LA LUCE IN SALA


FOTOGRAMMA/PENSIERO #20: DJANGO UNCHAINED
2 luglio 2013, 5:03 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

DJANGO(Django Unchained, USA, 2012, Quentin Tarantino)

Sono tra quanti celebrano Tarantino, piuttosto che esecrarne il massiccio citazionismo o la violenza. Django Unchained si colloca in diretta continuità con Bastardi senza gloria (Quentin Tarantino, 2011), trasferendo l'”esorcismo della storia” dagli orrori europei a quelli americani (con tanto d’incrocio: eroe americano in “terra tedesca” / eroe tedesco in terra americana). Così Quentin riproporziona l’atto cinematografico, sostituendo alla risibilità malinconica di un falso macrostorico, la simpatica rivincita di un’invenzione microstorica.

Una delle qualità di Tarantino è la forte attenzione ai dettagli, aspetto che rende impossibile considerare casuale – ma sarebbe difficile per qualunque film – la presenza di un rosario al polso di Broomhilda. Si tratta della scena inerente un flashback di Django, nel quale sua moglie, mentre egli supplica in ginocchio, viene frustata da due sgherri. Posto che non può trattarsi di un semplice dato di colore, vale davvero la pena di meditare un attimo, azzardando senza pretese alcune spiegazioni. Chi conosce Tarantino potrà confermarmi la sua insofferenza per i contenuti religiosi, dunque occorre dare ad ogni aspetto il giusto peso, non di più. Il motore principale di tutta la tortuosa vicenda dello schiavo liberato Django, è il suo ricongiungimento alla moglie, cui è stato separato da un padrone crudele. Questa ricerca difficile, anzi disperata, non si motiva col semplice amore romantico, che pure è sottinteso e in fondo celebrato. A rendere spontanea questa impresa, a renderla automatica, scontata, fattibile senza batter ciglio… è l’amore sigillato dal matrimonio. È una minuzia un po’ pedante, che ai più sfuggirà o sembrerà un trascurabile dettaglio narrativo… e invece sostanzia pienamente uno sforzo umano temerario, un’implicita preghiera alla fortuna, a dir poco spudorata.

“Django! …Non avevo idea che fossi sposato! Ehm, beh… gli schiavi credono nel matrimonio?”, chiede Schultz, amico di Django e promotore della sua causa; “Oh… io e mia moglie sì. Il vecchio Carruca no, per questo siamo scappati”.

Django e sua moglie credono nel matrimonio, per questo – oltre a quell’amore che dà forma alla nostalgia più dolce e struggente – semplicemente non è loro concesso di arrendersi o dimenticarsi. Non è loro concesso fin che morte non li separi. Il succo è questo. E Tarantino, se ho capito quanto egli tenga al realismo dei suoi personaggi, delle sue trame tutto sommato improbabili, lo specifica appositamente. E lo rimarca con quel rosario strattonato nell’aria dai colpi della frusta. I due credono nel matrimonio perché credono nel loro amore, e possiamo credere che per loro la questione non sia umorale o mentale, ma forte in quanto sacra. E da qui  il plot attinge l’epicità del suo respiro, di un percorso in salita che, come detto proprio nel film, sa di leggendario. È uno stratagemma mirabile utilizzato con rara intelligenza laica, come dato culturale efficace, con sottintesti religiosi concreti ma finalizzati alla trama, non a sé stessi o al loro opposto.

La scelta di Tarantino non è forzata, e viene adottata proprio in forza di precise fattualità storiche. Nella scena scelta per questo ventesimo Fotogramma/pensiero, si allude al sistema filosofico cristiano protestante, il quale aveva strutturato questi errori anche attraverso la strumentalizzazione delle Scritture. Uno degli aguzzini di Broomhilda, uno dei fratelli Brittle, è figura caricaturale di questo meccanismo il quale, mentre la frusta viene fatta vibrare, impugna saldamente una Bibbia e declama i versetti più congeniali al suo sadismo. La cattolicità della coppia, in questo contesto, non solo è compatibile al sentimento di alterità degli aguzzini, ma è correttamente convocata a livello storico: molti schiavi furono infatti cattolici, in particolare quelli prelevati dal Congo.

Tornando al nucleo del discorso, non si deve rimaner stupiti che l’universo tarantiniano contempli questi assoluti, né si dovrebbe forzarli in una direzione confessionale, dal momento che valgono al livello umano più basico e sanguigno. Ho sempre pensato che Kill Bill (Quentin Tarantino, Vol. 1, 2003; Vol. 2, 2004) fosse in definitiva un grandioso affresco sulla maternità. Tolti i fuochi d’artificio rimangono l’amore immenso di una donna per suo figlio,  quello che è disposta a fare per il suo bene, e quello che è disposta a fare per placare il dolore di averlo perduto.

Qui, in D. U. avviene lo stesso per il matrimonio e, rinunciando all’esplicito alone confessionale dell’oggetto scelto, (che comunque stona con l’esasperata vendetta dei film tarantiniani), si può ben guardare all’amore che sa di essere per sempre, e che può produrre una garanzia indistruttibile – quale che possa essere – di questa consapevolezza.

Che simbolicamente il cattolicesimo trasmetta ancora questi antichi valori, che sono certamente religiosi ma altresì squisitamente laici (e Tarantino, essendo “ateiggiante”, lo sa e li sceglie per questo), non può che farci piacere.

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2 commenti so far
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Sarebbe d’uopo citare anche la problematica conversione del killer Jules in Pulp Fiction. Anche chi non ha mai letto la Bibbia riconosce subito il versetto (inventato) Ezechiele 25:17.

Commento di ClaudioLXXXI

Aggiungo a quanto detto che in Kill Bill la protagonista riconosce di essere madre e che si pone subito in difesa di suo figlio anche quando questi è solo “un grumo di cellule”. Adoro quel film!

Commento di Mary




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