LA LUCE IN SALA


LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITA’
22 aprile 2015, 11:11 am
Filed under: Cristiani, Film

(The Inn of the Sixth Happiness)

UK, 1958, di Mark Robson, con Ingrid Bergman, Curd Jürgens, Robert Donat…

LALOCANDA DELLA SESTA FELICITàGladys Aylward era una missionaria protestante di origini britanniche che, spinta dall’intima certezza nella propria fede, intorno agli anni ’30 decise di intraprendere tutta sola (per i circuiti missionari organizzati evangelici non era abbastanza qualificata) il viaggio dall’Inghilterra alla Cina. Un’impresa a dir poco eroica, se si considera la mentalità di quei tempi, l’estrema povertà della Aylward e ovviamente, gli enormi rischi che comportava l’attraversamento della Russia comunista e l’insediamento in una nazione culturalmente antipodica.

Alla figura di questa piccola gigantessa della fede cristiana è stato dedicato il libro The Small Woman, scritto da Alan Burgess, in seguito rimaneggiato dalla 20th Century Fox per una celebrazione in salsa hollywoodiana delle virtù della Aylward. Celebrazione che, come si maligna, giusto “prima che lo zelo missionario diventasse sospetto”* attirò di gran carriera una Ingrid Bergman desiderosa di riabilitarsi agli occhi della società dopo la scandalosa relazione con Rossellini.

Il film è un’interessante, per quanto edulcorata (siamo pur sempre nel ’58), narrazione di un episodio che va ad arricchire l’insieme dei racconti su celluloide della diffusione del cristianesimo in Cina. Uno dei capitoli più aspri nella storia della propaganda della fede (che già su queste pagine abbiamo considerato: Le chiavi del Regno, I fiori della guerra, Il velo dipinto, Ombre sulla Cina) e che non cessa di suscitare interesse per i vivissimi collegamenti che richiama alle attuali sofferenze dei cristiani di quella terra.

LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITà 01Il film offre il suo meglio nella prima metà, quando seguiamo la determinatissima Gladys nelle avventure londinesi precedenti la missione vera e propria: il lavoro come cameriera per ottenere i soldi del biglietto ferroviario, la traversata transiberiana, l’approdo a una realtà cinese dai tratti ostili, sospettosi e violenti. È in questa prima metà del film che le preoccupazioni religiose di Gladys si esprimono al loro massimo, senza troppe parole ma con l’eloquenza delle azioni coraggiose e misurate, piene di quella pacifica abnegazione che spinge lo spettatore a interrogarsi seriamente sulla provenienza di una tale forza, sul significato di una serie di scelte così poco convenzionali, così… folli. La risposta è ovviamente sottintesa, ma se all’inizio di questa lunga pellicola il messaggio cristiano che la Gladys originaria veicolava con la sua vita appare evidente, con l’incedere della trama abbiamo un progressivo annacquamento delle prospettive religiose, in favore di una visione più assistenzialista. Il proselitismo della donna inglese sembra arenarsi dichiaratamente con una frase quantomeno brusca, pronunciata in risposta proprio alla domanda : “Non state trascurando l’attività missionaria?”. Questa la risposta: “Credete che si tratti di questo? Di raccogliere conversioni come un ragazzo raccoglie francobolli? Per me è convincere tutti gli uomini che davanti a Dio sono uguali, che abbiano fede in Cristo, in Buddha o in niente”. E infatti il film si assesta esattamente su questo orizzonte, con una missionaria sempre più politicizzata e coinvolta nell’attivismo sociale, rivolta alla sua fede giusto giusto nei momenti in cui è narrativamente indispensabile. Un punto di vista, quello dell’eroina cinematografica sicuramente apprezzabile, ma che forse tradisce un po’ il senso interiore della missionarietà. L’aspetto peggiore è che questo progressivo cambiamento avviene soprattutto per fare della vicenda umana della Aylward l’ennesimo polpettone rosa, con tutte le lungaggini del caso che fanno piombare la seconda parte del lungometraggio nella staticità da “film di cui si attende la fine”.

LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITà 03A confermarci che i conti non tornano del tutto è proprio la Gladys originaria, la quale inorridì di fronte ai pesanti rivolgimenti operati sulla sua biografia: non solo lei non aveva mai baciato un uomo, ma lo stesso finale della pellicola, che alluderebbe a una sfumatura rosa che non ci fu, tradisce la sua reale decisione di rimanere coi suoi orfani fino alla morte, avvenuta nel 1970**.

Nonostante le inaccuratezze il film merita comunque, in mancanza di un biopic alternativo, di essere visto: la vicenda della Alyward merita di essere conosciuta, e il film può essere considerato un buon punto di partenza. L’ingrediente “religioso” è presente e apprezzabile anche ai minimi termini cui è stato ridotto.

Incontrare Gladys su celluloide permette un viaggio affascinante in una Cina ben ricostruita; un viaggio che riserva tutto ciò che un grande classico offre per definizione, dramma punteggiato da momenti che strappano un sorriso, una storia d’amore tormentata, grandi scenari, grandi ricostruzioni storiche di sicuro impatto (come la scena dei bombardamenti giapponesi sul villaggio della missionaria).

Il film venne interamente girato nel Galles del nord, il cui paesaggio poteva essere assimilato a quello cinese; per realizzare le scene in cui Gladys conduce cento orfanelli in un lunghissimo cammino oltre le montagne per sfuggire ai bombardamenti, sono stati “rastrellati” bimbi di origini cinesi nell’intera Inghilterra.

LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITà 02

Questa estenuante marcia di circa cento miglia rappresenta il coronamento narrativo, nel film, dello spirito avventuroso e pieno di fede di Gladys. Questa impresa nella realtà si compì in ventisette giorni, e segnò profondamente la salute della donna, che non tornò mai più ad essere, fisicamente, quella di prima. Non si tratta solo di un esempio del sacrosanto “fare la cosa giusta”, ma piuttosto di entrare in contatto con una dimensione sacrificale molto profonda, e che non per tutti appare di immediata comprensione. Lo dimostra l’abbassamento melenso imposto al film che, per qualche minuto di dolci languidità da vendersi in stock, scioglie il sale bruciante dell’Amore che costa la vita.


*N. Peske, B. West, Cinematerapia 2, un film dopo l’altro verso la felicità, Feltrinelli, 2005, p.230: un aspetto che abbiamo già visto nella recensione de Le chiavi del regno.

**Vennero modificati anche nomi reali molto significativi, il suo stesso soprannome cinese, “Quella virtuosa”, in “Quella che ama la gente”; la reale “Locanda dell’ottava felicità” nella… “sesta”. Il viaggio sulla Transiberiana, difficoltoso all’inverosimile in quel periodo storico, viene liquidato molto velocemente. Gladys considerò inoltre molto offensivo che il personaggio del Colonnello Lin Nan sia stato reso, fantasiosamente, mezzo europeo. Ingrid Bergman infine, alta bionda e svedese, non aveva molto a spartire con l’aspetto minuto e dimesso di Gladys. S. Wellman, Gladys Aylward: Missionary to China, Barbour Publishing Inc., 1998, p. 197 – da Wikipedia.



LETTERS TO GOD
6 marzo 2012, 6:23 pm
Filed under: Cristiani, Film

Sono contento di dare spazio alla seconda recensione proposta da una lettrice (che ringrazio calorosamente): Emilia Flocchini. Il film che vi propone è firmato Sherwood Pictures, una casa di produzione protestante cui si devono successi come Facing the Giants, Fireproof e il recente Courageous.

(Letters to God)

USA 2010, di David Nixon, con Robyn Lively, Jeffrey S. S. Johnson, Tanner Maguire…

A volte può capitare, dando un’occhiata all’elenco dei film in televisione, di essere incuriositi da un titolo o da una trama. A chi scrive è capitato qualcosa di simile domenica 11 settembre 2011, leggendo che su Raitre, alle 16:40, sarebbe andato in onda il film drammatico Letters to God. La trama riportata su Televideo lo rendeva interessante per i lettori di questo blog, per cui, dopo averlo visto, ho chiesto il permesso a Filippo di poterne parlare.

Il protagonista è Tyler Doherty (Tanner Maguire), un bambino di otto anni appassionato di calcio come tanti suoi coetanei, che ha dovuto abbandonare la squadra di cui faceva parte a causa dell’insorgere di un medulloblastoma al cervello. Amorevolmente seguito dalla mamma Madeline, detta Maddy (Robyn Lively), dalla nonna (Maree Cheatham) e, a modo suo, dal fratello adolescente Ben (Michael Christopher Bolten), trascorre il suo tempo scrivendo lettere ad un amico di penna veramente singolare: Dio in persona. Ogni giorno lascia le sue missive nella cassetta delle lettere di casa sua, sperando che il postino le ritiri quando ne deposita altre in arrivo. A causa di un periodo di ferie, il portalettere che abitualmente passa da lui viene sostituito da Brady McDaniels (Jeffrey S. S. Johnson), provato dalla vita e segnato dall’alcolismo, che gradualmente inizia a fare amicizia con il piccolo ammalato e con la sua famiglia. Inizialmente, quando si ritrova in mano le lettere a Dio, l’uomo non sa che farsene, tanto che il barista del locale dove abitualmente va a bere lo schernisce: «Dovresti portartele a Messa la domenica!». Effettivamente, subito dopo essere uscito da lì entra in una chiesa, dove un ministro sacro, il reverendo Andy, gli suggerisce che Dio ha fatto sì che finissero fra le sue mani per un motivo preciso.

Anche Tyler ha una figura che lo aiuta a capire la volontà divina su di lui: il signor Cornelius Perryfield (Ralph White), nonno di Samantha, la sua migliore amica (Bailee Madison). Mediante un buffo travestimento, l’anziano rivela a lui che il Padreterno l’ha scelto per una missione speciale, come suo “guerriero”, mentre la nipotina è chiamata a diventare “pacificatrice”, dato che, a scuola, ha litigato con un compagno che aveva preso in giro il bambino per via della sua testa, calva a causa della chemioterapia. In famiglia la situazione non è facile: la mamma cerca di tener duro, la nonna si esprime prevalentemente con citazioni bibliche, mentre Ben inizia ad essere insofferente nei confronti del fratellino. Anche Brady, intanto, ha i suoi problemi, ai quali si aggiungono quelli della famiglia Doherty, con la quale diviene sempre più coinvolto. Proprio nel bel mezzo della crisi, però, il postino rinviene alcune delle lettere, nelle quali Tyler prega Dio affinché faccia qualcosa per i suoi cari. Finalmente compreso il perché dell’arrivo di esse fra le sue mani, le consegna alle persone delle quali si parla, scatenando in tutta la comunità un vero e proprio contagio di speranza.

Dopo questa sinossi, vale la pena di spendere qualche parola sul progetto in sé. L’impianto tecnico, pur trattandosi di una produzione a budget ridotto, è di ottima qualità, come dimostrano gli abili stacchi di regia e la fotografia curata. La colonna sonora, inoltre, gioca un ruolo fondamentale, commentando i momenti di fede con sonorità dolci e quelli di crisi con buoni pezzi di stile rock. La delicata materia è trattata senza indulgere a patetismi, anzi, vengono presentati anche momenti che strappano qualche risata, come il ritorno a scuola di Tyler o la festa in maschera organizzata per la fine della sua chemioterapia.

Stando a quanto ho visto, i personaggi non sono sicuramente cattolici. Ciò nonostante, la fede che il protagonista dimostra può avere elementi in comune con quella della Venerabile Antonietta Meo, meglio nota ai suoi devoti come “Nennolina”: anche lei, infatti, colpita da un tumore osseo che le costò la gamba sinistra e poi deceduta, scrisse letterine a Dio, alla Madonna, a Gesù e perfino allo Spirito Santo, che hanno ricevuto l’apprezzamento di svariati teologi, benché ad averle scritte fosse una bambina di sei anni e mezzo.

Per concludere, vale la pena di segnalare che, come nel caso di Voglio essere profumo, con cui condivide la data d’uscita nelle sale, 9 aprile 2010, la storia raccontata è ispirata ad eventi realmente accaduti (il vero Tyler, infatti, è morto nel 2005) ed ha lo scopo di mostrare come un incontro con qualcuno che vive intensamente e serenamente la propria fede possa cambiare la vita di chi entra in contatto con lui o lei.



THE TREE OF LIFE
20 maggio 2011, 5:06 pm
Filed under: Cristiani

(The Tree of Life)

Usa 2011, di Terrence Malick, con Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn, Fiona Shaw, Joanna Going …

The Tree of Life è una vera esperienza cinematografica. Se dovessi spiegarlo con un pugno di parole potrei cavarmela dicendo che si tratta della cristallina professione di fede del regista, trasposta per immagini. Naturalmente c’è molto più di questo, e un’etichetta così forte tarperebbe impietosamente le ali al film. Confesso una certa stanchezza emotiva, uno spaesamento, il desiderio di arrendermi al naturale impasse che ostacola la ricostruzione a parole di un’opera incredibilmente complessa, ricca (forse perfino onnicomprensiva), di indescrivibile bellezza visiva e uditiva. Dove sei Dio? Perché vuoi che io sia buono quando tu permetti il male, quando tu non sei buono? Due delle molte domande che vengono poste direttamente a Dio, perché il film nella prima metà scorre libero, svincolato da ogni legge narrativa, da ogni presupposto: è una preghiera. L’interlocutore è Dio, e la magnificenza delle immagini naturali proposte sembra voler dare una risposta muta, composta di potenza terribile e poesia assieme. La morte di un figlio scatena la sofferenza nel cuore di due genitori che, dispersi nel dolore, bisbigliano con voci fuori campo una stentata riflessione punteggiata di interrogazioni, esternazioni di limitatezza nella comprensione di una crudeltà così gratuita. Mentre queste umanissime parole nascono quasi direttamente dalla mente dello spettatore, tanto sono comuni e personalmente condivisibili, gli occhi e la mente vengono sbalzati in una risposta che propone, con lo spiazzante espediente del parallelismo della creazione dell’universo, una risposta assoluta, lapidaria. È questo forse il momento di più imponente magnificenza, di incredibile intensità musicale, cromatica, concettuale. È un momento troppo bello. Dal nulla, e in chiave assolutamente anti-creazionismo letterale, la Genesi si dispiega come un segreto che viene finalmente svelato, mentre esplosioni, eruzioni, sommovimenti d’astri, trasformazioni a livello celeste, materico, chimico, biologico, si susseguono in un brano di inaudita commozione, sincopato da stacchi su schermo nero che salvaguardano il mistero, proprio quando l’occhio bramoso si fa troppo invadente. Così nasce la vita, un mistero infinitamente più impenetrabile di quello della morte di un figlio, è un rispondere a una domanda con un’altra domanda. Una domanda prepotente…e laconica assieme, cui ognuno potrà trovare all’interno le parole o i silenzi che, verosimilmente, già conosce. Nella seconda parte del film Malick infierisce contestualizzando l’iniziale dolore sin dal momento dell’incontro tra i futuri signori O’ Brien, e iniziando una trascrittura della vita del piccolo Jack (anch’egli coinvolto da adulto nel lutto famigliare) che affonda in una verità d’introspezione, tutta risolta per immagini, in cui ognuno, certamente in misure differenti, potrà riconoscere la propria storia. Non viene omesso nulla della crescita umana, di quella “Vita” di cui si parla nel titolo: l’infanzia, le incomprensioni che nascono dal candore. Poi, quando lo spettatore pensa di aver inquadrato il film, Malick approfondisce ulteriormente e importa con efficacia nella storia i turbamenti propri dell’adolescenza, la perdita dell’innocenza, la scoperta dell’orrore, della violenza. Racconta in modo sorprendente, con una parsimonia di parole impensabile per concetti tanto astrusi, i sommovimenti dell’anima, dell’interiorità di un ragazzo, delle delicate tensioni emotive che soggiacciono all’interno della famiglia. La polarità dei due genitori, (vitalistica giocosa e permissiva la madre, severo dispotico e quasi violento il padre), struttura un altro piano di comprensione sia dell’interiorità del protagonista Jack, che dell’incipit sul modo di vivere secondo la via della grazia o della natura, esemplificato in una separazione direi gametica, a livello famigliare, e unificata nella totalità assoluta di Dio. Essendo tuttavia il film desideroso di indugiare su ciò che di Dio non capiamo fino in fondo, e dunque non tanto la grazia quanto piuttosto il suo “spargere sale sulle ferite che dovrebbe curare”, risulta di impatto soprattutto l’ interpretazione da padre padrone di Pitt, incomprensibile ed odiato, rifiutato, in quel suo essere espressione simbolica microcosmica del braccio forte e burrascoso di Dio. Ecco che man mano che si superano i momenti frastornanti della proiezione tutto rientra in un equilibrio che nasce dalla comprensione a posteriori di una figura quasi troppo dissonante rispetto all’adorabile Chastain, madre-amica veicolo di ogni meraviglia. Questa discrepanza rivela soltanto, oltre al dolore dei fatti, l’amore in tutte le sue forme, anche quelle più aspre che vorrebbero condurre i figli in direzioni sicure, solide, senza che questi riescano o possano sospettare la misura di una tale premurosa impetuosità. Ecco che soprattutto Dio appare genitore del cosmo come gli O’Brien lo sono del piccolo Jack, e il parallelismo trova così risoluzione rivelando, quando è concluso ormai da tempo (ma ricordato di tanto in tanto con qualche rimando a sorpresa), una eccezionale, (parziale ovviamente!), risoluzione degli inestricabili dubbi dei protagonisti-spettatori. Da un punto di vista della qualità tecnica credo non si possa che applaudire. La cifra stilistica di Malick si rinsalda in una mole impressionante di immagini dall’estetica mai affettata (tranne quando occorre, ad esempio quando Jack deve prendere atto del divario tra i suoi turbamenti e il mondo domestico rimasto incorrotto, agli occhi di un bambino), fugaci pensieri risolti in frasi minimali, non originali perché quasi preconfezionate dall’esperienza dell’esistere. Una regia capacissima, in grado di alludere a tutto il prisma delle sensazioni umane col linguaggio diretto dell’inquadratura, dell’allusione con associazioni formali azzeccatissime. Il film, ormai mi sembra lapalissiano, ha una fortissima direzione spirituale, inusualmente dichiarata sin dal primo minuto. Per quanto i concetti teologici espressi possano effettivamente riferirsi a un tipo di religiosità universale, l’impronta cristiana emerge nitidamente da tutto il lungometraggio, non solo dai riferimenti confessionali specifici della famiglia (che volutamente sembra essere sia cattolica -la madre parla nell’infanzia di “suore”e il regista è, a quanto si legge in rete, un devoto cattolico – che protestante, la chiesa mi risulta essere evangelico-luterana), ma per le massime di vita che punteggiano tutto il film, universali certamente, ma (e forse anche, perché) cristiane. Sul finale e su molte altre tematiche manterrò un prudente silenzio, proponendo magari in futuro un’analisi più approfondita. Non aspettatevi il colpo di scena, la risoluzione estrema… piuttosto il sigillo estetico e religioso adeguato a una sfavillante poesia, una bruciante rivelazione, un multiforme impressionistico affresco che argomenta quella bisbigliata ma energica richiesta: … Rispondimi!Concludo raccomandando a tutti i lettori, personalmente, la visione del film. Se potete guardatelo al cinema: non c’è film che sia stato più contento di assaporare sul grande schermo. Non regalo a cuor leggero il voto 10, (spesso per parsimonia aprioristica), The Tree of Life da me l’ha avuto pieno.  Alla prossima!



OMBRE SULLA CINA
5 maggio 2011, 12:28 am
Filed under: Cristiani, Film

(China Cry)

Usa 1990, di James F. Collier, con Julia Nickson-Soul, Russell Wong, James Shigeta, France Nuyen…

Ombre sulla Cina è un film che sceglie l’insolita ambientazione cinese per trattare un ancora più insolito argomento: le persecuzioni cristiane dell’epoca contemporanea, (in questo caso perpetrate dal comunismo). Siamo nel II dopoguerra, il partito comunista si afferma grazie alle energie spese nella cacciata dell’invasore nipponico. Sung Neng Yee , figlia di un rinomato medico di Shangai e di un’ereditiera, trascorre un’infanzia principesca che verrà improvvisamente spezzata dall’irruenza giapponese. Perduta la casa e gli agi del passato studierà con profitto all’università, appoggiando nel frattempo, con entusiasmo e speranze, l’ascesa del presidente Mao. Terminati con strepitoso successo gli studi troverà impiego come insegnante presso una scuola militare. Sung aveva completamente lasciato scorrere nel nulla una parentesi della sua adolescenza, ma ciò che per lei rimane un semplice ricordo, brucia insopportabilmente sul braccio armato del partito. L’aver frequentato una scuola presbiteriana (selezionata per la sola qualità della didattica) le costerà tantissimo, e suo padre del resto, pur non essendo religioso, dovette pagare il passato borghese e l’essersi accostato alla religione cattolica durante la sua formazione giovanile in Francia. Sung è incinta (del marito incontrato durante gli anni universitari) quando viene sottoposta agli estenuanti interrogatori conditi da calci e maltrattamenti vari. Incredibilmente la drammaticità della situazione, anziché disperarla, la riconduce presso ciò che aveva intravisto nella scuola cristiana. Inizierà così un percorso di rivelazione dagli effetti inattesi, forse (o certamente) persino miracolosi.

Il film trascrive adeguatamente, senza picchi d’espressione né lacune ritmiche, una vicenda da ricondurre alla biografia – da discernere – della reale Nora Lam, fondatrice della World Children’s Fund.  Vengono limati nel film gli aspetti mistici troppo altisonanti del narrato della Lam, in funzione di una trasposizione più vicina al sentire comune. La protagonista diviene così un credibile testimone cinematografico di quel percorso intimo di accostamento a Dio che negli agi e nelle sicurezze quotidiane talvolta appare arduo, ma che non viene invece rinnegato, eroicamente, da quanti soffrono e patiscono ogni prepotenza. La scena memorabile? Quella in cui un gruppo di cristiani clandestini intona senza voce (per non correre il rischio di essere sentiti) muovendo solo le labbra, un inno sacro. Davvero toccante.

Da un punto di vista esclusivamente cinematografico devo ribadire quanto accennato qui sopra: non si può dire che il film sia tecnicamente entusiasmante, sebbene scorrevole e piacevole. I contesti sembrano sufficientemente indagati, anche se semplificati e probabilmente appiattiti; alcune soluzioni della sceneggiatura hanno un vago sapore d’ingenuità, altre rendono invece giustizia a un messaggio che qui, su La Luce in sala, possiamo definire senza mezzi termini… importante. Il film è pressoché sconosciuto in Italia, ma disponibile a poco prezzo in DVD.



THE BLIND SIDE
15 gennaio 2011, 5:40 pm
Filed under: Cristiani

(The Blind Side)

Usa, 2010, di John Lee Hancock, con Sandra Bullock, Tim McGraw, Quinton Aaron, Jae Heads, Kathy Bates…

Michael, un ragazzo dalla corporatura imponente orfano di padre e abbandonato dalla madre, inizia a studiare, nonostante la povertà e lo scarso rendimento scolastico, presso una prestigiosa scuola cattolica. L’istruttore di football americano spende, per farlo accettare, un discorsetto sul sentimento cristiano (mirando ovviamente alle potenzialità sportive del giovane). Questo non è sufficiente a migliorarne le condizioni sia di sussistenza che esistenziali, al punto da indurre Leigh Anne Tuohy, una ricca arredatrice d’interni, ad esporsi direttamente sul piano della carità.
In giro per la rete si leggono recensioni di questo film a dir poco orripilate, e credo che il motivo sia assai meno superficiale del voler criticare la trita favoletta sul sogno americano o, più legittimamente, la riproposta dello stereotipo bianco-abbiente/nero-indigente. Lungi dallo schierarsi, trovo che l’acredine di molti recensori sia soprattutto un fatto politico: l’impostazione chiaramente teocon del film (a noi interessa la parte Teo), con ricche famiglie bianche che vivono nella parte “bella” della città facendo raccolte fondi e, cosa davvero stridente, sono cattoliche, rende indigesto il racconto quasi a prescindere. Molte osservazioni sono corrette: è vero che gli afroamericani vengono dipinti in modo non equilibrato, ma credo che si siano privilegiati i soli contesti pregnanti per la definizione della vicenda (che essendo vera pone indicazioni abbastanza precise). Leggo poi le insistenze nel denunciare come alla base del nobile gesto della famiglia, definito più volte nel film “cristiano”, ci sia un’enorme ottusità di fronte alle cause dei problemi sociali, e una tremenda ipocrisia dell’agire senza sforzo, andando ad incidere sulla sola superficie dei problemi. Queste, l’ho già detto, sono osservazioni corrette, e tuttavia parziali! Se su un piatto della bilancia si mettono queste critiche, sull’altro occorrerà elencare come  Michael, pur proveniente da un ambiente che ne ha prodotto l’analfabetismo e il disadattamento, venga dipinto come un ragazzo capace, intelligente e premuroso, (il che torna comodo alla famigliola ospitante, ma attacca tutti i pregiudizi sugli afroamericani che si vorrebbero imputare al film). Occorre dire poi che una buona azione può anche essere presa per quello che è nella sostanza, e non solo come appiglio per mille significati nascosti.

Michael alla fine raggiungerà la chimera americana (sempre più lontana per sempre più persone) grazie all’aiuto disinteressato di questa famiglia. Quest’ultima, non importa quanto ricca (esserlo non è una colpa), sceglie di aiutarlo nel bene e nel male, e non si sottrae davanti ai problemi che emergeranno puntualmente. Non va dimenticato come la signora Tuhoay (una Sandra Bullock premiata con l’Oscar) prenda posizioni forti di fronte alle sue “amiche”, (che delineano un conformismo bianco popolato di difetti intrinseci al mondo benestante), né come si denunci l’incompatibilità del sistema con la carità, mostrando il dispiegarsi di una piccola inchiesta per chiarire cosa possa nascondere veramente un gesto che, lo si problematizzi come si crede, resta nobile ed encomiabile.
Purtroppo talvolta la politica prende il sopravvento, è vero, (ad esempio nel sempiterno orgoglio di possedere un’arma); in alcuni punti le cose scorrono forse troppo lisce per una trascrittura che sia pienamente realista, ma il film rimane una piacevole testimonianza, avvalorata dalla veridicità della vicenda (tratta dal libro “The Blind Side: Evolution of a Game”, narrante la biografia del giocatore professionista Michael Oher), di un esempio esclusivamente da plaudire. La cattolicità c’è, ma solo leggermente sfumata in minutissime occasioni, cosa non bastata a ridimensionare né le invettive dei detrattori, né gli apprezzamenti dei cristiani. In Italia è stato rilasciato solo per l’home video: ma va!?



FIREPROOF
3 gennaio 2011, 6:51 pm
Filed under: Cattolici, Cristiani, Film

(Fireproof)

Usa, 2008, di Alex Kendrick con Kirk Cameron, Erin Bethea, Ken Bevel, Blake Bailey…

Mi è capitato di leggere su internet, non ricordo precisamente dove, un commento a questo film dove si diceva, bollandolo di semplicismo o buonismo made in Usa, che vederlo è come guardare un episodio di Settimo Cielo (Brenda Hampton, 1996-2007), solo più lungo. L’osservazione è del tutto legittima, tant’è che la sensazione che suscita la vicenda e il metodo comunicativo sono i medesimi… ma il film in questione sembra andare molto oltre, proponendosi come uno strumento semplice e diretto per osservare dall’interno del matrimonio molte delle dinamiche che portano alla difficile scelta di separarsi. Va specificato che la produzione è di impostazione protestante, sebbene sia ammirevole come tutto venga trattato in modo ecumenico, riducendo al minimo possibile i riferimenti confessionali. Questo film èl’esempio di come i nostri fratelli protestanti siano assai meno ingessati di noi cattolici nell’esprimere i più stringenti argomenti spirituali, attualizzandoli e ponendoli nel tessuto quotidiano (quando noi preferiamo ripiegarci sull’agiografia o la storia della Chiesa). Il buonismo c’è, ed emerge soprattutto in alcune frettolosità dello script, ma il resto è  plausibilità schietta, indagine accurata che non dribbla alcun problema o risvolto complicato.

Si racconta di Caleb e Catherine, una coppia di giovani sposi arrivati al settimo anno di matrimonio (probabilmente un messaggio che approfitta dello sciocco cliché per rivolgere la riflessione sul problema a chiunque sia sposato): ormai essi hanno esaurito la più piccola traccia di comprensione e trasporto emotivo, e poco manca che arrivino alle mani per sfogare l’uno sull’altra la reciproca disperazione. Molto felice la scansione narrativa iniziale, dove i due protagonisti vengono presentati dapprima separatamente come singoli nel mondo lavorativo, a contatto coi colleghi, e dunque esponenti capacissimi e obiettivi di un’umanità ottimale, per poi mutare bruscamente alla prima scena domestica, quando fatichiamo a riconoscerli. La trama diventa poi un susseguirsi di parentesi tematiche molto fitte ed eterogenee, spazianti dal rapporto coi genitori, il tema della conversione, dell’insofferenza verso la fede… e ancora molte altre. Tutte sono abbastanza riuscite e funzionano davvero in modo “terapeutico”, invitando alla riflessione, ma non tutte vengono trattate con spontaneità, e questo in parte condiziona la percezione dell’insieme. Da segnalare anche un certo indugio finale un po’ fastidioso, nel suscitare commozione attraverso più epifanie in successione. Ancora vorrei puntare il dito contro una certa “faciloneria della conversione”, realizzata in pochissime battute come il più semplice dei processi volontari, rischiando di far passare uno stravolgimento interiore come una scelta che si soppesa così, senza ridiscutere tutto il senso dell’esistenza. (Va detto che il film si focalizza sui problemi coniugali, e che nel suggerire una soluzione imperniata sul cristianesimo deve trattare di una conversione, ma senza il lusso di potersi dilungare).

Nonostante queste critiche trovo che il lungometraggio sia comunque ben riuscito, non tanto come prodotto cinematografico (poco pretenzioso), ma piuttosto come strumento evangelico, intervallato di tanto in tanto da bei momenti d’azione e umorismo che ne alleggeriscono la visione. Ad essere di valore sono le rappresentazioni della realtà matrimoniale, distrutta dall’orgoglio che vince sulla ragione, e la sofferenza del comprendere la radice dell’amore coniugale. Centrale e vivissimo il paragone fra la ripulsa dell’uomo per Cristo, e la ripulsa dell’amato per l’amante: niente di più schiacciante per comprendere a fondo il nonsenso di rifiutare il perdono e il divino. Davanti ai nostri occhi scorre un esempio credibile di atteggiamento cristiano di tenacia nel vero amore, esplicando un procedimento di pazienza e ridimensionamento dell’ego la cui qualità può indurre nella tentazione (che sarebbe una debolezza di cinismo) di avvertire il tutto come una bella favola. Insomma, a conti fatti il film risulta davvero prezioso nella dimensione in cui viene proposto come un sussidio per la catechesi, altrimenti si rivela comunque come un gradevole racconto di faticosa redenzione, condito con tutto ciò che occorre a renderlo piacevole, ma abbastanza monocorde e di veste “televisiva”. D’altronde credo fosse davvero nelle intenzioni del regista creare qualcosa di dirompente sul piano semantico, a scapito di quello prettamente cinematografico. Per concludere: interessante rivedere la vecchia conoscenza Kirk Cameron, già protagonista della famosa serie Genitori in Blue Jeans (Neal Marlens, 1985-1992), alle prese con un ruolo che tiene conto della sua personale vicenda di avvicinamento a Dio (attualmente è presbitero battista). Alla prossima!




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