LA LUCE IN SALA


DA NON PERDERE IN TV!
29 luglio 2011, 12:42 pm
Filed under: News

ATTENZIONE ATTENZIONE!!!:

Domani, sabato 30 luglio, su Raitre alle

h. 01.15 (sì… non le 13.15… sono proprio antimeridiane) verrà trasmesso il film LE CAMPANE DI SANTA MARIA;

h. 03.15 (lo so:  lo so) verrà trasmesso il film GUAI CON GLI ANGELI.

Non fateveli scappare se riuscite, magari registreteli: è possibile vederli in lingua italiana solo in questi rari passaggi televisivi, dato che che non esiste ancora una loro edizione DVD nostrana!

Buona visione!

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LA VERA CONVERSIONE DI GARY COOPER
28 luglio 2011, 12:46 am
Filed under: I Protagonisti

Vi  propongo la traduzione (un po’ a braccio e con lievi modifiche) di un recente contributo che si sofferma sul percorso umano e spirituale di una vera leggenda del grande schermo. La conversione di Gary Cooper non è una novità, ma poiché viene spesso sottaciuta o sminuita, risulta di particolare interesse un resoconto più sostanzioso. Buona lettura!

Gary Cooper da giovane

Gary Cooper, icona hollywoodiana il cui cinquantesimo della morte è trascorso quest’anno a maggio, si convertì ufficialmente al cattolicesimo nel 1958 ricevendo il sacramento del battesimo, egli aveva iniziato un percorso di avvicinamento alla fede sin dal ’50, ben otto anni prima. Al contrario di quanto viene frequentemente riportato la sua conversione non fu sollecitata dall’incombere della malattia sulla sua vita. “Assolutamente no”, ha detto sua figlia Maria Janis Cooper, “ci arrivò da solo, a suo tempo… pezzi e pezzi della sua stessa vita che ha voluto mettere assieme in un nuovo modo”.
“Aveva una spiritualità molto vera, che non era un ‘ismo’ [un’espressione teorica o dottrinaria – ndr]… con la quale, penso, nacque e crebbe, vivendo all’aperto nel West, avendo una fortissima affinità con la cultura e la spiritualità degli Indiani d’America”.

Nacque il 7 maggio 1901 ad Helena nel Montana, ma mentre il vecchio West svaniva lui diventava incidentalmente una stella, arrivando ad Hollywood per trovare lavoro come grafico pubblicitario ed essere più vicino ai suoi genitori.
Dopo qualche impiego come stunt, il bello, sobrio Cooper, venne “scoperto” e nel 1925 iniziava a recitare in alcuni ruoli non accreditati. La sua carriera cinematografica, durata ben 36 anni, è decollata col film Ali (William A. Wellman, 1927), vincitore dell’Oscar come miglior film. La sua apparizione in questo lungometraggio fu molto breve (solo due minuti e mezzo) ma, come ne disse il leggendario produttore della Paramount PicturesAndrew Craddock Lyles: “Quando è arrivato sullo schermo, questo si è subito illuminato con lui”.

Locandina de "Il sergente York"

Con soli 200 piedi di pellicola i magnati hollywooodiani sapevano di star guardando ad una stella. Cooper da solo risollevò infatti le fortune della Paramount afflosciate dalla Depressione, interpretando perfettamente l’eroe “everyman” e cogliendo in pieno lo spirito dell’epoca; ad esempio nei panni di Longfellow Deeds in È arrivata la felicità (Frank Capra, 1936), Long John Willoughby in Arriva John Doe (FranK Capra, 1941), Alvin York in Il sergente York (Howard Hawks, 1941), quest’ultimo ruolo, così pregno di spiritualità cristiana, fu il preferito di Cooper, e gli regalò la vittoria del suo primo Oscar. Gary ha incarnato l’essenza del carattere americano, in particolare quella combinazione unica di ruvido individualismo e magnanimo altruismo, nel suo caso nutrito dal west e dalla provenienza dei suoi genitori: inglesi immigrati che gli inculcarono le leleganti maniere di un vero gentleman.
“Con Gary c’erano sempre meravigliose nascoste profondità che non avevi ancora notato”, disse Jean Arthur, sua co-star nel film Arriva John Doe. Il Genere con cui Gary Cooper viene maggiormente identificato è il Western, avendo egli recitato ne L’uomo della

Virginia (Victor Fleming, 1929), il film che ha gettato lo standard per tutto il filone cinematografico. Disse in un’intervista del 1959: “Mi piacciono i western perché sono gli unici ad essere reali… storie di pionieri che hanno sfidato gli elementi e… attraverso le immagini dei western, noi realizziamo che il nostro paese era ed è pieno di persone che credono nell’America”. Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952), un western impeccabile, è considerato il suo più grande film (per il quale vinse infatti il secondo Oscar della sua carriera interpretando un personaggio  coinvolto nella lotta morale per la vittoria del bene contro il male).
Maria ha detto ancora di suo padre: “Mentre rappresentava il duro individualismo del singolo uomo contrapposto al mondo, nulla che sapesse lontanamente di egoistico o di esclusivismo personale lo riguardava”. La natura schiva di Cooper ha permeato la sua vita. Nel marzo 1961, morendo di cancro, volò a New York per registrare la narrazione fuori campo per The Real West.Il produttore TV Donald Hyatt ha ricordato la “sua semplicità e la mancanza di pretese ‘da big star’. Per esempio, una volta che non c’era posto sull’attaccapanni per il suo cappotto, Cooper ha detto ‘non spostare un altro cappotto: basta buttare il mio dove capita”. Ma, come tutti gli eroi, era mortale dopo tutto, e aveva una debolezza fatale: avendo un forte ascendente sulle partner femminili del grande schermo, Cooper inanellò una serie di più o meno brevi affair (Clara Bow, Marlene Dietrich, Tallulah Bankhead, Lupe Velez, Carole Lombard, Ingrid Bergman, Grace Kelly…). La relazione con Patricia Neal fu diversa: Cooper era sposato, e nonostante ciò, questa situazione (che Maria definisce “complicata”), durò oltre la fine delle riprese del film La fonte meravigliosa (King Vidor, 1949). Nacque nell’ottobre 1948 e continuò fino al Natale del 1951, quando Copper, realizzato che fra loro era tutto finito, regalò a Patricia una pelliccia lasciando gli Usa per l’Europa.

Gary e Rocky

Cercò conforto e guarigione in Inghilterra già nel 1931 (aveva vissuto due anni in quella terra da bambino, 20 anni prima), a seguito di un esaurimento nervoso provocatogli dalle pressioni dello star system. Dopo un anno fra l’alta società e un totale ringiovanimento, arrivò un decisivo punto di svolta nella sua vita, personificato dall’ adorabile e mondana Veronica “Rocky” Balfe, nipote del famoso direttore artistico della MGM Cedric Gibbons. Si sposarono un anno più tardi, il 15 dicembre 1933.
Veronica era una cattolica dai modi raffinati (che alcuni detrattori ebbero a criticare come snobisti), e portò grande stabilità e amore genuino nella vita di Cooper.
Tuttavia, come accennavamo, l’attore era un eroe americano che, come ricordava un osservatore ravvicinato, Ted Nungent, un elettricista degli studios Paramount: “Se è nato per la cinepresa, è nato anche per fare l’amore… Voleva soddisfare le donne, si divertiva a guardarle, ascoltarle, compiacerle… un tipo del genere non cambia!”. Non senza Grazia, s’intende.

Dopo la separazione dalla sua famiglia nel maggio 1951, sulla scia della relazione con Patricia Neal, Cooper realizzò la vacuità della sua vita. Il suo personaggio Will Kane in Mezzogiorno di fuoco, riflette perfettamente il conflitto morale che lo gravava in quei giorni.

Gary Cooper incontra Pio XII

Il 26 giugno 1953 nel corso del tour promozionale per Mezzogiorno di Fuoco, raggiunto dalla famiglia, si reca in visita al Vaticano e incontra Papa Pio XII: un incontro che lo impressionerà profondamente.
Tutti ad Hollywood avevano supplicato un ricordino. All’udienza papale, ricorda Maria, suo padre aveva dei rosari sul braccio e vi teneva aggrappati molti altri souvenir. Siccome soffriva di mal di schiena aveva delle difficoltà a inginocchiarsi e, quando lo fece, gli cadde tutto quanto a terra -i rosari, le medaglie e i santini…- Mentre il poveretto stava rimescolando a quattro zampe improvvisamente, ricorda scherzosamente sua figlia, incappò in questa scarpa scarlatta e nel lembo di un mantello!

Gary, Rocky e la piccola Maria

Ai primi del 1954, dopo aver recitato in Samoa (Mark Robson, 1953) dove, per coincidenza, interpretava un padre che ritornava dalla figlia ormai sedicenne dopo averla abbandonata, Cooper tornò dalla sua famiglia e da sua figlia, ormai sedicenne.
Dopo essersi risistemato all’interno della vita matrimoniale se ne  allontanò ancora, ora inseguendo donne meno raffinate rispetto alle sue precedenti conquiste.
Rendendosi conto dello stress che il suo “vagabondaggio” scaricava sulla famiglia, l’attore cominciò ad andare in chiesa con Rocky e Maria all’infuori della routine pasquale e natalizia. Anche se non ne ha mai parlato, secondo Maria suo padre si rivolse alla religione perché “probabilmente stava cercando più stabilità di quella che aveva personalmente trovato”.
“Accadde molto naturalmente. Domenica dopo la messa, noi scherzavamo sull’erudito e divertente Padre Harold Ford. Cooper era incuriosito e disse ‘Oh, mi piacerebbe sentirlo un giorno!'” spingendo Rocky a rispondergli “Bene, vieni con noi.”
I sermoni di Padre Ford, riporta sempre Maria, lo fecero pensare.
Contrariamente a quanto alcuni dicono Rocky non macchinò la conversione di Gary. “Non era possibile martellargli qualcosa in testa” prosegue la figlia “perché credetemi, nessuno faceva fare a mio padre quello che non voleva fare”.
Presto Rocky invitò Padre Ford a casa loro pensando che i due potessero condividere alcune riflessioni spirituali. Invece condivisero il loro comune interesse per pistole, caccia, pesca e immersioni subacquee!
Tuttavia occasionalmente le loro conversazioni iniziavano a deviare verso la religione, e conseguentemente Padre Ford e Cooper si trattenevano assieme per discussioni più lunghe, ad esempio con tragitti fino a Malibu.
Cooper venne formalmente ammesso nella Chiesa Cattolica il 9 aprile 1959.
Shirley Burden, intimo amico di famiglia (anch’egli convertito) fu suo padrino di battesimo. Dopo quell’anno Gary spiegava la sua conversione dicendo: “Ho speso tutte le mie ore di veglia, anno dopo anno, facendo quasi esattamente quello che, personalmente, volevo fare; e quello che volevo fare non era sempre fra le cose più corrette. Lo scorso inverno ho iniziato a soffermarmi un po’ di più su quanto stava nella mia testa da lungo tempo [e ho pensato] ‘Coop, vecchio ragazzo, tu devi qualcosa a qualcuno per tutta questa buona sorte! Non sarò mai niente di simile a un santo… La sola cosa che posso dire per me, è che sto provando ad essere un po’ migliore. Forse ce la farò”.
Nell’aprile 1961 un visibilmente commosso Jimmy Stewart si presentò all’Academy Awards per ritirare l’Oscar onorario assegnato a Gary Cooper, motivando quella delega con delle allusioni al fatto che il suo amico era seriamente ammalato. Il giorno seguente le prime pagine dei giornali di tutto il mondo strillavano: “Gary Cooper ha il cancro”.
Visitatori iniziarono ad arrivare, e messaggi piovevano da amici e ammiratori da tutto il mondo, compresi Papa Giovanni XXIII, la Regina Elisabetta, John Wayne, Ernst Hemingway, l’ex Presidente Dwight Eisenhower, Bob Hope, Audrey Hepburn… Perfino il Presidente in carica John F. Kennedy chiamò da Washington.
Gli amici che si aspettavano di trovare un’atmosfera deprimente in casa Cooper, trovarono invece luminosità solare, fiori freschi e musica allegra, dato che la famiglia affrontava quel momento profondamente difficile con la fede. Billy Wilder ricorda che l’ammalato vestiva con un pigiama alla moda e vestaglia, apparendo più imperturbabile dei suoi ospiti.
Come Rocky disse a Hedda Hopper “Ciò che lo ha aiutato di più è stata la sua religione. Man mano che la malattia progrediva non ha mai chiesto ‘Perché a me?’, non si è mai lamentato, è stato spiritualmente arricchito dai sacramenti e da libri come Peace and Soul, del Vescovo Fulton Sheen.

“Io so”, annunciava Cooper mentre stava morendo, “che quello che sta succedendo è la volontà di Dio. Non ho paura del futuro”.

Morì di cancro alla prostata e al colon il 13 maggio 1961; è amato per l’ indelebile ritratto dell’autentico eroe americano che ci ha regalato, un ritratto che sarebbe incompleto senza la memoria del suo ultimo eroico giorno. (Testo originale)



LE SORPRESE DELLA RETE: YOUPRETE
20 luglio 2011, 4:52 pm
Filed under: News

Aspettavo da un bel pezzo l’occasione per parlarvene. La Luce in sala osserva il mondo della video-produzione non disdegnando affatto, tra un titolo da grande schermo e l’altro, di rivolgersi a telefilm, cortometraggi, spot perfino. Capirete il mio entusiasmo quando, del tutto casualmente, mi sono imbattuto nel canale di Don Alessandro di Medio, un sacerdote romano trentatreenne che sembra aver preso provvidenzialmente sul serio il suggerimento di Benedetto XVI: “Affinché la Chiesa continui ad essere presente con il suo messaggio nel grande areopago della comunicazione sociale, come lo definiva Giovanni Paolo II, e non si trovi estranea agli spazi in cui innumerevoli giovani navigano alla ricerca di risposte e di senso per la loro vita, dovete cercare le vie per diffondere, in forme nuove, voci e immagini di speranza attraverso la rete telematica che avvolge il nostro pianeta con maglie sempre più fitte”. Youtube è sicuramente un ricettacolo di giovani menti… un canale Youtube serio-scherzoso è sicuramente, e in modo schiacciante, una di queste “vie per diffondere, in forme nuove, voci e immagini di speranza”… e dunque Don Alessandro è certamente un pioniere della comunicazione. Ma addentriamoci in Youprete, definito dal suo stesso fondatore “Il canale teo-ironico di un prete nella post-modernità, [un canale che] possa divertirvi e – perché no? – darvi qualche spunto di riflessione”. Le due anime del progetto sono subito dichiarate: serio e faceto, culturale e gioviale, clericale e personale. Don Alessandro propone insomma una serie di video che talora mostrano una, recuperando ancora le sue parole, “variante più ironica dove l’insegnamento è mescolato allo scherzo” (attualmente in netta prevalenza), e una “variante liturgica, più seria,dove i riti [vengono] descritti nel dettaglio, specialmente per gli amici sacerdoti e per i cattolici più fissati [:D]”. Particolare motivo d’interesse per i cinefili cattolici sono le recensioni di film che vengono proposte: scherzose, ironiche ma quando occorre… intransigenti e ed educative. Vi propongo qui sotto il video dedicato al film Il Rito (Mikael Hafstrom, 2011) -OCCHIO AGLI SPOILER!-, del quale vengono smascherati puntualmente quei particolari formali e d’approccio che solo un prete avrebbe potuto affrontate così bene! Date anche uno sguardo all’originale lettura di Paranormal Activity (Oren Peli, 2007), (uhè… io non c’ero arrivato!).

Come è giusto che sia su un blog di cinema cattolico ho privilegiato questo aspetto di Youprete con entusiasmo, ma confesso di nutrire, da irriducibile cattolico fissato, un debole per i filmati che illustrano minuziosamente le pratiche rituali o l’abbigliamento del sacerdote o altre infinite piccole informazioni tanto affascinanti quanto dimenticate o sepolte sotto migliaia di altri concetti (ops). Beh… vi rimando direttamente su Youprete per visionare Un tuffo nel rituale romanum (video abbastanza serio)… fantastico.

Per concludere vorrei aggiungere che, come tutti avremmo appurato almeno una volta, se il mondo dei social network può fare persino paura, aprendo l’esperienza quotidiana ad esempi di odio gratutito, brutalità verbale e ideologica (che di tanto in tanto gettano un’ombra sulla società o, peggio, sul mondo giovanile), fa piacere vedere utenti che offrono una testimonianza forte, proponendo concetti davvero anticonformisti (per dirla ancora col Papa), interagendo con quanto producono gli altri youtubers, commentando sotto a video che troppo spesso pretendono in nome di una leggerezza sclerotizzata di scherzare su tutto. Andate a fare un salto… e se siete youtubers… iscrivetevi! Alla prossima!



SCHERZAR COI SANTI E DINTORNI #2: TERESA – THE MAKING OF A SAINT
17 luglio 2011, 3:15 pm
Filed under: Scherzar coi santi

Posso dirlo? AH HA HA!

Prima di guardare il video e di scandalizzarvi irrimediabilmente leggete qui, mi raccomando. In questa rubrica (del cui nome non sono ancora convinto) tratto di opere secondo me irrecensibili o che propongono un cattolicesimo parodizzato. Se allora nella prima puntata abbiamo parlato di un’opera… a dir poco irrecensibile… ora parliamo di una chicca deliziosamente parodistica. Questo cortometraggio è un bell’esempio di fake trailer, ossia un trailer con tutti i crismi  del caso (voce narrante gutturale extra-espressiva, montaggio incalzante, immagini al 100% da cartolina, scritte che rimarcano ad hoc quello che la voce gutturale va reclamizzando), ma riferibile a un film che semplicemente non esiste (e più che plausibilmente mai esisterà…per fortuna). Va da sè che si tratta di una parodia del concetto stesso di trailer, ormai standardizzato oltre ogni pudore (è una formula che ammalia eh, non dico di no!). Il film Teresa, Come nasce una santa, dunque non esiste… ma costituisce l’approdo sul grande schermo di questa tale Sophie Maes… ossia Megane Fox fissata nel suo personaggio del film Star System (Robert B. Weide, 2008), un’attricetta tutta curve e filosofie alternative il cui stesso ingaggio per Teresa costituisce l’attacco dello scherzo. Tutto il divertentissimo Star System intendeva parodiare proprio lo… star system, ed è esattamente in pellicole come queste che il fake trailer trova terreno ideale. Colgo l’occasione per citare soltanto (pena la scomunica diretta da parte dei miei lettori) quell’altro recente fake trailer con ambientazione cattolica (diciamo pure pseudo-cattolica), visto nel film Tropic Thunder (Ben Stiller, 2008) ovvero, col roboante titolo simpaticamente esagerato, Satan’s Alley (davvero geniale chi lo definì, forse proprio su Youtube, l’incontro tra il Codice Da Vinci e I segreti di Brockeback Mountain)… Non ve lo linko nemmeno: i più flessibili-curiosi-temerari si arrangino con Youtube, gli altri passino tranquillamente a materiale ben più ispirato…

E torniamo infatti alla nostra Teresa, per la quale è stato creato addirittura un sito fake con wallpapers scaricabili e sinopsi! Sono sbalordito… mi sembra dai commenti che si leggono in giro che qualcuno ci sia perfino cascato! Posso incorporare solo la versione originale in inglese, qui è disponibile la versione sottotitolata in italiano (cliccare sul simbolo “CC”, il quarto dal margine destro in basso, nella finestra del video, se i sottotitoli non partono automaticamente).

Non è fantastico? Non occorre specificare che va preso con il dovuto distacco e con tanta leggerezza… e che sì, fa sbellicare dalle risate. Ho pensato a questo post quando con Lucyette si discuteva di come vengano bistrattate le biografie dei santi dagli sceneggiatori del piccolo schermo. In questo caso l’intento principale è quello di far sorridere… ma si coglie molto bene anche l’ironia di una critica sacrosanta (tutt’altro che irrispettosa). Osserviamo (sghignazzando) come coniugare gli stilemi cinematografici all’estetica “da santino” produca un effetto disarmante, e come il calare automaticamente una santa nei panni dell’eroina romantica impedisca la resa credibile di una figura che centra la propria missione in tutt’altra logica. Non ultimo l’episodio alla Oliviero Toscani (ma dico, avete visto l’uovo?), che distilla in pochi secondi l’eterno fascino del romanticismo terreno (in questo caso perfino proibito) a cui raramente lo sceneggiatore, il produttore e naturalmente lo spettatore, riescono a sottrarsi. La scena in cui la “santa” esclama “Calcutta!” di fronte a un mappamondo che scorre? Quando corre a rallenti? Quando solleva il bel viso decorato da quintali di trucco? Ehhh…sì! Sono proprio contento.



FOTOGRAMMA/PENSIERO #14: IL VELO DIPINTO
15 luglio 2011, 12:31 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(The Painted Veil, Usa/Cina 2006, di John Curran)

Siamo negli anni ’20, una Cina flagellata dal colera accoglie una coppia di inglesi benestanti impigliati in un matrimonio fresco ma altrettanto malato. La giovane Kitty (Naomi Watts) è costretta dalla noia disperante a rivedere il proprio egocentrismo, anche grazie al suo lavoro-scacciatempo presso un orfanotrofio gestito da suore cattoliche. Ci saranno ovviamente alcune innocue critiche all’istituzione cacciatrice di conversioni, ma arriveranno puntuali (e da Kitty stessa), anche le difese. Notevole questa descrizione dell’operato cattolico nell’epicentro di una circostanza da incubo… veramente eccezionale, in sovrappiù, il parallelismo fra il matrimonio terreno dei due giovani e quello celeste della Madre superiora, devota fino alla vecchiaia pur potendo lamentare anch’ella (a dispetto della natura spirituale del suo legame) la lontananza o la distrazione del Marito.



LA STORIA DI UNA MONACA
12 luglio 2011, 11:04 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(The Nun’s Story)

Usa 1959, di Fred Zinnemann, con Audrey Hepburn, Peter Finch, Edith Evans, Peggy Ashcroft, Dean Jagger, Mildred Dunnock, Beatrice Straight, Patricia Collinge …

Il film La storia di una monaca è ancora ingiustamente orfano di un’edizione italiana in DVD. Della diva fra le dive, Audrey, si editano e rieditano tutte le commedie rosa entro collane dai toni glamour, in cofanetti celebrativi dell’attrice simbolo della Hollywood anni ’50 e di quello stile raffinatissimo ancora oggi preso a riferimento, ed esternato nel suo caso con la simpatica (inimitabile?) sprezzatura, registrata da titoli cult come Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961). Manca dunque all’appello il film in cui ella, che non ebbe un indirizzo confessionale dichiarato (sebbene a dimostrarne la spiritualità cristiana ci siano il matrimonio con Mel Ferrer, il battesimo del loro bambino, il funerale della stessa Audrey nel ’93, tutti celebrati dal pastore protestante Maurice Eindigver) interpretò straordinariamente la suora del titolo, con un lavoro di immedesimazione perfezionato da molte ore trascorse in convento e con membri della Chiesa Cattolica: “per nessun’altra mia interpretazione sul grande schermo ho speso così tanto tempo, energia e riflessione”, dirà l’attrice, che non mancherà di ricordare spesso questo titolo come il preferito della sua carriera. La critica stessa reagisce coerentemente a questa posizione in gran parte persuasa che The Nun’s Story costituisca la miglior interpretazione della Hepburn. Quanti di voi l’hanno visto ricorderanno sicuramente (fra tutte) due cose: la vivida atmosfera spirituale che il rigore totale (ad occhi laici persino esagerato) suscita, e la credibilità senza riserve del conflitto interiore della protagonista, che condurrà inesorabilmente la vicenda a una conclusione a dir poco amara. Proprio l’amarezza di cui vi parlo ha lasciato più di uno spettatore cattolico pensoso… e qualche laicista entusiasmato. Non posso motivare pienamente la presenza di questo film sulle pagine de la Luce in sala senza soffermarmi a considerare il finale, perciò auspico che fra quanti ancora non hanno avuto l’occasione di vedere questo film ci siano persone che vorranno aspettare a leggere quanto segue, o che sapranno altrimenti -cosa che non ritengo difficile- godersi ugualmente la visione di un film in cui la trama è accessoria (ma coinvolgente), rispetto alla lettura dell’interiorità dei protagonisti.
Sarebbe potuto bastare a motivare questa presenza nell’elenco dei film cattolici il contesto della vicenda che offre, per l’appunto, una delle descrizioni meglio approfondite della vita conventuale, della scelta monacale, delle istanze spirituali che sottendono ad una complessa norma di mortificazione, (difficile da digerire senza un pensiero in più anche per il più pacifico dei cattolici).
Gabriella Van der Malle, ragazza belga del periodo antecedente il secondo conflitto mondiale, entra in convento all’età di vent’anni grazie alla forza di carattere che suo padre, un noto chirurgo, le indica invece come possibile ostacolo al suo desiderio di accostarsi a una disciplina di vita interiore così rigida. Gabrielle è giovane, bella, sentimentalmente coinvolta con un coetaneo e capacissima negli studi medici… nonostante tutto questo la vita monastica le appare come la realizzazione massima. Lo spettatore la accompagna in un lungo viaggio punteggiato di difficoltà e disfatte, a cominciare dalla partenza di Gabriella dalla casa paterna, dai primi giorni di noviziato e dalle prime istruzioni delle monache anziane. Noi entriamo in convento con lei. Siamo con lei quando sbaglia, quando deve rimboccarsi le maniche e ricominciare a provare daccapo, quando deve lavorare, studiare, pregare. La seguiamo nelle sue scelte, nei fatti che andranno a delineare sempre più nitidamente uno strappo tra l’ideale monastico, la realizzazione del modello, e le effettive capacità di autodisciplina, di quotidiana rinuncia a coltivare orgoglio, vanità, autodeterminazione soprattutto. Le viene chiesto di sacrificare la sua reputazione di studiosa, e lei non può farlo, le viene assegnato un ruolo più umile di quello cui essa mirava rimanendo, erroneamente, delusa. Arrivata finalmente in Congo, dove da sempre desiderava operare come suora secondo un suo progetto, troverà nell’anticlericale medico che le viene ordinato di assistere un pungolo costante, che le sarà sempre più difficile domare. Rientrata in Belgio per esigenze di assistenza ai feriti di guerra si arrenderà, con dolore crescente, alla sua incapacità di perdonare sé stessa per non aver rivisto il padre morto nel conflitto, e al suo indurito sentimento patriottico che le impedisce di sperare la guarigione dei feriti tedeschi come per quella dei soldati connazionali. Esacerbata fino all’ultima fibra da questo processo emancipatorio in cui la preghiera assume sempre più la consistenza di uno spreco di energia e tempo, rubati al lavoro, essa si risolverà con ormai sorda determinazione alla rottura dei voti perpetui, alla richiesta, dopo 17 anni di vita religiosa, di un decreto di secolarizzazione. Il film è, a mio parere, un capolavoro di indagine. Pur dovendo modellare una materia delicata come la psicologia umana, applicata in questo caso a un rivolgimento completo della persona, non scade mai nella retorica o in scontati simbolismi. Le scene si susseguono col ritmo flemmatico e pacato proprio della vita religiosa, senza estetismi, senza forzature, senza stancare. Tutto viene mostrato con l’onesto distacco di un occhio che si sforza di essere più cronista che narratore, regalando un susseguirsi di stati d’animo, riflessioni, allusioni spontanee che fanno di questo film un lavoro di efferata intensità. La Hepburn è semplicemente fantastica, nulla da aggiungere. Negare che l’egocentrismo umano prevale in questa pellicola, quasi a ragione, sull’abnegazione religiosa, e che il lavoro laico plus-valorizzato dalla guerra deprime la tensione cattolica verso la contemplazione e le opere spirituali, sarebbe una forzatura. Ma cosa possiamo dire di Gabriella? Essa incarna lo spirito femminista che si scrolla di dosso i fantasmi del retaggio papista? È forse il simbolo di una riscossa secolare che gloriosamente si infila aldilà della sacra ruota? Oltre la più fitta trama di una grata claustrale? No… Gabriella cede a un carattere che le ha reso ogni momento una sfida insopportabile, cede alla rassegnazione di non essere portata per incarnare quel modello cui è costretta a separarsi con contrizione e con enorme senso di sconfitta. Accanto a questa sofferta nuova libertà, che piacerà giustamente allo spettatore ateo, dobbiamo dire dei molti richiami alla spiritualità cristiana più genuina, al senso del perdono cristiano, al valore del lavoro e del ruolo istituzionale della chiesa verso gli ammalati e i poveri. Gabriella alla fine non rinnega il suo percorso, non perde la fede, non dubita della rigidità cui ha voluto provare ad accostarsi, ma si ritira per perseguire quella che le sembra la sua vera (e disillusa) vocazione. Il bello di un film articolato in questo modo sta tutto nell’ambiguità raggelante della conclusione, nella polarità delle possibili interpretazioni: laicista e realisticamente acattolica la prima, cattolica e volta a giustificare la debolezza umana alla luce di una fede aprioristica la seconda. In questi casi ritengo sia utile guardare un po’ più approfonditamente alle menti cui l’opera in discussione va ricondotta, per ottenere qualche certezza in più e per proporre delle motivazioni che corroborino quella prima intuizione che potrebbe però, nella democratica verità di ogni lettura interiore, bastare a sé stessa. Abbiamo già detto della religiosità senza apparenti codificazioni della Hepburn, la quale ebbe a dire: “Posseggo un’immensa fede, ma non sono attaccata a nessuna religione in particolare… Mia madre era una cosa, mio padre un’altra. In Olanda erano tutti calvinisti. Questo non ha affatto importanza per me*”. Assai più di rilievo per la nostra disanima è la posizione del regista Fred Zinnemann, un austriaco di origini ebraiche grande affezionato delle tematiche religiose su grande schermo, e del quale non possiamo sospettare alcuna ambiguità, essendo egli fautore di quella smaccata apologia cattolica che è il film Un uomo per tutte le stagioni (1966). Aggiungiamo che egli fu sposato alla cattolica Reneè Bartlett dal 1936 fino all’anno della sua morte, il 1997. Lo stesso The Nun’s Story venne realizzato grazie alla cooperazione prestata al regista dalla Chiesa (ricordiamo che il film venne girato in buona parte a Roma). Andando ancora più a fondo bisognerà ricordare che il plot è tratto dalla vera storia di Sorella Luke, di cui il libro dell’autrice cattolica (scusate se insisto con queste specificazioni, ma è significativo) Kathrin Hulme, l’omonimo The Nun’s Story, propone la puntuale biografia. Negli anni in cui veniva girato il film (lo apprendiamo da David Zeitlin, A lovely Audrey in religious role, in ”Life”, vol.46, n°23, 8 giugno 1959) la vera protagonista del libro si era trasferita a Los Angeles e andò ad abitare presso la scrittrice (che aveva venduto oltre 3.000.000 di copie grazie alla sua storia), prendendo il nome di Gabrielle, il nome di finzione datole nel libro, ma mantenendo per gli amici il diminutivo di Sister Luke, “Lou”. La storia di Lou che apprendiamo dal giornale, costituisce in qualche modo un sorta di interessante epilogo del film: uscita dal convento ci mise un bel pezzo per riabituarsi al mondo esterno; ricorda ad esempio che alcuni amici la indirizzarono da un parrucchiere, ed ella si trovò in seria difficoltà perché non sapeva rispondere a quanto le veniva domandato, non sapeva nemmeno cosa fosse un balsamo! La prima volta che dovette comprarsi una blusa realizzò di non aver mai conosciuto la sua taglia, non ci aveva mai pensato per diciassette anni. Le commesse, riflettendo sul fatto che in 4-5 anni di prigione non si dimentica una così basilare informazione, ritennero semplicemente che la poverina provenisse da una casa di cura. Lou ricorda poi la prima volta che assistette a un film con il sonoro, piangendo talmente tanto per la storia drammatica di una donna che perdeva il figlio, ritrovandolo soltanto sul finire della guerra, da non poter uscire dal cinema, restando in attesa della seconda e poi della terza proiezione… e continuando semplicemente a piangere di più! Arrivò il 1951, e Lou si trasferì negli USA andando a vivere con la Hulme e trovandosi un impiego come infermiera presso il Santa Fe Railroad Hospital. Curare i pazienti era la sua vera passione, e in breve tempo fece carriera diventando l’assistente del direttore delle infermiere. Nel periodo a ridosso delle riprese una delle sue pazienti fu proprio… Audrey Hepburn! “Lei non volle incontrarmi”, ricorda Lou, “sentiva che la storia era troppo legata alla mia vita privata. Si sedette soltanto e mi guardò, senza pormi alcuna domanda”. Dopo The Nun’s Story, quando si trovava in Messico, a Durango, per recitare nel film Gli Inesorabili (John Huston, 1960), Audrey venne disarcionata da cavallo e si ferì gravemente (rottura di 4 vertebre, stortura di un piede, stiramento della schiena ed emorragia interna). Lou inviò un telegramma offrendosi come infermiera per aiutarla, e così il mattino dopo era già in volo per il Messico. Trovò Audrey molto abbattuta (l’articolo parla di dolore fisico e preoccupazioni legate alla produzione del film tacendo di ciò che dirà la storia: si era verificato il primo dei due aborti che segnarono l’attrice). Lou convinse Audrey a tornare a Los Angeles, dove dopo tre settimane di assistenza devota le fece riacquistare piena salute. Perdonate questa digressione a cui non ho potuto rinunciare, siamo arrivati al clou del discorso. Il film era stato una grande soddisfazione sia per la Hulme che per Lou, e quest’ultima disse, dopo aver visto un’ uncut version di quasi quattro ore: “ È stato troppo travolgente!”. Rivide il film altre tre volte, in varie versioni, e dichiarò: “Non andrò mai più a rivederlo, perché se lo faccio, correrò subito in convento. Quando vedi la cappella, tutte quelle suore… ho potuto solo stare lì seduta e piangere tutte le mie lacrime. Non ho rimpianti o altro, ma per la bellezza di quello. È una vita bellissima, la vita religiosa, se sei davvero una persona religiosa. Se puoi accettarla senza lamentarti per tutto il tempo. La gente dice che non ho sbagliato a lasciare il convento. Loro non capiscono. Così tante donne perseverano in quella vita. Loro possono sopportarla. Io no ho potuto accettarla… e ho sbagliato”.



GUINNESS E CURIOSITÀ DEL CINEMA CATTOLICO pt.2
7 luglio 2011, 8:48 pm
Filed under: Pillole cinecattoliche, Vari

Ecco un secondo appuntamento con i divertenti primati del cinema cattolico!

IL PERSONAGGIO BUCA-SCHERMO – È con una certa soddisfazione che vi comunico che il personaggio che ha ricevuto il maggior numero di rappresentazioni sullo schermo è stato (udite udite)… Gesù Cristo! Con almeno 176 film in cui viene raffigurato Gesù detiene, come in moltissimi altri settori della creatività umana, la fama di soggetto inesausto e inesauribile (e come potrebbe essere diversamente?). Molto meno incoraggiante è conoscere il proseguimento della classifica: II posto con 145 titoli Abramo Lincoln (e fin qui tutto ok); III posto con 93 film, Lenin; IV posto con 87 titoli, Hitler; V posto con 51 titoli Stalin… l’umanità si tormenterà fino alla fine dei tempi sul significato della venuta di Cristo… ma anche la metabolizzazione dei propri errori sembra richiedere un certo impegno. La classifica procede con Cleopatra, la regina Vittoria e poi, con ben 37 titoli, Santa Giovanna d’Arco!

176 TITOLI? – Sono certo che a questo censimento sia sfuggito qualcosa. Questa cifra proviene da una buona fonte (P. Robertson, I record dei cinema); il dizionario ragionato di cinema cristologico titolato Gesù e la macchina da presa, opera di don Dario Edoardo Viganò ne contempla invece qualcuno di meno: 168. Una ricerca datata 1995 del Museo del Cinema di Siracusa ne registrava poco più di 200 e, infine, l’Internet Movie Database -una risorsa dinamica costantemente aggiornata e per forza di cose più completa- ne riporta ben… 338!!! Occorrerà affrettarsi a precisare che se per alcuni film abbiamo una grande, assoluta ortodossia (pensate che il cast coinvolto nel film muto Il Re dei re -1927-  nei dieci anni successivi alla distribuzione fu vincolato per contratto ad accettare solo ingaggi approvati dal regista De Mille, evitando così la sovrapposizione ai volti “sacri” di eventuali personaggi problematici. All’attrice che interpretò la Vergine Maria inoltre – Dorothy Cummings – venne impedito di divorziare per tutta la durata delle riprese! La “poveretta” dovette attendere tre mesi dopo la prima ufficiale), per altri vi sono atmosfere che vanno dalla parodia, alla critica, alla trasposizione fantasiosa con scelte artistiche in parte discutibili (in Johannes’ Hemmelighed -Sandgren, 1985- Gesù viene rappresentato dall’attrice Ina Miriam Rosenbaum!).

CATTOLICESIMO A COLORI – Il primo film italiano a colori fu promosso dalla San Paolo (in quegli anni ancora nominata Parva) e dal suo fondatore, il Beato don Giacomo Alberione, in occasione del Giubileo del 1950. Si tratta del recentemente restaurato Mater Dei, diretto da Emilio Cordero, un sacerdote Paolino. Il lungometraggio narra con linguaggio popolare la vita della Vergine Maria, rappresentandone tutti gli episodi canonici (annunciazione, visitazione, natività di Gesù, fuga in Egitto, infanzia e passione di Gesù, morte e assunzione), con l’aggiunta di un corollario di richiami al suo ruolo di intermediatrice fra Creatore e creature nonché, in conclusione, una rassegna sui maggiori Santuari Mariani. Mater Dei va insignito anche dei titoli di primo (e fino al recentissimo Io sono con te – Chiesa, 2010 – unico) lungometraggio italiano dedicato alla Madonna, e di capostipite del genere cinematografico di intento catechistico. Chi svolgesse una ricerca su internet mosso dalla curiosità di conoscere i primati del cinema italiano potrebbe pensare che il noto film Totò a colori (Steno), girato ben due anni dopo Mater Dei, sia il vero detentore di questo prestigioso guinness. Questa discrepanza deriva quasi certamente, posso supporre, dall’enorme considerazione che ebbero sul suolo italiano il film di Totò, unita al fatto che il film di Cordero venne distribuito nelle sole sale parrocchiali (e perciò molto limitatamente, nonostante il buon successo). A ridimensionare poi la percezione del film come “a colori” furono le procedure di adattamento della pellicola: realizzato a colori nel formato 16mm venne “gonfiato” a 35mm in bianco e nero per il passo normale. A tutto ciò va aggiunto che l’esito non dovette rispondere alle aspettative, visto che la Parva ritenne opportuno tornare al bianco e nero per i due film successivi (Il Figlio dell’Uomo – Virgilio Sabel, 1953; Ho ritrovato mio figlio – Elio Piccon, 1954), e venne dunque ricordato dalla storia, presumibilmente, come un episodio sperimentale. Pur con tutte le dovute precisazioni il primato rimane oggettivamente di Mater Dei: pensate che in Italia non esisteva ancora uno stabilimento attrezzato con tecnologie così avanzate, e le copie per la distribuzione vennero stampate oltreoceano, a New York! Venne impiegato il procedimento brevettato in America denominato Anscocolor, ricavato dal procedimento di formulazione tedesca Agfa.

PRETISSIMI/SUORISSIME 2 – Ringrazio una lettrice (anche per l’ultimo paragrafo: grazie Emilia!), per avermi prontamente redarguito: fra i rari casi di sacerdoti nella vita come sullo schermo dobbiamo ricordare (oltre a Padre Dyer e al rettore universitario de L’Esorcista, – Friedkin, 1973 – menzionati nella prima parte), don Stefano Zanella, interprete di don Santo Perin nel film L’unica via, (diretto a sua volta da un sacerdote, don Massimo Manservigi, 2010). Indugiando ancora su Mater Dei occorrerà citare la presenza come comparse del Beato don Giacomo Alberione e della fondatrice della Pia società delle Figlie di San Paolo, la Prima Maestra Tecla Merlo. Essendo il film un omaggio tutto paolino alla Vergine Santissima si volle che sia a livello tecnico che attoriale coinvolgesse quanti più membri della famiglia paolina possibile. Penso ci siano ottime probabilità che questo film rappresenti il primo ed unico caso nel quale compare un’autentica figura di Beato… e forse in futuro saranno persino due: leggo su Santi e Beati che per la Venerabile Tecla Merlo sono in corso i processi canonici. Ma non finisce qui! Don Emilio Cordero va annoverato come unico caso di regista, leggo sulla Civiltà Cattolica, adattatosi a tale mestiere in risposta al voto di obbedienza e all’ordine del suo superiore don Alberione: «Se nel film ci sono dei pregi, il merito è tutto delle felici intuizioni di don Alberione. Se ci sono dei difetti, la colpa è tutta della mia inesperienza come regista» dirà Cordero con lodevole umiltà.

UN PAPA “ATTORE” INVOLONTARIO – Fra i molti record collezionati dal nostro Beato Giovanni Paolo II dobbiamo ricordarne uno tutto cinematografico! Nel film Angelino e il Papa (Rodrigo Castano, 1987), riporto da Mymovies, “Un bambino perde la madre nel terremoto che colpisce Città del Messico nel 1985. Prende a cercarla con l’aiuto di persone di buon cuore. Una di queste, una cantante molto nota, riesce a farlo salire sul palco durante uno degli incontri di Giovanni Paolo II con i fedeli in Colombia. La madre, che aveva perso la memoria, vedendo il figlio alla televisione lo riconosce e i due si possono riabbracciare. Questa telenovela trasformata in film sarebbe priva d’interesse se non fosse per il fatto che Giovanni Paolo II è stato inserito a sua insaputa nelle riprese. Si vede infatti chiaramente che la sua presenza non è dovuta ad artifici di montaggio ma al fatto che due dei protagonisti sono riusciti ad essere effettivamente presenti al suo fianco”. L’eccezionalità della cosa impone che vi proponga qui sotto lo spezzone saliente del film (a parte il fatto che il finale è stato spiattellato già per iscritto, non penso ci siano problemi di esagerate attese). Senza ombra di dubbio si tratta di un caso più unico che raro: tutta una troupe cinematografica ha “tramato” intorno all’avvenimento papale per realizzare una scena!?  Se non lo confermassero più e più fonti… stenterei a crederlo. (Pazzi… :D)




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