LA LUCE IN SALA


FOTOGRAMMA/PENSIERO #18: DRACULA DI BRAM STOKER
19 dicembre 2011, 9:21 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(Bram Stoker’s Dracula, USA 1992, di Francis Ford Coppola)

Ho sempre amato Dracula e i vampiri (in generale ma con discrimini), quindi cavalco volentieri l’onda Breaking Dawn e propongo un fotogramma/pensiero un po’ diverso dal solito (e più lungo). La sezione vampiresca del genere horror è esattamente al secondo posto, dopo quella esorcistica, per uso dei simboli religiosi cattolici: là dichiaratamente, qui più in sottinteso. Il genere gotico ha, lo si può osservare partendo dal suo stesso nome (gotico), un’intima propensione per tutto un repertorio di forme e significati cattolici, per un sapere, una tradizione “cattolica” affascinante ed arcaica, una garanzia sicura contro il male. Naturalmente non bisogna omettere che il cattolicesimo profumava, per gli scrittori anglosassoni che lo adottarono nei loro romanzi, di superstizione… una superstizione adatta a lavori immaginifici e smaccatamente scollegati dal reale.  Il vampiro ha moltissimo a che spartire con qualunque demone, e dunque l’avversione per gli oggetti sacri è quasi perfettamente sovrapponibile a quella satanica: croci, acqua santa, luoghi consacrati… nella strabocchevole filmografia del genere vampiresco, anche in salsa teen, è stata richiamata alla mente di milioni di appassionati proprio l’idea che questi elementi abbiano un reale valore sacro… almeno per qualcuno (l’industria dell’intrattenimento ha ben presto proposto un brillante reimpasto di queste associazioni mentali… come leggo a proposito di True Blood). La battaglia col Nosferatu si conduce ampiamente brandendo soprattutto la croce di Cristo, simbolo di ogni bene, e solo pochi altri elementi compongono il Sacro Arsenale dell’Ammazzavampiri. La quantità di rilavorazioni ha richiesto uno sforzo di fantasia nel proporre approcci originali a tali oggetti: in una delle migliori scene di Buffy the Vampire Slayer (7×02 – Beneath you, Nick Mark), Spike (un villain atipico) riconquistata la propria anima  restando  fisiologicamente un vampiro abbraccia un crocifisso, lasciandosi ustionare; nel film Dracula’s Legacy (Patrick Lussier, 2001) si vuole che il demonio possa essere ucciso solo tramite impiccagione (per motivi… originali, appunto), e in esso entra in scena addirittura una Bibbia che, scagliata contro Dracula, divampa facendolo arretrare.

Nel Dracula di Coppola, per arrivare finalmente al nostro fotogramma, abbiamo il brano  più intenso: si è scelto infatti di mantenere un richiamo allo “strumento” più potente di tutti, il corpo stesso di Cristo. Non si tratta, ovviamente, del ghiribizzo di uno sceneggiatore, ma della volontà di mantenere un elemento ripetutamente convocato da Stoker sulle sue pagine (per questioni più vaste, come noto, snaturate a dispetto del titolo). L’ostia consacrata è in assoluto l’elemento più sacro della cattolicità… e non stupisce, nonostante la sua palese ed irruenta valenza apotropaica (è un eufemismo, ovvio), che incontrarlo sullo schermo in questi termini sia rarissimo, visto il rispetto (o il timore di polemiche) che ovunque suscita. Nel Dracula di Stoker il male fa disperare, seduce e colpisce infallibilmente, ed è capace soprattutto di infettare quasi fosse un virus, propagandosi attraverso una sorta di rito antieucaristico. Dracula è un anticristo che dona la vita eterna insegnando quanto di più lontano possa esistere dal sacrificio: l’omicidio, di fatto, antropofagico.  Invocare la protezione sacramentale dell’eucaristia non appare esagerato… e non lo apparve di certo a Stoker, che la impiega spessissimo (in modi che si potrebbero considerare anche sacrileghi) proprio per trasmettere la misura di un orrore pervasivo e del conseguente bisogno di un antidoto estremo che non ammette, ed è questo l’aspetto interessante, possibilità di fallimento.

Stoker apparteneva alla Church of Ireland, ma sua moglie era una fervente cattolica*; i diari dello scrittore, rinvenuti recentemente* forse potranno rivelare qualche elemento in più (saranno pubblicati nel corso del 2012, l’anno del centenario della morte dell’autore). Sull’eventuale afflato pro o contro cattolicesimo del romanzo di Stoker si sono interrogati alcuni studiosi offrendo analisi critiche che conosco troppo parzialmente per lanciarmi in osservazioni sicure… tuttavia, pur intuendo la problematicità di un similie trattamento della nostra religione, sono propenso a lasciarmi coinvolgere da alcuni particolari passaggi del romanzo. Vi saluto indicandovene due fra loro collegati: Jonathan Harker prima di salire nella diligenza che lo porterà al castello del Conte e, più tardi, dopo aver percepito la gravità delle circostanze:

Era una situazione ridicola, e tuttavia non mi sentivo affatto a mio agio. Comunque, avevo impegni precisi e non potevo tollerare intralci. Ho fatto quindi per sollevarla, dicendole, con tutta la serietà possibile, che la ringraziavo ma che non potevo rinviare il mio appuntamento, e che dovevo andare. Lei allora si è rimessa in piedi, asciugandosi gli occhi, e si è tolta una crocetta che portava al collo, porgendomela. Non sapevo che fare perché, essendo anglicano, mi era stato insegnato a considerare oggetti simili poco meno che idolatrici, e d’altra parte mi sembrava assai poco gentile opporre un rifiuto a una donna anziana animata da così buone intenzioni e nello stato d’animo in cui trovava. Suppongo che ella mi abbia letto il dubbio in viso, perché mi ha messo al collo il rosario cui era appesa la crocetta, dicendo: “Per amore di vostra madre” e se n’è andata.

[…]

Benedetta sia quella buona, buonissima donna che m’ha messo il rosario al collo!, perché, ogni qual volta lo tocco, mi è di conforto e mi da forza. È strano che un oggetto che mi è stato insegnato a considerare con diffidenza, come alcunché di idolatrico, possa essere di tanto aiuto in momenti di solitudine e turbamento. C’è qualcosa, nell’essenza stessa dell’oggetto, o questo è soltanto un veicolo, un tangibile ausilio che fa tornare a galla ricordi amabili, confortanti? Un giorno o l’altro, se sarà possibile, devo riflettere sul problema e tentare di venirne a capo.

B. Stoker, Dracula, Mondadori, Milano, 2005, pp. 33, 57.

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