LA LUCE IN SALA


LA CONVERSA DI BELFORT
18 ottobre 2011, 2:38 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(Les anges du péché)

Fr. 1943, di Robert Bresson, con Marie Helene Daste’, Renee Faure, Jany Holt, Sylvia Monfort…

Esiste un luogo o un circuito di anime che possa dirsi completamente impermeabile al male? Sarebbe forse troppo ingenuo anche il solo pensarlo, ed ecco perché quando esso penetra, in quest’opera prima di Bresson nel convento di Belfort, potremmo essere dispiaciuti della sua azione sottile e invasiva ma, a ben vedere, non poi così sgomenti.

Annamaria, una ricca giovinetta tanto fiduciosa nella propria vocazione da contaminare l’ardore con l’arroganza, entra in convento. Un rifugio particolare, sconsigliabile in realtà alle novizie del suo lignaggio: in esso vi si accolgono e recuperano ex detenute pentite e rinnovate nella fede. Annamaria è, pur con le difficoltà che le porta un temperamento orgoglioso, seriamente fissata nel desiderio di migliorare e apprendere… ma è tuttavia con un eccesso di amor proprio che insiste, e ottiene, di dedicarsi anima e corpo alla conversione e all’assistenza della meno recuperabile fra le delinquenti: Teresa. Quest’ultima, sorda alla benché minima influenza spirituale durante la detenzione, una volta uscita di prigione compirà un atto vendicativo e, ricordandosi con mente utilitaristica dell’invito a entrare in convento, vi si recherà trovando nella clausura la migliore fra le coperture. Qui, stuzzicata dall’acceso interessamento di Suor Annamaria risponderà all’amore con l’odio.

No, l’opera di Bresson non è, come potrebbe far pensare questa premessa, una stucchevole filastrocca su come la vita di preghiera possa cambiare radicalmente un’anima disinteressata al bene. La questione è ben più complessa, e l’indagine cinematografica si rivela impagabile nella ricerca di spessore e chiarezza tanto sul piano spirituale che su quello non meno importante della psicologia. Le due anime imperfette, quella di Suor Annamaria e Suor Teresa, descrivono percorsi inversi che congiungendosi portano allo scontro drammatico. Se come osservavo nell’incipit il male entra realmente ovunque ed affonda robuste radici nonostante il terreno gli sia nemico…  possiamo altrettanto constatare come nessuno, specularmente, sia al riparo dalla Grazia. Non vi è in questa parabola il tocco favolistico del bene che vince sul male… ma proprio quello della Grazia che non vince, che si lascia piuttosto vincere e, perdendo tutto, …vince. È un insegnamento che i cristiani conoscono bene.

Di secondaria ma concreta importanza notiamo l’interesse nello scoprire e rappresentare ritmi, rituali, peculiarità della vita monastica, la quale trova una trascrittura di vivissima suggestività. Complice la fotografia atmosferica, baluginante, le teorie di monache in preghiera, in processione o al lavoro assumono la bellezza misteriosa e lontana (per un pubblico generico, certo), di un microcosmo imperfetto e umano, nonostante tutto, ma sinceramente dischiuso alla meta di ogni orazione.

Sacrificata all’indagine della vita consacrata permane una componente poliziesca bastevole a conservare allo spettatore una punta di malessere e di costante attesa. Attesa che, in un narrato dai ritmi discontinui, conduce l’occhio dal primo all’ultimo fotogramma senza sforzi, mentre i dialoghi corposi ed eleganti (propri di un film d’altri tempi), incorniciano l’efficacia delle immagini con la forza delle parole. Il minimalismo spiccato proprio del fare bressoniano si coniuga ad una mancanza ammutolente di spettacolarizzazione, tutto a vantaggio del significato. Da vedere e rivedere.

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