LA LUCE IN SALA


LA STORIA DI UNA MONACA
12 luglio 2011, 11:04 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(The Nun’s Story)

Usa 1959, di Fred Zinnemann, con Audrey Hepburn, Peter Finch, Edith Evans, Peggy Ashcroft, Dean Jagger, Mildred Dunnock, Beatrice Straight, Patricia Collinge …

Il film La storia di una monaca è ancora ingiustamente orfano di un’edizione italiana in DVD. Della diva fra le dive, Audrey, si editano e rieditano tutte le commedie rosa entro collane dai toni glamour, in cofanetti celebrativi dell’attrice simbolo della Hollywood anni ’50 e di quello stile raffinatissimo ancora oggi preso a riferimento, ed esternato nel suo caso con la simpatica (inimitabile?) sprezzatura, registrata da titoli cult come Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961). Manca dunque all’appello il film in cui ella, che non ebbe un indirizzo confessionale dichiarato (sebbene a dimostrarne la spiritualità cristiana ci siano il matrimonio con Mel Ferrer, il battesimo del loro bambino, il funerale della stessa Audrey nel ’93, tutti celebrati dal pastore protestante Maurice Eindigver) interpretò straordinariamente la suora del titolo, con un lavoro di immedesimazione perfezionato da molte ore trascorse in convento e con membri della Chiesa Cattolica: “per nessun’altra mia interpretazione sul grande schermo ho speso così tanto tempo, energia e riflessione”, dirà l’attrice, che non mancherà di ricordare spesso questo titolo come il preferito della sua carriera. La critica stessa reagisce coerentemente a questa posizione in gran parte persuasa che The Nun’s Story costituisca la miglior interpretazione della Hepburn. Quanti di voi l’hanno visto ricorderanno sicuramente (fra tutte) due cose: la vivida atmosfera spirituale che il rigore totale (ad occhi laici persino esagerato) suscita, e la credibilità senza riserve del conflitto interiore della protagonista, che condurrà inesorabilmente la vicenda a una conclusione a dir poco amara. Proprio l’amarezza di cui vi parlo ha lasciato più di uno spettatore cattolico pensoso… e qualche laicista entusiasmato. Non posso motivare pienamente la presenza di questo film sulle pagine de la Luce in sala senza soffermarmi a considerare il finale, perciò auspico che fra quanti ancora non hanno avuto l’occasione di vedere questo film ci siano persone che vorranno aspettare a leggere quanto segue, o che sapranno altrimenti -cosa che non ritengo difficile- godersi ugualmente la visione di un film in cui la trama è accessoria (ma coinvolgente), rispetto alla lettura dell’interiorità dei protagonisti.
Sarebbe potuto bastare a motivare questa presenza nell’elenco dei film cattolici il contesto della vicenda che offre, per l’appunto, una delle descrizioni meglio approfondite della vita conventuale, della scelta monacale, delle istanze spirituali che sottendono ad una complessa norma di mortificazione, (difficile da digerire senza un pensiero in più anche per il più pacifico dei cattolici).
Gabriella Van der Malle, ragazza belga del periodo antecedente il secondo conflitto mondiale, entra in convento all’età di vent’anni grazie alla forza di carattere che suo padre, un noto chirurgo, le indica invece come possibile ostacolo al suo desiderio di accostarsi a una disciplina di vita interiore così rigida. Gabrielle è giovane, bella, sentimentalmente coinvolta con un coetaneo e capacissima negli studi medici… nonostante tutto questo la vita monastica le appare come la realizzazione massima. Lo spettatore la accompagna in un lungo viaggio punteggiato di difficoltà e disfatte, a cominciare dalla partenza di Gabriella dalla casa paterna, dai primi giorni di noviziato e dalle prime istruzioni delle monache anziane. Noi entriamo in convento con lei. Siamo con lei quando sbaglia, quando deve rimboccarsi le maniche e ricominciare a provare daccapo, quando deve lavorare, studiare, pregare. La seguiamo nelle sue scelte, nei fatti che andranno a delineare sempre più nitidamente uno strappo tra l’ideale monastico, la realizzazione del modello, e le effettive capacità di autodisciplina, di quotidiana rinuncia a coltivare orgoglio, vanità, autodeterminazione soprattutto. Le viene chiesto di sacrificare la sua reputazione di studiosa, e lei non può farlo, le viene assegnato un ruolo più umile di quello cui essa mirava rimanendo, erroneamente, delusa. Arrivata finalmente in Congo, dove da sempre desiderava operare come suora secondo un suo progetto, troverà nell’anticlericale medico che le viene ordinato di assistere un pungolo costante, che le sarà sempre più difficile domare. Rientrata in Belgio per esigenze di assistenza ai feriti di guerra si arrenderà, con dolore crescente, alla sua incapacità di perdonare sé stessa per non aver rivisto il padre morto nel conflitto, e al suo indurito sentimento patriottico che le impedisce di sperare la guarigione dei feriti tedeschi come per quella dei soldati connazionali. Esacerbata fino all’ultima fibra da questo processo emancipatorio in cui la preghiera assume sempre più la consistenza di uno spreco di energia e tempo, rubati al lavoro, essa si risolverà con ormai sorda determinazione alla rottura dei voti perpetui, alla richiesta, dopo 17 anni di vita religiosa, di un decreto di secolarizzazione. Il film è, a mio parere, un capolavoro di indagine. Pur dovendo modellare una materia delicata come la psicologia umana, applicata in questo caso a un rivolgimento completo della persona, non scade mai nella retorica o in scontati simbolismi. Le scene si susseguono col ritmo flemmatico e pacato proprio della vita religiosa, senza estetismi, senza forzature, senza stancare. Tutto viene mostrato con l’onesto distacco di un occhio che si sforza di essere più cronista che narratore, regalando un susseguirsi di stati d’animo, riflessioni, allusioni spontanee che fanno di questo film un lavoro di efferata intensità. La Hepburn è semplicemente fantastica, nulla da aggiungere. Negare che l’egocentrismo umano prevale in questa pellicola, quasi a ragione, sull’abnegazione religiosa, e che il lavoro laico plus-valorizzato dalla guerra deprime la tensione cattolica verso la contemplazione e le opere spirituali, sarebbe una forzatura. Ma cosa possiamo dire di Gabriella? Essa incarna lo spirito femminista che si scrolla di dosso i fantasmi del retaggio papista? È forse il simbolo di una riscossa secolare che gloriosamente si infila aldilà della sacra ruota? Oltre la più fitta trama di una grata claustrale? No… Gabriella cede a un carattere che le ha reso ogni momento una sfida insopportabile, cede alla rassegnazione di non essere portata per incarnare quel modello cui è costretta a separarsi con contrizione e con enorme senso di sconfitta. Accanto a questa sofferta nuova libertà, che piacerà giustamente allo spettatore ateo, dobbiamo dire dei molti richiami alla spiritualità cristiana più genuina, al senso del perdono cristiano, al valore del lavoro e del ruolo istituzionale della chiesa verso gli ammalati e i poveri. Gabriella alla fine non rinnega il suo percorso, non perde la fede, non dubita della rigidità cui ha voluto provare ad accostarsi, ma si ritira per perseguire quella che le sembra la sua vera (e disillusa) vocazione. Il bello di un film articolato in questo modo sta tutto nell’ambiguità raggelante della conclusione, nella polarità delle possibili interpretazioni: laicista e realisticamente acattolica la prima, cattolica e volta a giustificare la debolezza umana alla luce di una fede aprioristica la seconda. In questi casi ritengo sia utile guardare un po’ più approfonditamente alle menti cui l’opera in discussione va ricondotta, per ottenere qualche certezza in più e per proporre delle motivazioni che corroborino quella prima intuizione che potrebbe però, nella democratica verità di ogni lettura interiore, bastare a sé stessa. Abbiamo già detto della religiosità senza apparenti codificazioni della Hepburn, la quale ebbe a dire: “Posseggo un’immensa fede, ma non sono attaccata a nessuna religione in particolare… Mia madre era una cosa, mio padre un’altra. In Olanda erano tutti calvinisti. Questo non ha affatto importanza per me*”. Assai più di rilievo per la nostra disanima è la posizione del regista Fred Zinnemann, un austriaco di origini ebraiche grande affezionato delle tematiche religiose su grande schermo, e del quale non possiamo sospettare alcuna ambiguità, essendo egli fautore di quella smaccata apologia cattolica che è il film Un uomo per tutte le stagioni (1966). Aggiungiamo che egli fu sposato alla cattolica Reneè Bartlett dal 1936 fino all’anno della sua morte, il 1997. Lo stesso The Nun’s Story venne realizzato grazie alla cooperazione prestata al regista dalla Chiesa (ricordiamo che il film venne girato in buona parte a Roma). Andando ancora più a fondo bisognerà ricordare che il plot è tratto dalla vera storia di Sorella Luke, di cui il libro dell’autrice cattolica (scusate se insisto con queste specificazioni, ma è significativo) Kathrin Hulme, l’omonimo The Nun’s Story, propone la puntuale biografia. Negli anni in cui veniva girato il film (lo apprendiamo da David Zeitlin, A lovely Audrey in religious role, in ”Life”, vol.46, n°23, 8 giugno 1959) la vera protagonista del libro si era trasferita a Los Angeles e andò ad abitare presso la scrittrice (che aveva venduto oltre 3.000.000 di copie grazie alla sua storia), prendendo il nome di Gabrielle, il nome di finzione datole nel libro, ma mantenendo per gli amici il diminutivo di Sister Luke, “Lou”. La storia di Lou che apprendiamo dal giornale, costituisce in qualche modo un sorta di interessante epilogo del film: uscita dal convento ci mise un bel pezzo per riabituarsi al mondo esterno; ricorda ad esempio che alcuni amici la indirizzarono da un parrucchiere, ed ella si trovò in seria difficoltà perché non sapeva rispondere a quanto le veniva domandato, non sapeva nemmeno cosa fosse un balsamo! La prima volta che dovette comprarsi una blusa realizzò di non aver mai conosciuto la sua taglia, non ci aveva mai pensato per diciassette anni. Le commesse, riflettendo sul fatto che in 4-5 anni di prigione non si dimentica una così basilare informazione, ritennero semplicemente che la poverina provenisse da una casa di cura. Lou ricorda poi la prima volta che assistette a un film con il sonoro, piangendo talmente tanto per la storia drammatica di una donna che perdeva il figlio, ritrovandolo soltanto sul finire della guerra, da non poter uscire dal cinema, restando in attesa della seconda e poi della terza proiezione… e continuando semplicemente a piangere di più! Arrivò il 1951, e Lou si trasferì negli USA andando a vivere con la Hulme e trovandosi un impiego come infermiera presso il Santa Fe Railroad Hospital. Curare i pazienti era la sua vera passione, e in breve tempo fece carriera diventando l’assistente del direttore delle infermiere. Nel periodo a ridosso delle riprese una delle sue pazienti fu proprio… Audrey Hepburn! “Lei non volle incontrarmi”, ricorda Lou, “sentiva che la storia era troppo legata alla mia vita privata. Si sedette soltanto e mi guardò, senza pormi alcuna domanda”. Dopo The Nun’s Story, quando si trovava in Messico, a Durango, per recitare nel film Gli Inesorabili (John Huston, 1960), Audrey venne disarcionata da cavallo e si ferì gravemente (rottura di 4 vertebre, stortura di un piede, stiramento della schiena ed emorragia interna). Lou inviò un telegramma offrendosi come infermiera per aiutarla, e così il mattino dopo era già in volo per il Messico. Trovò Audrey molto abbattuta (l’articolo parla di dolore fisico e preoccupazioni legate alla produzione del film tacendo di ciò che dirà la storia: si era verificato il primo dei due aborti che segnarono l’attrice). Lou convinse Audrey a tornare a Los Angeles, dove dopo tre settimane di assistenza devota le fece riacquistare piena salute. Perdonate questa digressione a cui non ho potuto rinunciare, siamo arrivati al clou del discorso. Il film era stato una grande soddisfazione sia per la Hulme che per Lou, e quest’ultima disse, dopo aver visto un’ uncut version di quasi quattro ore: “ È stato troppo travolgente!”. Rivide il film altre tre volte, in varie versioni, e dichiarò: “Non andrò mai più a rivederlo, perché se lo faccio, correrò subito in convento. Quando vedi la cappella, tutte quelle suore… ho potuto solo stare lì seduta e piangere tutte le mie lacrime. Non ho rimpianti o altro, ma per la bellezza di quello. È una vita bellissima, la vita religiosa, se sei davvero una persona religiosa. Se puoi accettarla senza lamentarti per tutto il tempo. La gente dice che non ho sbagliato a lasciare il convento. Loro non capiscono. Così tante donne perseverano in quella vita. Loro possono sopportarla. Io no ho potuto accettarla… e ho sbagliato”.

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2 commenti so far
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ti lascio qui (non so dove altro scrivertelo)
una segnalazione di un grande film.
L’Isola film russo del 2006
davvero un film che senza moralismi
comunica un messaggio cristiano.

http://it.wikipedia.org/wiki/L'isola_(film_2006)

Commento di Enrico

Ciao Enrico, grazie della segnalazione… lo conoscevo ma non l’ho mai visto! L’avevo messo un po’ in fondo alle cose da visionare… non mancherò:)

Commento di filippociak




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