LA LUCE IN SALA


GPG: “DARIO” E “SANTA LIBERTA'”
27 aprile 2011, 10:54 am
Filed under: News

Un frame dal trailer di "Dario"

Da alcuni giorni è disponibile online il trailer dell’ultima fatica firmata Gpg Film (regia di Filippo Grilli), casa di produzione di ispirazione cattolica di cui abbiamo già parlato a proposito di Voglio essere profumo. Questa volta ad essere presentato è un cortometraggio realizzato in collaborazione coi ragazzi della Scuola di formazione professionale dei Salesiani di Sesto San Giovanni. Si intitola “Dario, una storia unica come tante” e, da ciò che si evince dal trailer, sembra voler parlare ai giovani di molte di quelle situazioni conflittuali, intrise di incomunicabilità e dubbi, paure, preoccupazioni, che, per quanto spesso siamo tentati di dimenticarlo, sono caratterizzanti di ogni percorso adolescenziale; un percorso appunto, “come tanti”. Attualmente i lavori dovrebbero essere a buon punto, ma ancora da ultimarsi. La prima proiezione (con successiva distribuzione in DVD) è stabilita per il 28 maggio. I proventi delle proiezioni e delle vendite saranno, come di consueto, destinati a progetti benefici (in questo caso alla Comunità Shalom di Palazzolo sull’Oglio, impegnata nel recupero di tossicodipendenti).

Il cantante Roberto Santoro

Le notizie non finiscono qui. Quanti hanno avuto la fortuna di vedere Voglio essere profumo (se non siete tra questi ricordo che il 19 maggio ci sarà una proiezione a Besana Brianza con la partecipazione del regista Filippo Grilli) ricorderanno molto probabilmente la bella canzone di Roberto Santoro “Santa Libertà”. La Gpg Film ha realizzato il video ufficiale del brano in questione, nel quale si riscontrano interessanti punti di contatto col film: i suggestivi luoghi delle riprese e, soprattutto, gli attori che hanno dato volto ai personaggi (che fa sempre piacere rivedere). Qui trovate il video in HD.



BUONA PASQUA
24 aprile 2011, 11:26 am
Filed under: Personal

Auguro a tutti i lettori, calorosamente, una Buona Santa Pasqua. Oggi Cristo è risorto… non c’è, né potrebbe esserci, giorno più radioso.

Come pensiero di Pasqua ecco una foto di una scultura a cui sono molto affezionato. L’artista è Andrea Jori.



LA PASSIONE DI CRISTO
22 aprile 2011, 4:20 pm
Filed under: Cattolici, Film, Storia sacra

(The Passion of the Christ)

Usa, Italia 2004, di Mel Gibson, con James Caviezel, Maia Morgenstern, Sergio Rubini, Claudia Gerini,Monica Bellucci, Rosalinda Celentano, Luca Lionello…

La Passione di Cristo è divenuto, sin dal momento della distribuzione nelle sale, un film imprescindibile per tantissimi cristiani. Ideale per riconcepire anno dopo anno i contorni di un sacrificio reale quanto passibile di astrattismo, e dal quale la storia tutta è stata rivoltata come un guanto. Non credo sia possibile, a distanza di sette anni, scrivere o elaborare concetti che sappiano di nuovo, rivelare retroscena trascurati, proporre una valutazione che non sia debitrice di quanto è già stato detto sia dai detrattori che dai promotori. Una cosa è comunque certa… tutto ciò non è per nulla sufficiente a spostare la mia attenzione su qualcos’altro, dal momento che un film così importante (sia per la storia del cinema che per la dimensione spirituale di ognuno) non può e non deve mancare nel piccolo progetto de La Luce in sala. È il momento centrale della storia umana: il mondo non sarà mai più lo stesso dopo quelle dodici ore di strazio, e il film scorre infatti nella consapevolezza di un bisogno di maestà delle immagini, dei ritmi, delle atmosfere. L’impronta è decisamente celebrativa, non in termini di tributo (che avrebbero potuto rendere il tutto troppo artificiale o retorico), ma piuttosto imbevuta di una manifesta consapevolezza dell’inaudita importanza di quel momento: un’importanza non personale per il regista (o meglio, non principalmente), ma cosmica, universale, pre-escatologica.

Ricordo molto bene nel periodo antecedente l’uscita nelle sale come la gente esclamasse, con un misto di incredulità e noia: ancora?!? In effetti l’esclamazione potrebbe essere legittima: di film su Cristo e il suo percorso di Rivelazione ce ne sono parecchi. E allora? Che cos’ha la Passione targata Gibson di così speciale? Iniziamo col dire qualcosa di superficiale: l’attualizzazione estetica. La Passione parla così bene perché comunica secondo lo stile e i modi delle sensibilità più aggiornate. Si tratta solamente di una constatazione squisitamente tecnica e visiva, ovviamente. Le immagini sono nitide, fresche… popolate di suggestioni efficaci proprio per il pubblico di oggi. Basterebbe la sequenza nell’orto degli ulivi per rendersene conto: un Cristo umanissimo tentato come ognuno di noi di disperazione, un demonio agghiacciante sospeso magistralmente tra fascino e grottesco, l’azione delle guardie e i discepoli che rallenta senza uniformità per porre i giusti accenti sulle mosse della guerriglia, il sibilo metallico delle lame, il contrasto superbo tra i blu della notte e l’oro delle fiaccole, il fischio doloroso dell’orecchio che viene reciso. Insomma, potrei continuare per ogni minuzia del film…

Il secondo aspetto da considerare è la fortissima impronta cattolica di questa trasposizione. Largo spazio viene lasciato a Maria, anche cinematograficamente co-protagonista della storia della salvezza; vengono inoltre riportati passaggi nodali dei Vangeli con la felice scelta del flashback che, oltre a punteggiare la Passione di rimandi teologici e mnemonici che aumentano il complesso di emozioni, fanno del film una trascrittura dell’interpretazione dei fatti, appunto, cattolica. Ecco allora un’ ultima cena che manifesta il senso intrinseco dell’Eucaristia, che ricalibra anche visivamente il concetto di “pane” e “vino”, la lavanda dei piedi, la rpofezia del rinnegamento di Pietro… Da considerare poi la presenza di episodi e personaggi esclusivamente legati alla tradizione, come la pietosa Veronica, il convertito Cassius – poi S. Longino -, brani tratti dalla penna della beata Anna Katharina Emmerick (come il dono dei panni candidi da parte di Claudia Procula alla Madonna, o la figura di Abenader, braccio destro di Pilato poi fattosi battezzare).

L’aderenza all’intero testo evangelico (arricchito tutt’al più con quanto accennato sopra) diviene garanzia della coerenza del messaggio: Cristo è Dio e uomo assieme, entrambe le sue nature si delineano concretamente; schiacciante quella umana che geme per un dolore intollerabile, dapprima tremula quella divina (tarpata perfino dall’abisso fosco del limite umano), struggente poi nella misericordia impossibile del “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”, confermata se possibile a sorpresa (dopo un dolore che ha fatto vacillare ogni speranza), nella resurrezione che resterà, per sempre, lo scandalo felice della natura biologica e la rivelazione umanamente inconcepibile dell’amore soprannaturale. I vari passaggi sono limpidi, credibili, coinvolgenti. Nel film c’è tutto, e tutto arriva a toccarci.

Lodevole a mio parere la costante sensazione di semplicità, schiettezza, debitrice di rimandi colti all’arte figurativa di Caravaggio (nei giochi di chiaroscuro, nelle posture di alcune figure) e di Michelangelo, (nella Pietà). Non vi sono mai insistenze visive, compiacimenti formali; quasi tutto fluisce nella costruzione di una catarsi crescente con solo alcuni piccoli impacci (volendo proprio limare una lode altrimenti sperticata) nel descrivere il percorso discendente di Giuda, o la natura blasfema del ladrone irrisorio. Il parlato in aramaico e latino non ostacola una percezione che si abbevera principalmente alle sole immagini (i sottotitoli non erano nemmeno previsti dal regista, che ha ceduto dopo le pressioni della produzione), mostrando una duplice finalità di realismo storico e di manifesta insofferenza a una comprensione del parlato che, nell’idea del regista (fedele a una tradizione liturgica in lingua latina) è sempre secondario rispetto al senso ultimo, e congeniale osserverei, nel creare quell’intercapedine mentale per lo spettatore che deve percepire la divinità intuendone, aldilà del percorso terribilmente terreno, lo stacco da ciò che sarebbe troppo convenzionale, vicino, appiattito dall’intelligibilità istantanea.

Tutti sanno che le critiche più massicce rivolte al film si lasciano racchiudere in sole due parole: violenza e antisemitismo. Dato che ormai il dibattito è esausto, sbrigo più per dovere di completezza che per altro, un paio di osservazioni. La violenza è minore di quella che ci si aspettava, e probabilmente persino di quella che fu realmente (cosa vogliamo dire dei 5480 “colpi” riportati da Santa Brigida di Svezia, allora? -Tiro in ballo la santa per discuterne coi detrattori cattolici, ovvio- o più prosaicamente della reale entità degli effetti di una tortura con strumenti che sono documentati?). L’epoca in cui si metteva sulla croce un adone pressoché intatto romantico e malinconico, senza il coraggio di prendere atto della ferinità umanissima che stava dietro alle pratiche “dissuasive” dei romani, mi sembra onestamente qualcosa di inutilmente pacato, letterario, che risente acriticamente della tradizione classicheggiante. Non sto dicendo che il film sia proponibile ai bambini sotto ai 14 anni, non sto dicendo di non chiamare la violenza per nome, ma sto dicendo che quella brutalità è, con tutta probabilità, stata almeno di tale entità. Anche sull’antisemitismo è stato detto tutto. Sbollentati i furori delle prime proiezioni sono rimaste le parole proporzionate di rabbini per nulla sconvolti, considerazioni sulla istupidita bestialità dei romani e sulle sfaccettature di un popolo rappresentato sia da Caifa (odiato e sul quale giravano ballate denigratorie*) che da altri membri del Sinedrio oltraggiati da quanto avviene, una folla urlante irragionevole (nella quale ognuno di noi potrebbe riconoscersi) e, infine, un ventaglio di figure eroiche tutte ebree (Veronica, Maria, la Maddalena, Simone da Cirene, Giovanni, Pietro, il buon ladrone…). Su un piano più interno, cinematografico, mi sentirei di appoggiare eventualmente una giustificazione tecnica, come offerta da Don Dario Viganò: “Se nel film possono darsi eventuali sottolineature problematiche credo siano legate ad una esigenza di stampo drammaturgico nel senso che il cinema necessita di ruoli ben definiti perché la storia vada avanti.*

Insomma, La Passione di Cristo è un film che è stato, e forse non è già più (superato lo scoglio dell’arrivo), problematico. Superati gli eccessi della critica avversa e assestatosi il parere del pubblico, credo si possa dire che questo film è veramente un brano evangelico in immagini.

Si è voluto infierire, a suo tempo, a livello teologico, sostenendo che una fissazione sul sacrificio, sulla violenza (in sfavore di una resurrezione relegata negli ultimi tre minuti) fuorviasse il vero senso della rivelazione. Non mi sembra. Anzi, essendo il titolo La Passione di Cristo, trovo il narrato coerente alle aspettative. Inoltre la discrepanza fra tempo della tortura e tempo della vittoria mi ha sempre dato l’idea di una divisione geniale fra tempo ante e dopo salvezza. Il tempo della tortura, precedente alla rivelazione, è lungo, impervio, sofferente, il tempo della risurrezione è il nostro tempo, quello che scorre ancora nel momento in cui usciamo dal cinema o spegniamo il televisore. Gli ultimi tre minuti sono centrali nel film, non sono alla fine! Semplicemente proseguono oltre quanto è raccontato dal film (e dal Vangelo stesso in una certa misura). Cristo si alza e… incontrerà la Maddalena; Cristo si alza, ed è con noi.

Le cose da aggiungere sono veramente (ma veramente!) infinite: cosa dire della scena che personalmente trovo più intensa? Quella della deposizione quando la straordinaria Maia Morgenstern (attrice ebrea il cui cognome tedesco significa incredibilmente -casualmente?- “Stella del mattino”) accoglie il corpo delfiglio fra le braccia fissando ognuno di noi, lungamente, negli occhi? Cosa dire delle innumerevoli conversioni sul set? Dei due fulmini caduti sul luogo delle riprese? Del post-film travagliato di Mel? Della posizione entusiastica di Messori e della risposta piccata di Zeffirelli? Degli incassi stratosferici? Beh… forse ci torneremo su in un altro, futuro approfondimento. Intanto vi lascio a meditare, in vista della Pasqua, in questo Venerdì Santo. Alla prossima.



PROGRAMMAZIONE TV: IL TERZO MIRACOLO
21 aprile 2011, 5:27 pm
Filed under: News, Piccolo schermo

Domenica 24 Aprile, h. 16.45 – IRIS.

Questa Domenica appuntamento sulla rete Iris per il bel filmdi Agnieszka Holland. Qui, la recensione de La Luce in sala.



13 FLOWERS OF NANJING: CHRISTIAN BALE PRETE EROE
21 aprile 2011, 11:27 am
Filed under: News

E’ una notizia del dicembre scorso… ma la ribatto per mantenere vivo l’interesse! E’ in lavorazione l’ultimo film di Zhang Himous, il più noto regista cinese. Si tratta di un progetto di proporzioni considerevoli per il quale si è resa necessaria la spesa di 600 milioni di yuan (90 milioni di $), e nel quale Christian Bale, noto attore protagonista di film indimenticabili quali Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, Christopher Nolan, 2008) sarà coinvolto, pare, come interprete principale. Il plot svolge con risonanza internazionale un frammento di storia obliterato: l’atroce episodio legato alla II Guerra Mondiale del Massacro di Nanchino (detto anche Stupro di Nanchino). Zhang, assieme al suo omonimo produttore, ha annunciato che verrà coinvolto nella realizzazione degli effetti speciali lo stesso team cha lavorò a Salvate il soldatoRyan (Spielberg, 1998) e Il cavaliere oscuro. Nelle precedenti trasposizioni televisive cinesi era ricorrente il personaggio di John Rabe, un manager tedesco in rappresentanza presso Nanchino: egli si spese senza riserve nel tentativo di arginare il pericolo per la popolazione, istituendo assieme ad altri stranieri l’ “International Committee for the Nanking Safety Zone”, (un comitato internazionale che tentò la mediazione con l’esercitò giapponese e creò aree protette) e dando personalmente ospitalità alla popolazione nelle sue proprietà.

Si sarebbe portati a pensare che un attore del calibro di Bale venga convocato appositamente per questo specifico ruolo… e invece la sorpresa (annunciata già nel titolo dell’articolo) sta proprio nel fatto che il noto attore vestirà i panni di un sacerdote americano di nome John, il quale aiuterà un gran numero di cittadini a scampare da morte certa. Il coinvolgimento di Bale non sarebbe una mera strategia di marketing, assicura il regista che, riconoscendo il tradizionale desiderio del cinema orientale di accostarsi all’occidente, ritiene comunque una coincidenza che lo script prevedesse una parte in lingua inglese.

Informazioni più dettagliate parlano di Bale come di una sacerdote cattolico che nasconderà nella propria chiesa un gruppo di prostitute e studentesse in pericolo. Il titolo in inglese (derivato dal romanzo di Geling Yan cui il film si ispira: The 13 women of Nanjing) è “13 flowers of Nanjing“. L’uscita nelle sale cinesi è prevista per il 2012. (fonte, 2)



FOTOGRAMMA/PENSIERO #10: IL SESTO SENSO
20 aprile 2011, 1:51 am
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(The Sixth Sense, Usa 1999 di M. Night Shyamalan)

Fa veramente riflettere vedere il piccolo Cole trascorrere grossa parte del suo tempo libero (prima di andare a scuola, dopo la scuola… coi soldatini, senza) in un luogo solitamente poco attraente per un bambino della sua età. Ma lui è molto particolare, lui “sente”, e lì sa di essere al sicuro.



I GIGLI DEL CAMPO
18 aprile 2011, 9:22 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(Lilies of the Field)

Usa 1963, di Ralph Nelson, con Sidney Poitier, Lilia Skala, Lisa Mann, Isa Crino, Francesca Jarvis…

Cosa succederebbe se nell’ inospitale deserto dell’ Arizona un giovane giramondo di colore incontrasse cinque suore tedesche appena giunte (a colpi di provvidenza) sul suolo americano? Per i curiosi c’è  il simpatico film “I gigli del campo”, che mostra il prevedibile risultato di una serie di situazioni che vanno dall’ allegro contrasto al vivace bonario scorno. Homer Smith ha bisogno di un pò d’acqua per il radiatore dell’auto e, ignaro delle tecniche di persuasione delle monache la chiede proprio a loro, trovandosi ben presto coinvolto nelle vicissitudini di queste coriacee signore le quali, forti del non conoscere ancora la lingua inglese, riusciranno a far leva sul suo spirito di tolleranza ed empatica abnegazione (per stuzzicarne in un secondo momento le ambizioni sopite dal desiderio di libertà assoluta). Già da queste poche righe sembrerà chiaro come il film sia effettivamente un prodotto dei suoi anni, con una morale positiva dipanata tranquillamente da una rete di progressivi approfondimenti sui personaggi, un umorismo senza malizie o sarcasmi, un plot senza eccessive tensioni. Ho sempre pensato che il bello di questi vecchi film stesse in parte nella possibilità di recuperare uno sguardo sulle piccole cose che abbiamo perduto: forse vedere Homer e la Madre superiora che comunicano attraverso le rispettive copie della Bibbia (scena memorabile), o assistere alle lezioni serali d’inglese impartite alle suore dal giovane non strapperanno l’ammirazione delle platee odierne, ma la placidità di queste sequenze accende in tutti un pensiero di ammirazione per la semplicità e la limpida simpatia di un discorso senza inutili sottintesi.

La spina dorsale del film è proprio l’incontro fra due mondi così distanti eppure vicini nella povertà, nel senso di adesione alle cose umanamente istintive quali la fede, l’accondiscendenza verso il disagiato, lo spirito di gratuito sacrificio. La costruzione della Cappella cui il giovane viene quasi costretto dalla teutonica intransigenza della suora, sarà il palcoscenico per affinare le psicologie di tutti. Homer si lascerà bistrattare dai modi rudi di suor Maria poiché flessibile nelle proprie inclinazioni (nonché tacitamente affascinato e gratificato dall’importanza che riveste il suo ruolo). La Madre diverrà dal canto suo sempre più ostile, nell’imbarazzo che le affiora dalla gratitudine e dall’affezione, ripiegando dunque ad ogni occasione su un sibillino apprezzamento esclusivamente rivolto alla divina provvidenza (quest’ultima resa credibilmente nel suo testardo nascondimento dietro alle opere degli uomini).

Un fugace ricordo va a due figure comprimarie: il burbero barista che non possiede il dono della fede, e il prete che vive in una roulotte e dice messa, suggestivamente, sullo sterrato di un parcheggio in mezzo alla polvere degli aridi territori del sud. Sidney Poitier sarà il primo uomo di colore (la prima donna fu Hattie McDaniel già nel ’39 per la Mami di “Via col Vento”, Victor Fleming)  a vincere l’Oscar per la sua interpretazione di Homer e, in effetti, osservandolo sullo schermo il pensiero corre all’America di quegli anni, ancora così sbilenca sul tema del razzismo: la Civil Rights Act, legge che abolisce la segregazione razziale, verrà sancita soltanto l’anno seguente, nel 1964. Nemmeno cinquant’anni fa.




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