LA LUCE IN SALA


FOTOGRAMMA/PENSIERO #22: LA GRANDE BELLEZZA
23 aprile 2014, 10:43 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

LA GRANDE BELLEZZA

(La grande bellezza, Italia / Francia, 2013, Paolo Sorrentino)

C’è una frase che Cronin mette in bocca al protagonista di un suo romanzo, Le chiavi del regno, che esprime un disincanto che presto o tardi visita ogni cattolico: “è strano, da ragazzo ero persuaso che tutti i preti fossero infallibilmente buoni…”. E invece, cito ancora dalla stessa pagina, sono “terribilmente umani”.

È umanamente macchiettistico il cardinal Bellucci che s’è costruito un patetico ruolo mondano di conoscitore gastronomico, relegando l’antica vocazione assieme agli imbarazzi, nella sfera del rimosso.

Jep, che lo importuna da qualche tempo con la sua crisi esistenziale senile, osa porgli un’ultima indecente domanda: “Ma è vero quello che si dice in giro? Che lei è stato un grandissimo esorcista?”. Al posto della risposta arriva, come uno schiaffo, la solenne benedizione; che vuole glissare, ma non solo. È l’atto sacerdotale strappato con un ricordo scomodo, il diversivo seccato con cui ritrarsi dalla verità che si è tentato di nascondere per vanità e paura. È un atto che vuole rispondere senza mentire; mettere a tacere per contrastare il passato e il dolore, ma nella costrizione di una responsabilità che, almeno davanti al male, torna a sopravvivere.

Una scena davvero suggestiva, tra le molte di un film che le ha volute costruire tutte col goniometro. Non c’è alcun dubbio che il regista si mantenga volutamente su un’ambiguità di maniera che gli consente di (in)esprimere tutti i giudizi (quello qui sopra è un mio pensiero sulla scena, il cardinale potrebbe tranquillamente essersi seccato e basta). Soprattutto sulla religione. Certamente ha delle critiche da fare e legittimamente le fa, ma non mi metterei in fila con quanti si sono dispiaciuti per questo.

Quella che Sorrentino dipinge è una Chiesa troppo umana per essere vera, ma lui la guarda e la giudica dalla prospettiva di Jep, del flaneur distrutto che non sa né dove sta andando né quasi da dove è partito. È in questa dinamica di ineluttabile sprofondamento che le mancanze della Chiesa divengono imputazioni: i suoi salvagenti sono gettati in cambusa. La Chiesa viene punzecchiata con cose sceme (tipo il prete che ordina lo champagne), e cose purtroppo molto serie; una sorte cui viene sottoposto anche tutto il resto: in questo Sorrentino è proprio onnicomprensivo, e dunque nichilista più che anticlericale. Per l’arte, il radical-chic, Roma (come concetto complessivo), tuttavia la delusione sembra meno cocente: a queste cose non si può rinfacciare di essere il sale della terra. A me il film è piaciuto. E sono pure contento che abbia vinto l’Oscar.




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