disfattismo e sconfitta cui l’insipida carità nobiliare porta inevitabilmente. Proprio quest’ultima emerge in tutta la sua grettezza, nella sua approssimazione spirituale, nelle sue parole grottesche che alludono, nel disincanto più sguarnito, a una noia esistenziale e un’ipocrisia tale da portare le ricche nobildonne “persino” alla “carità”.

L’universo miserabile raffigurato palpita di realtà e disperazione, gli stessi che da un secolo all’altro sono arrivati fino alle sofferenze del secondo dopoguerra, cui Cloche guardò per definire il contesto ma anche, e soprattutto, per trovare il desiderio di proporre una figura stimolante, capace di vedere nell’indigenza umana un nemico concreto e vincibile dell’elevazione spirituale. Capita, durante la visione, di sentire il tocco freddo di uno sconforto razionale, lontano da un’idea di provvidenza benigna; è il coraggio del film che trae da un principio di fedeltà storica e sociologica l’energia necessaria a ribadire la desolazione di un sistema che accetta Cristo lasciandone da parte l’insegnamento. Ecco che trasaliamo, scopriamo le atrocità di un’epoca che si vorrebbe morta e sepolta, ci chiediamo come possa sperare in Dio il ‘de Paoli di fronte alla crudezza di un mondo radicalmente corrotto. Nella laconicità del finale permane proprio questo senso di donchisciottescha abnegazione, una spinta utopistica fortissima che, testimoniata da ogni fibra del santo, funge da motore di autentica speranza, provvisoria consolazione… esempio!




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