LA LUCE IN SALA


L’ESORCISTA – VERSIONE INTEGRALE
14 giugno 2013, 5:04 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione

(The Exorcist)

USA (1973) 2000, di William Friedkin, con J. Cobb, Ellen Burstyn, Max Von Sydow, Linda Blair, Jason Miller …

L'EsorcistaGeorgetown è nell’ombra, sulle villette borghesi, ordinate, l’oscurità notturna s’è unita al buio di un fenomeno inspiegabile, la tetraggine di un mistero tangibile e feroce. È il motivo per cui, nonostante l’ora tarda, davanti a casa McNeil ha frenato un taxi e ne è disceso un uomo nerovestito che da subito, con la sua stoica amarezza, sembra incarnare chissà come, la forza della consapevolezza. Quella descritta è une breve scena de L’Esorcista che, gelata in un bellissimo fermo-immagine, scelta come elegante sintesi del film da porre in locandine e copertine varie, ne è divenuta il simbolo. Una forte consapevolezza dicevo – una consapevolezza squisitamente cattolica – che, raschiate via le rutilanti imprese demoniache e le immagini schockanti, emerge con forza eccezionale dall’intero narrato cinematografico.

Temo che nulla di nuovo si possa aggiungere a quanto detto negli anni su questo luminoso capitolo della storia del cinema: dopo la concitazione dei suoi primi giorni il film s’è mantenuto freschissimo nelle chiacchiere degli adolescenti fino ad oggi, grazie all’aura di film maledetto/perverso/proibito (l’aneddotica è sterminata); una riedizione in versione integrale che ne ha stimolato un tardivo prequel e svariate parodie; il ruolo di pietra miliare, nei discorsi più dotti, e di termine di paragone ineludibile per gran parte della produzione orrorifica posteriore. Ovvieremo a questo impasse provando a puntare su ciò che ci interessa più da vicino, ovvero la componente religiosa del film. So che a qualcuno suonerà strano, ma oltreoceano questo lungometraggio viene definito addirittura “one of the most pro-Christian/Catholic films ever made”.La religiosità del film ha da sempre sofferto dell’irruenza visiva scelta da Friedkin, questo perché, stando alla mia esperienza, si è spesso incontrata una comprensibile ma superficiale reazione di scandalo suscitata dall’istintiva protezione dei fedeli per i propri simboli più sacri i quali, come viene inevitabilmente ad eternarsi su celluloide, sono brutalmente attaccati nell’enfasi tragica della storia. A ciò va aggiunto un senso di imbarazzo, coincidente, per altri, con la presa di distanza da situazioni giudicate dannose alla causa del “cattolicesimo moderno”, un cattolicesimo che (in barba a quanto ancora Papa Francesco ripete a giorni alterni) avrebbe conosciuto la cosiddetta “morte di Satana”, la sua definitiva investitura a pura metafora e simbolo di vari concetti negativi. Questi ultimi spettatori smaliziati vanno così ad ingrossare le fila di chi sceglie una lettura integralmente laica o razionalista, bollando il lungometraggio come opera di pura fantasia, e chiosando infine col truismo: “è solo un film”. Questa, dicevo, è la mia limitata esperienza, calata nella prospettiva microscopica di uno spettatore tra gli spettatori (nella quale, sono certo, molti potranno ritrovarsi), ma una valutazione sull’impatto religioso ad un livello più significativo è offerta dal regista stesso, che così si esprime:

“Il film è stato sostenuto e lodato ai più alti livelli della Chiesa cattolica. Ad aver avuto problemi col film sono state persone provenienti da altri gruppi religiosi o con nessuna religione in particolare. Molti dei loro problemi, credo, sono nati da una mancanza di comprensione del rito romano e del cattolicesimo in sé, per la quale nutro il più profondo rispetto. Ma ben pochi studiosi cattolici ebbero dei malumori sul film*”.

Karras Dyer

Padre O’Malley, che nel film interpreta Padre Dyer, illustra a Jason Miller la gestualità corretta per dire Messa. (Da Catholics in the movies, p. 217 – Courtesy of the Academy of Motion Pictures Arts and Science.)

Il teologo gesuita Padre Thomas Bemingham, il religioso coinvolto come consulente alla realizzazione del film (e che Blatty ringrazia in fondo alla sua fatica letteraria di ispirazione alla pellicola, “per avermi suggerito il tema di questo romanzo”, e che interpreta, fra l’altro, il rettore dell’università nel film), intervistato da Radio Vaticana il 2 febbraio 1975 ha affermato che L’Esorcista non è il solito film dell’orrore ma qualcosa di molto diverso; un’opera che, mettendo a parte le esagerazioni cinematografiche, affronta di petto, e seriamente, il problema del male. É benevolo anche Padre Gabriele Amorth, che qualche anno fa (ovvero – me lo permetto col gran rispetto che gli porto – quando appariva più equilibrato) così diceva:

[…] sono anche grato al film l’Esorcista che, pur volendo dare spettacolo, con scene irreali, è un film che sostanzialmente è esatto. Ha avuto un impatto mondiale, con un pubblico vastissimo, ha rimesso nelle orecchie delle persone l’esistenza di questo strano essere che si chiama Esorcista, di cui si erano perse le tracce. Ha divulgato il personaggio dell’esorcista. […] (M. Tosatti – G. Amorth, Inchiesta sul demonio, Piemme, 2003, p.59).

exorcist 01

Il film mi pare che si spinga molto oltre, e magistralmente (senza retorica o sciatti trionfalismi) rivela un’attenzione quasi filologica nella trasposizione in immagini del rituale; mostra il profondo realismo, la razionalità dell’esorcista che interviene (e così deve essere), solo allorquando la scienza risulta impotente (quando si possono escludere cioè tutte le patologie psichiche note); allude al nesso cruciale tra spiritismo e possessione; mostra l’esistenza personale, concreta e attiva del demonio (non, come d’uso, un attraente tenebroso figuro tanto cattivo quanto affascinante, ma entità animalesca di grottesca volgarità); infine soprattutto, la realtà salvifica dell’operato sacerdotale che è, tra l’altro, il cardine dell’intera vicenda (il titolo è “L’Esorcista”, non “Il demonio”).

Naturalmente è bene precisare anche dell’altro: si tratta di un film dell’orrore, né apologetico né catechetico in prima battuta, e ci tengo a completare il quadro delle opinioni autorevoli facendo presente quanto espresso dallo stimabile esorcista Don Gino Oliosi (autore dell’ottimo Il demonio come essere personale – Fede & Cultura) il quale, in occasione di un appuntamento entro la rassegna Cafè Teologico di Desenzano, privilegia un giudizio di impronta pastorale che dà peso all’irrealtà del film:

Le possessioni, che oltretutto sono rare, le vessazioni, le ossessioni, le negatività, sono i modi diversi con cui si verifica empiricamente la sua azione [del demonio], sono la punta di un immenso iceberg. Purtroppo queste sono quelle che fanno notizia. Sapeste quanto male ha fatto nella televisione L’Esorcista, non so se voi l’avete visto, quanta gente debole psichicamente ancora oggi è influenzata da quello. Che poi, com’è il linguaggio cinematografico, ha deformato completamente l’esorcismo come preghiera, e quindi ha creato il terrore. E io non vorrei che identificaste l’azione del demonio con quello che vi ho descritto [si riferisce alla testimonianza diretta del suo ufficio d’esorcista, offerta appena prima]*.

exorcist 02

Ho mantenuto l’aspetto colloquiale del messaggio, trasmesso oralmente. Don Oliosi intende dire, potendo valutare con completezza l’intero suo discorso, che l’azione ordinaria del demonio, infinitamente più imponente sebbene meno sensazionale, è in proporzione molto più dannosa per l’anima umana della possessione (anche per la sua minor evidenza). Il sensazionalismo eccitato da film come L’Esorcista, e ancora più la fantasiosità in esso contenuta, oscura questa verità che dovremmo considerare quotidianamente, legando altresì la natura della preghiera, e soprattutto l’azione della Grazia da essa promanante, a un annichilente senso di paura o ad immagini pittoresche e banalizzate. Verissimo, e l’ho rimarcato perché ne sono assolutamente convinto; tuttavia se si colloca lucidamente il “chiasso” proprio dell’opera filmica nel posto che gli spetta, ovvero tra gli effetti legati a un’opera artistica che solo dopo aver spaventato, vuole dire qualcosa di estremamente serio, porrei senza la minima esitazione L’Esorcista tra i film fieramente cattolici. Questo non significa che una bestemmia cessi di essere una bestemmia o che ci si debba rallegrare di vedere una statua della Vergine brutalizzata indecentemente (per non dire altro), ma credo che questi scempi possano essere tollerati in vista del messaggio e della catarsi finale, i quali ne traggono proporzionale vigore, spessore e autenticità.

exorcist 03

Aggiungerei che la blasfemia è un ingrediente inevitabile legato a queste realtà drammatiche, e non dovrebbe essere intesa come una tara particolare del film. Chi leggesse il romanzo da cui si è trasposto fedelmente il film (il vero punto di forza dello stesso, anche secondo il parere di Friedkin), scoprirebbe che la crudezza relativa a questa blasfemia è infinitamente più abbondante ed accanita, costituita di immagini orripilanti e valanghe di dati – con tutta probabilità non inventati (si parla ad esempio, è l’unico dato che mi è capitato casualmente di incrociare con studi storici specifici, dell’episodio di Loudun) – relativi alle più sacrileghe pratiche sataniste, perversioni, deformazioni mentali. Una mole di informazioni anche scientifiche (sulle varie patologie mentali o abilità psichiche) che non bastano forse a definire il romanzo come “documentato” – non era comunque nelle intenzione dell’autore – ma testimoniano l’intenso lavoro di ricerca propedeutico alla stesura dello stesso. Nonostante il risultato di questa minuzia gravi pesantemente sulla sensibilità del lettore cattolico (anche con picchi traumatici!), essa nulla toglie alla verità ultima della vicenda che anzi, ne è irrobustita profondamente, sostenuta dal pilastro di una lucidità trasparente, concreta e credibile perché poggiante sulla solida base del disincanto e dello scrupolo. Non è da temersi insomma il confronto frontale con un realtà disgustosa e scomodissima pur di avvicinare la Verità. Una verità ultima coronata fra l’altro da una manciata di pagine di raffinata meditazione cattolica e di alto valore formativo, preludio alla conclusione della storia che, come saprete, è lieta solo parzialmente: un finale agrodolce che diviene l’apice delle esagerazioni denunciate da Oliosi, ma che nel linguaggio drammatico e romanzesco intendeva, mi pare, sconfiggere il fortissimo demone Pazuzu attraverso il sacrificio più grande ed eroico che Padre Karras, come uomo e sacerdote, potesse compiere.

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La prova del nove dell’ortodossia e preziosità di questo terribile film si recupera tra le righe di quanto osservato da Colin Mc Dannell nel bel libro Catholics in the movies (p. 218), a proposito della prezzolata critica di testate tutt’altro che papiste:

 I critici più prestigiosi [nonostante il pubblico accorresse in massa] non furono impressionati. Vincent Camby del New York Times e Pauline Kael del Newyorker accusarono l’Esorcista di utilizzare la religione come pretesto per far soldi tramite il sensazionalismo e il sesso. Entrambi detestarono l’Esorcista con veemenza non più evocata per alcun titolo religioso fino a The Passion of the Christ di Mel Gibson.

 Tralasciamo pure gli estratti dalle critiche di questi eroici paladini.

Penso che L’Esorcista sia un grande, grandissimo film. Penso che ancora oggi dischiuda la percezione dello spettatore su un problema che ognuno può esorcizzare come crede (bubbole, lacune scientifiche, allegoria dell’errore umano, roba da antropologi, nonmipongoilproblemamifasoloridere…), ma oggettivo e reale. Blatty, da scrittore cattolico, e Friedkin da regista ebreo agnostico di grande realismo (convinto, un po’ funambolicamente nel suo agnosticismo, della realtà dell’esorcismo), consegnano alla Chiesa Cattolica un atto di fiducia, ovvero il possesso della chiave per sconfiggere il Male. Per chi crede, ciò è reale assai in anticipo rispetto ai confini di un singolo rito amministrato occasionalmente; per chi non crede questo film è un buon racconto di paura… in cui la Chiesa Cattolica ha comunque saldamente in mano le redini della situazione (e le tira mirabilmente).

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Concedendomi una parentesi personale devo confessare, non senza tentennamenti, che a me questo film ha fatto molto bene (o molto male, a seconda dei punti di vista), nel momento in cui mi è capitato di vederlo (prima liceo – dunque extended cut). Mi ha terrorizzato e mi ha spinto a conoscere, a ragionare su questo mistero. Penso abbia persino avuto una certa colpa nella mia definitiva – e ormai temo irrevocabile – accettazione della religione cattolica. Chiaramente sorrido sotto ai baffi dicendolo… eppure il ricordo di quello sgomento, l’aver aperto gli occhi all’improvviso su questioni che ignoravo bellamente e che chiedevano urgentemente di essere smentite o per lo meno proporzionate, mi appare oggi determinante. Da quel momento (probabilmente sarebbe successo poco dopo con un altro pretesto… o forse no?) ho iniziato a conoscere davvero la mia religione, recuperarla intellettualmente, porla in guerra con me stesso sapendola sensata. È solo una testimonianza, una reazione fra molte altre che però, piaccia o meno… c’è stata. E se davvero il barbiere di James Cagney, dopo aver visto questo film, ha appeso il rasoio al chiodo dopo 35 anni e s’è fatto prete*, non mi pare nemmeno la più scomposta. Gli effetti di questo film (oltre agli omicidi, gli infarti, i casi di suggestione esagerata) possono essere anche questi! Resta assolutamente sconsigliato ai minori di X anni; fate benissimo a sconvolgervi per le scene più trucide e a biasimarlo perché è scurrile ed eccessivo, ad evitarlo se siete delle anime delicate… ma riconoscetegli questo robusto e prezioso fragore religioso.

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Com’è noto, l’extended cut è sempre da preferire. Essa è forse ancor più spaventosa, ma reintroduce il dialogo tra Padre Karras e Padre Merrin che segue un tentativo fallimentare di esorcismo. Con gran dispiacere di Blatty la scena venne tagliata nella versione del ’73 per volontà del regista, che riteneva penalizzasse l’escalation finale del ritmo narrativo; eppure si tratta, secondo le parole di Blatty, di

“un’esplicita articolazione del tema che dà al film chiarezza e concreto peso morale; chiarezza perché focalizza la storia di Karras e del suo problema di fede; e concreto peso morale perché colloca gli elementi osceni e repellenti del film nel contesto del primario attacco del demonio su chiunque, vale a dire la tentazione alla disperazione”. (W. P. Blatty, The Exorcist: From Novel to Film, New York Bantam, 1974,  pp. 35, 275-81).

Chiudo lasciandovi le parole di questo dialogo, riprese dal romanzo (W. P. Blatty, L’Esorcista, Torino, 2002, p. 303), non solo per il contenuto (che la concisione del momento narrativo costringe in una riflessione assai tronca), ma per porre l’accento sulla più autentica natura di questa brutta storia, di questo “brutto” film, talvolta – forse anche a suo vantaggio e del messaggio che veicola – frainteso.

“Comunque, io ritengo che il bersaglio del demone non sia la persona ossessa… Damien, il bersaglio siamo noi… gli osservatori… nel caso attuale, ogni persona che si trova in questa casa. E credo… credo che lo scopo sia quello di condurci alla disperazione…, di farci respingere la nostra condizione di persone umane, di farci apparire di fronte a noi stessi come esseri fondamentalmente bestiali, niente altro che bruti. Esseri fondamentalmente abbietti e corrotti, spregevoli, vili, indegni. Perché, a mio avviso, la fede in Dio non è affatto una questione di raziocinio. Io credo che sia unicamente una questione di amore e che presupponga, da parte nostra, l’ammissione della possibilità che Dio ci ritenga degni del Suo amore”.

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10 commenti so far
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Per adesso scrivo solo: bentornato.
E che si tratta di uno dei miei film preferiti.
Commento meglio poi.

Commento di ClaudioLXXXI

[…] ClaudioLXXXI su L’ESORCISTA – VERS… […]

Pingback di EVENTO: L’ESORCISTA TORNA AL CINEMA. | LA LUCE IN SALA

Approvo tutto quello che hai scritto. E’ un ottimo post.

La mia opinione su quelle scene crudamente blasfeme del film (io ho letto anche il libro e lì il diavolo si divertiva a scrivere in latino la descrizione dettagliata – che l’autore non riportava – di un atto sessuale tra due sante) è che, per quanto spiacevoli da vedere, siano funzionalmente giustificate nell’insieme del film. Quello è il Male sommo, bisogna mostrarlo nella sua repellenza. Senza, il film non avrebbe la stessa forza viscerale. Quelle scene per quanto spiacevoli amplificano il messaggio del film, e siccome il messaggio è profondamente cattolico… alle fine è bene che ci siano.

Si parva licet, mi ero posto lo stesso problema scrivendo un racconto in cui il protagonista era un becero buzzurro che volevo fosse il più possibile odiato dai lettori. Avevo bisogno di farlo bestemmiare, però avevo comprensibile ritegno nello scrivere una bestemmia. Alla fine ho trovato una soluzione di compromesso facendogli esclamare “porco il maiale!”, che non è una bestemmia ma una tautologia…
Sembrano sciocchezze, ma per uno che si ponga seriamente il problema narrativo sono questioni serie.

Commento di ClaudioLXXXI

Anch’io ho letto il libro, tanti anni fa. Molto forte e ben scritto, specie in alcuni punti. Ma, mi rendo conto adesso, non ho ancora visto tutto il film. Grave lacuna, specie per uno come me (appassionato di cinema, intendo…;-)

Commento di Berlicche

@ ClaudioLXXXI – Ehm.. sì Claudio, detto così è mirabilmente chiaro, nonché conciso. È proprio il nocciolo della questione. Racconto!? Dove :) ?

@ Berlicche – A me il libro – colpa mia che l’ho affrontato forse troppo presto – ha sgomentato seriamente. E per il film devi proprio rimediare :)

Commento di filippociak


Ah ma allora l’avevo già letto, ovviamente :)!

Commento di filippociak

Il film è uno dei miei preferiti, ed il libro devo decidermi a prenderlo in prestito, accidenti alla mia lentezza.
As usual, il tuo commento è nutrito, puntuale e interessante – lo condivido praticamente in toto, infatti qualche riserva, da chiarire, ce l’ho su parte delle dichiarazioni che riporti.
Per esempio, fermo restando che la Linda Blair che conosciamo non è cosa nè da tutti i giorni, nè forse neppure da rara eccezione; lo stesso Amorth che ci ha tenuto ad attutire il colpo di fatto descrive casi ben poco distanti da quello messo in scena, vomito verde a 360° a parte. Ma, forse, si tratta di quell’Amorth meno equilibrato di cui tu parli, dal momento che mi riferisco ad uno degli ultimi suoi libri – (L’ultimo esorcista, manco a farlo apposta)?

In generale mi lascia sempre stupita quando non irritata la reazione che tu definisci di protezione, di tutela dei simboli: non perché tutto debba esser lecito e via dicendo, ma perché – al di là della personale sensibilità, che però non dovrebbe incidere sul giudizio sul prodotto in sè – è di una tale evidenza lo scopo positivo di quello che è poi un riportare dati di realtà seppure confezionati ad arte, e per altro con più crudezza ma anche più finezza di parecchi altri horror, che indignarsene mi fa inevitabilmente pensare: “non hanno capito una mazzafionda”.
Sarò intransigente io, oh. Ma non si tratta di dover apprezzare per forza: si tratta di non vociare come anatre starnazzanti al primo accenno di qualcosa che – forse – si presenta problematico.

Commento di Denise Cecilia S.

Ciao Cecilia :)
Dunque dunque: di Amorth mi manca da leggere – ma è lì sullo scaffale – giusto il libro che citi. Anche nella sua bibliografia precedente non scarseggiano comunque i racconti impressionanti… come neppure in quelle dei suoi colleghi. Quindi no, non è in questo che mi esprimevo sull’equilibrio del prelato. La spettacolarizzazione di cui parla è secondo me intesa nella generica rappresentazione cinematografica, nell’esagerazione dei fenomeni che – naturalmente – sono amplificati e drammatizzati. Non intende poi, a mio avviso, puntare solo sui fenomeni (come potrebbe essere l’episodio del crocifisso ad esempio, che è certamente fantasioso e calcato), quanto sulla cappa di incontrollabilità dell’avvenimento che sfocia, come sappiamo, nel finale. Ad esempio, se ben ricordo, solo una volta Amorth ha temuto per l’incolumità di una sua “paziente”.
Poi, se proprio vogliamo dirla tutta, ho anch’io l’impressione che la letteratura esorcistica tenda a misurare fortemente le parole per non spaventare. Per ricondurre sempre tutto alla Grazia, e per non suscitare l’interesse morboso di alcuni, per non offrire elementi al culto del paranormale. Certo anche con queste cautele… alcuni aneddoti dell’Amorth, sono concorde, non sono meno inquietanti di quelli del Merrin.

Per quanto riguarda la sensibilità, che dire? Al cuor non si comanda Quando ho visto quella Madonna profanata (ero poco più di un ragazzino, avevo sempre vissuto in quello che oggi mi appare proprio un piccolo mondo antico) dopo che dall’infanzia ho sempre visto solo deporre fiori, di fronte a una statua sacra, ho sentito di trovarmi davanti a qualcosa di profondamente sbagliato. Qualcosa che sovvertiva di botto il mio raggio di coscienza… e che non avrei voluto mai vedere né – bambinescamente – sapere. Ero un ragazzino eh. Ricordandomi cosa ho provato, posso dirti che capisco le reazioni di cui parli. Certo messa su un po’ di consapevolezza la penso esattamente come te… ma non tutti sentono il bisogno di addentrarsi in queste materie. Poi starnazzare non va mai bene, certo :)

Commento di filippociak

In effetti ho a suo tempo apprezzato quel libro proprio perché, a fianco di certi racconti (che per altro non mi creano problemi) e financo di alcune considerazioni su sensitivi-aiutanti che mi hanno lasciato scettica, insiste molto sulle cautele di cui parli ed in generale sulla necessità di fornire un quadro più ampio alle esperienze di manifestazione diabolica, per collocarle al posto giusto e ritrovate il senso della misura anche in eventi tanto fuori dalla normalità.

Commento di Denise Cecilia S.




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