LA LUCE IN SALA


FOTOGRAMMA/PENSIERO #9: THE READER
31 marzo 2011, 9:30 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(The Reader, Usa-Germania 2008, di Stephen Daldry)

Hanna Schmitz, un’enigmatica donna tedesca del secondo dopoguerra, chiusa e ruvida nei modi anche più femminili, cede alla commozione all’interno di una chiesa dove un coro di voci bianche sta effettuando le prove per la messa. Il momento serve a mostrare l’interiorità delicata e sensibile del personaggio alludendo, lo si capirà tardivamente, alla sottintesa ma non scontata presenza di un’umana coscienza.



CONTEST SUL CORTOMETRAGGIO CATTOLICO: VOTA ANCHE TU!
28 marzo 2011, 12:00 pm
Filed under: News

Ma che notizia!

Il Media group cattolico Goodness Reign ( Louisville, Kentukchy) ha organizzato un contest dedicato ai giovani registi cattolici dai 14 anni in su (organizzati in gruppi o singolarmente, con più o meno consapevolezza tecnica), intitolato People’s choice award. Si sono dati da fare e hanno presentato numerosi cortomtraggi dedicati all’insegnamento della Chiesa, alla sua storia, ai suoi sacramenti, alla vita dei santi, ad esempi di azione dell’odierno spirito missionario.  Il premio in palio è costituito dalla somma di 1000 $, da assegnarsi all’autore del video più votato in rete. I partecipanti competono contemporaneamente anche al Share the Story, altro short film contest del quale conosceremo il vincitore il 1° aprile. (Il premio in questo caso sarà a scelta fra un pacchetto di attrezzature filmiche o un viaggio all inclusive per la GMG 2011). I partecipanti provengono da 25 stati USA oltre a Canada, Pakistan, India e Messico. Il video più votato in questo momento è “Missionary Spirit at Queen of Peace”, ambientato all’interno di un liceo cattolico, e dove si spiega quali sono i principi che stanno alla base dello spirito missionario; lo segue a ruota “The Sacrament of Divine Mercy”, nel quale si racconta un episodio della vita di San Giovanni Bosco che vede Satana impegnato a scoraggiare un sacerdote e la sua congregazione nella considerazione del sacramento della confessione. Tra i favoriti anche un altro corto “The ten plague” che vede riattualizzate le 10 piaghe d’Egitto in un contesto liceale (!?!). Fra gli altri poi “Finding John Doe”, il quale racconta di una ragazza problematica che contempla l’ipotesi di suicidarsi e “Morning Star Family Holy Hour”, che fissa su pellicola l'”Ora Santa” di preghiera di un gruppo newyorkese cristiano per bambini. (fonte)

La gara, secondo le intenzioni degli organizzatori, creerà un serbatoio di corti interessanti ad uso di catechisti e pubblico. La Luce in sala ovviamente vi invita a votare sul sito http://goodnessreigns.com/vote/ e si propone di mantenere alta l’attenzione su questa bella, bellissima iniziativa! E’ possibile regalare il proprio click a uno dei piccoli/grandi registi in concorso fino al 1° maggio! Io non ho ancora deciso chi votare… i video sono tantissimi (e purtroppo senza sottotitoli). Qui sotto un video selezionato per la simpatia… Alla prossima!



LE CRONACHE DI NARNIA: QUARTO FILM
25 marzo 2011, 10:05 am
Filed under: News

Ormai sembra sicuro, dopo il successo de “Il Viaggio del veliero”, il prossimo capitolo della saga de “Le Cronache di Narnia”, non sarà il seguito “La sedia d’argento” ma bensì il prequel (tale anche originariamente poiché pubblicato come sesto capitolo), “Il nipote del mago”. Michael Flaherty, presidente dell Walden Media, la casa di produzione dei precedenti episodi, ha dichiarato che le trattattive con la Fox e la famiglia di C. S. Lewis sono attualmetne in corso, e che se tutto dovesse procedere nel migliore dei modi il film potrebbe essere pronto di qui a due anni. Il Nipote del mago narra la Genesi del mondo di Narnia, motiva la presenza del lampione nel bosco, spiega come è stato creato l’armadio, la provenienza della perfida strega Jadis… Insomma è un capitolo di particolare bellezza (probabilmente di complessa trasposizione), speriamo perciò che il risultato sia il più fedele possibile al senso letterario. Una nuova pagina cinematografica senza la perfetta Jadis di Tilda Swinton sarebbe certamente un peccato, ma fortunatamente sembra che l’attrice sia disponibile a rivestire i panni del demoniaco avversario di Aslan.

 



“THERE BE DRAGONS” PRESENTATO IN VATICANO
24 marzo 2011, 11:20 am
Filed under: News

There be dragons, prossimo film ad alto tasso cattolico di Roland Joffé, (ne abbiamo parlato qui) è stato presentato nei giorni scorsi in Vaticano. Il regista in persona si è recato a Roma e ha presentato la sua ultima fatica, precisando, assieme alla produzione, che nonostante la forte contestualizzazione cattolica della vicenda, il film si rivolge ad ogni essere umano, “un essere umano che pensa, che sente, che ha una famiglia, si sente ideologicamente schierato, si sente arrabbiato, si sente vendicativo, sente, cerca, ha bisogno d’amore”. “Dio non si trova solo in chiesa” aggiunge “ma anche nella vita quotidiana, quello che succede nella vita quotidiana è una guerra civile”. Presente all’evento anche Ennio Morricone, compositore della colonna sonora del maggior successo di Joffè, The Mission: “Con questo film Roland Joffé conferma la sua bravura, la sua grandezza come regista intenso e profondo, di altissima qualità […] lui merita di più di quello che ha, è un grande genio, e conferma quello che ho sempre pensato: è un grande regista.”

Non ho trovato materiale video in italiano sull’evento. Per chi preferisce, qui è disponibile la versione in uno spagnolo molto comprensibile.



UN UOMO PER TUTTE LE STAGIONI
23 marzo 2011, 9:43 am
Filed under: Agiografici, Film

(A Man for All Season)

UK 1966, di Fred Zinnemann, con Paul Scofield, Susannah York, Robert Shaw, Nigel Davenport, Corin Redgrave…

La storia del Regno Unito, con le vicende da romanzo e le figure leggendarie di re e regine è una fra le più intriganti che si possa aver la fortuna di studiare. Fra i molti episodi che ne costellano l’incedere secolare, lo scisma fra la Chiesa Anglicana e la Chiesa Cattolica voluto da Enrico VIII, risulta un episodio tra i più affascinanti. In quale altro pugno di decenni si sono mai verificati giochi di potere tanto gravi, amori capricciosi e paradossalmente forti, disastrose ondate di violenza, tradimenti, esecuzioni, successioni problematiche? Un uomo per tutte le stagioni descrive chiaramente i fatti politici che portarono alla triste risoluzione dello scisma anglicano, puntando l’attenzione su un eroico protagonista, voce del dissenso, coraggioso e leale verso i propri principi: Tommaso Moro. Dal film traspare soprattutto il suo forte nervo intellettuale, la personalità pacatamente acuta, la dignità donchisciottesca di un pensatore integerrimo a cui solo ragione e giustizia potranno imporre un obbligo. La raffinatezza cerebrale del personaggio  viene resa da una concatenazione di dialoghi mozzafiato, ricchi di astutezze quasi forensi, battute e ribattute all’ultimo sangue sempre più notevoli e sottili, sempre più efficaci e tuttavia sempre semplici e di immediata comprensione. E’ questo l’aspetto in cui si coglie la filiazione diretta del film con l’omonima pièce teatrale firmata da Robert Bolt.

Di contro, ma è una necessità rappresentativa degli anni in cui è girato il fim, la vita e le forme sociali, dialogiche, di relazione, vengono compresse nella forma mentis contemporanea, riservando maggior cura storiografica per ambientazioni e costumi. La prospettiva cattolica risulta evidente anche solo nello scegliere un focus biografico sulla figura del Santo e tutto concorre, con garbo uniforme, a sostanziare questa posizione: il sovrano appare irragionevole e prepotente, i suoi ministri arrivisti ed untuosi, i famigliari del santo briosi e intelligenti. Forse non c’è da scandalizzarsi allora se l’equazione cattolico=cattivo si riscontra pesantemente, in tempi più recenti, nei due capitoli dedicati alla figura di Elisabetta I (Elizabeth, 1998 / Elizabeth: The Golden Age, 2007, Shekhar Kapur). Un uomo per tutte le stagioni è particolarmente utile per riflettere sul ruolo del cattolico all’interno di una società che talvolta potrebbe creargli degli attriti ideologici.

Non tutti sono capaci dell’eroismo assoluto di San Tommaso Moro, ma tutti dobbiamo capire il senso profondo (anche istituzionale) della religione e, stando nel mondo e vivendo con le sue leggi, fare tutto il possibile per non tradirla. In fondo il film (ma la stessa vicenda del santo) vuole mostrare proprio la solitudine totale di un uomo, incredibilmente rimasto unico ed ultimo difensore di ciò che prima era diffusamente e strenuamente condiviso dal suo stesso sovrano, ora divenuto suo persecutore.



FOTOGRAMMA/PENSIERO #8: IL PADRINO
20 marzo 2011, 11:14 am
Filed under: Fotogramma/Pensiero

(The Godfather, USA 1972, di Francis Ford Coppola)

Un frammento di una sequenza storica. Se il cattolicesimo è vissuto come mero fatto culturale esso non arreca alcun imbarazzo a chi ne fa lo stigma della propria ipocrisia. Il battesimo del nipotino di Michael Corleone fa da contrappeso alla sanguinosa eliminazione dei nemici della famiglia. La contemporaneità dei due avvenimenti, indiscutibilmente inconciliabili, consente di osservare l’abisso interiore del protagonista che “rinuncia a Satana” davanti a Dio ma lo sposa con la vita davanti agli uomini. Due facce della stessa medaglia che interrogano ancora oggi nella verità della cronaca: doppiogiochismo spirituale, grottesco tradizionalismo, ingenua incoerenza, arrogante malafede?



IL RITO
17 marzo 2011, 12:35 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione

(The Rite)

USA 2011, di Michael Håfström, con Anthony Hopkins, Colin O’Donoghue, Alice Braga, Toby Jones, Ciarán Hinds, Marta Gastini…

Ogni film che voglia appartenere al genere demoniaco/esorcistico deve, per un principio di coerenza contestuale, coinvolgere una larga parte del repertorio significante cattolico. Quando capita il film merita di entrare a far parte dell’elenco de La Luce in sala. Il “sottotesto” teologico (virgolettato perché tale solo nel frangente cinematografico) è stato tirato coraggiosamente in ballo per la prima volta nell’insuperato L’Esorcista (Friedkin, 1973), poi nel vibrante L’Esorcismo di Emily Rose (2005, Scott Derrickson) e, infine, lo dico con entusiasmo, ne Il Rito. L’enorme potenziale immaginifico e traumatico che si dispiega istantaneamente dalla figura di Satana solletica frequentemente il genere horror, dando l’occasione a una tipologia cinematografica assai dissonante rispetto al nucleo di valori cattolico, di tracciare (quando si ha l’intuito per la costruzione di un discorso propositivo) un’apologia della Chiesa Cattolica e del cattolicesimo tout court. Se Il Rito accusa segni di stanchezza rispetto ai predecessori, sul piano creativo e della tensione, non difetta minimamente di superficialità o ripetizione per quanto concerne l’impianto religioso che sta dietro a qualsiasi trattazione plausibile del tema satanico. Michael Kovak, giovane americano che rifugge il destino di impresario funebre, sceglie il seminario per sfruttarne la componente formativa, pensando di ritirarsi appena prima di prendere i voti essendo, per natura ed esperienza, poco propenso al pensiero fideistico. Farà seguito alla sua lettera di dimissioni l’invito a partecipare a un corso formativo per esorcisti a Roma della durata di alcuni mesi. Nel cuore del mondo cattolico, palesando un comprensibile scetticismo, verrà indirizzato presso l’antro di padre Lucas, dove l’azione diretta del demonio gli sarà di stimolo per scalfire i propri dogmi e capire che la verità non deve, come dice il poco ortodosso esorcista, coincidere forzosamente con la certezza. Il film alterna momenti di grande interesse (soprattutto nella prima metà) ad altri che sanno inevitabilmente di già visto o, peggio, di grossolano. Si risponde soprattutto un po’ troppo alla legge del pittoresco, utile per impostare una suggestione, un’atmosfera ma che, a lungo andare, crea uno strano senso di artificiale se non di risibile. L’ospedale dell’anteguerra e l’antro cadente di padre Lucas (anch’egli alquanto atipico nel suo romitaggio che sa di outsider) depistano la narrazione, pur esteticamente ineccepibile, dal suo intento di plausibilità. Divertente anche l’aula high tech della classe di esorcismo: in America evidentemente (lo si era già visto in quel film dove Tom Hanks rimane bloccato nell’Archivio Vaticano) è irresistibile l’idea di sovrapporre al mistero religioso e all’aura di importanza e di autoritaria consapevolezza della Chiesa, i misteri dei servizi segreti o della Nasa. Ma veniamo adesso al nocciolo della questione. Ritengo che il tema dell’esorcismo venga trattato con la dovuta delicatezza, problematizzato e contestualizzato in modo abbastanza veritiero. Si nota l’attenzione al parere di veri esorcisti (ricordo che il film è tratto dall’omonimo libro inchiesta scritto da Matt Baglio) nel descrivere pratiche e fenomeni, ed è chiaro che un tema già ampiamente sviscerato guadagna in quest’occasione un ulteriore corollario di concetti vivi quali ad esempio la familiarità che si viene a creare fra esorcista e posseduto, la non esagerata spettacolarità della possessione (sbandierata subito alludendo all’ingombrante prova friedkiniana), la testimonianza sul “come sia” essere posseduti, l’incredulità (non gratuita, ma scientificamente disincantata) che diviene principio attivo di un utile approfondimento.

Nonostante tutto questo sono convinto che il vero valore del film non stia nel dimostrare che certe incredibili pratiche “medievali” sono ancora in corso ogni giorno con effetti che tutti potrebbero riscontrare, non sia quello di dare voce a una Chiesa che agisce scientemente in un campo doloroso dove la scienza risulta smarrita, ma bensì trascrivere il percorso interiore di un giovane d’oggi che, attraverso il male, prende coscienza di un sistema che aveva istintivamente respinto. Con i soliti meccanismi volti a enfatizzare l’uno o l’altro passaggio interiore (spettacolarizzando) Michael cede al trascendente invisibile. Ciò che vede paradossalmente (è qui il difficile del discorso) non testimonia Dio, ma la sua “assenza”, ed è proprio da questa, una conoscenza per assenza, in negativo, che sente un umanissimo urgente richiamo al Padre. Insomma, Il Rito ha più di un difetto, forse poteva essere l’occasione per qualcosa di assai più memorabile, ma non va dimenticato che ci parla onestamente della nostra fede, che difende e restituisce dignità alla Chiesa Cattolica dinnanzi a un mondo che troppo spesso, come accade nella scena più significativa del film, non perde occasione per sputarle addosso.



MAGNOLIA
14 marzo 2011, 7:45 pm
Filed under: Aperti a Dio, Film

(Magnolia)

USA 1999, di Paul Thomas Anderson, con Tom Cruise, Philip Seymour Hoffmann, Julianne Moore, Jason Robards, Philip Baker Hall, John C. Reilly…

Se La Luce in sala fosse un blog che assegna le “stellette” (cosa che non è), Magnolia eccezionalmente ne avrebbe dieci tonde tonde. È stato scritto un po’ di tutto sia nel bene che nel male… ma non ho ancora trovato una lettura che ne consideri il significato più scomodo. Quando la critica di un titolo è mescolata all’interpretazione è quasi sempre condizionata dall’interiorità di chi la elabora, per cui vorrei raccomandare a quanti stanno leggendo di astenersi dal proseguire senza aver visto prima il film: questa non è una recensione, ma una traduzione che rovinerebbe la vostra percezione. Se stavate leggendo per farvi invogliare nella visione… beh, vi raccomando esplicitamente di guardarlo… (insomma, dieci stellette!!!)

Perché Magnolia è un film aperto a Dio? Credo che quanti avessero preso l’epigono della trama come un dardo del nonsenso potrebbero storcere il naso o ritenere una lettura nello stile di chi scrive arbitraria e forzata. In realtà osservo periodicamente Magnolia sin dal 1999, l’anno di uscita, e non sempre sono stato di questa opinione. Maturando e pensando e ripensando mi sono arreso a quella che mi è sembrata l’evidenza. I travagli esistenziali dei nove protagonisti dibattentisi nel mare oscuro della vita per ben tre lunghe ore, (“La vita non è corta, è lunga!” dirà il morente Earl), convergono tutti sul ciglio del nulla, con passi alternati di disperazione e frustrazione. Fra loro c’è chi cerca il perdono sapendo di non meritarlo, c’è chi è radicalmente innocente ma deve passare nel tritacarne del mondo adulto (non è pericoloso confondere i bambini con gli angeli), c’è chi odiando con livore indossa una maschera grottesca, chi è un “fallito”e chi un inetto. Tutti non basterebbero a sé stessi, tutti non ce la farebbero ad andare avanti.

Le rane potrebbero non voler dire niente di particolarmente trascendentale, ma è con la loro illogica e immotivata provenienza, che dicono tutto. Hanno il sapore inconoscibile di un intervento dall’alto, di una piaga egizia di biblica memoria. Una piaga decisamente fuori tempo massimo che viene a salvare e a interrogare su un livello altro rispetto a quello dell’analisi razionale. Il film in questo senso non è aperto a Dio, ma spalancato. Le rane non hanno alcun senso, ma ci sono. Le rane sotto forma di cataclisma inelegante e impoetico come pochi (lontano insomma dall’incedere angelico di una figura luminosa) schiacciano sotto al loro peso scrosciante qualsiasi pensiero, qualsiasi problema. Confermano il sospetto di un non senso terreno (ricordate i tre episodi iniziali sulla teoria del caso/non caso?) alludendo a un significato più ampio che distrae, fa rinsavire, scrolla via ogni ossessione. Ovviamente tutto questo consentirebbe mille altre letture parallele: le rane sono solo un simbolo, una metafora (di mille cose diverse, ad esempio quello che non conosciamo o comprendiamo, l’oscurità del futuro, la fatalità del mondo…); le rane sono l’estrinsecazione materiale e concettuale dell’assurdo della vita; le rane sono un parallelismo fra la natura biologica sconquassata e la natura umana deturpata. Insomma, le rane potrebbero voler dire potenzialmente quello che ognuno di noi crede… se non fosse che dopo l’inconcepibile accade ancora l’impensabile: in risposta alla specifica preghiera del poliziotto Jim, (l’unico che possa, nella sua ottusa ingenuità, pregare Dio fattivamente), dopo il diluvio di anfibi piove anche una (in realtà “la”) pistola. È questo l’elemento che affossa tutte le altre ipotesi. Vi è in questo, a mio parere, una precisa (ironica?) ricostruzione della logica del rapporto uomo-Dio: le rane sono “piaga” formale, sono cataclisma formale, ma salvano. La pistola cade come il più schiacciante dei miracoli quando ormai è tardi, quando non serve più, in un impeto di provvidenza.

Senza la pistola la pioggia di rane sarebbe solo un raro (qui decisamente troppo spettacoloso) fenomeno meteorologico: “Sempre si troveranno abbastanza luci per chi voglia credere e abbastanza ombre per chi voglia dubitare” dice Pascal. Ho letto molte recensioni amare, “disorientate” da questa sorta di compiacimento criptico che vorrebbe strizzare l’occhio allo spettatore medio facendolo sentire intelligente senza che egli abbia capito nulla. Mi dissocio: Anderson schiaffeggia lo spettatore a livello visivo, ma concettualmente e senza imporre nulla, consente una comprensione reale e sentita che è, per sua stessa natura, avversa al ritmo e ai temi dei momenti antecedenti, ma li accoglie  e li porta comunque tutti a compimento. Chiaramente la prima visione del film risulterà profondamente straniante, ma non ritengo che la scelta del regista sia spocchiosamente autoriale o generica o facile (come è stato detto). Allusiva è la profezia del bambino rapper (“non è pericoloso confondere i bambini con gli angeli”, dirà Donnie) che cita una formula che non può essere casuale (verrà ripetuta in due diversi momenti del film): Segui me dalla A alla Z sono io il tuo profeta, uomo inerme, io ti parlo di un gran Verme, che un giorno il collo tirò per bene al responsabile delle sue pene, scappa dal diavolaccio ma al collo ha già un bel laccio. E se merita una punizione dagliela tu, sapientone. Quando il sole bene non fa, Dio manda pioggia sull’umanità, a “lume di naso” questo ti aiuta a risolvere il caso. (In inglese: When the sunshine don’t work, the good Lord bring the rain in.) Il “Verme” nominato è naturalmente l’assassino implicato nel “caso” di cui si sta parlando.

La pioggia è la stessa cui si riferiscono i valori metereologici che intervallano in due momenti l’andamento della trama e, ovviamente, soprattutto quella finale, non preannunciata da nessun metereologo ma bensì dalla numerologia tratteggiata nel film: dopo qualche visione diventerà evidente come il numero 82 sia ridondante.

Ad attrarre l’attenzione su questo aspetto è soprattutto il momento del tentato suicidio iniziale del giovane Sid: a terra, poggiati alla balaustra, vi sono due fili metallici modellati proprio a “82”, innaturalmente disposti essi rivelano una simbologia che pervade tutto il film: Esodo (il libro citato da Donnie, il genio con l’apparecchio) 8, 2: Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono la terra d’Egitto.

A questo punto, volendo premere ancora un’ultima volta su questa interpretazione, aggiungerei che assume un plusvalore la dialettica realtà/finzione, ripetutamente attaccata nello svolgersi del film: – L’amorevole infermiere Phil (Hoffmann) è al telefono con l’operatore di Seduci e Distruggi: […] Faccio la figura dello stupido Come se stessi girando la scena di un film dove il vecchio morente cerca il figlio, ma mi creda, siamo in quella scena, ora siamo in quella scena e io credo che mettano queste scene nei film perché corrispondono alla verità, perché succedono veramente e lei mi deve credere perché sta accadendo qui, in questa casa. […] Davvero questa è la scena del film in cui lei mie viene ad aiutare!” – Quando, nel momento di catarsi finale la fragile Claire riabbraccia finalmente sua madre in preda allo stato confusionale indotto dalla pioggia di rane, la telecamera inquadra un dipinto la cui didascalia dice “Eppure è successo”. – Contemporaneamente il piccolo Stanley, da solo nella biblioteca, si (e ci) ripete: “Succede, sono cose che accadono. Sono cose che accadono.” – Infine la voce narrante che conclude la visione, ponendo alcune considerazioni sul caso, dice: “E noi di solito commentiamo, beh… se l’avessi visto in un film, non ci avrei creduto!

Ancora devo specificare che Magnolia è un ricchissimo affresco sull’uomo che apre infinite parentesi psicologiche, simboliche, di significato. È un capolavoro di tecnica, un vero pezzo di bravura, una raccolta di attori superbi, un puzzle di brani musicali azzeccatissimi. Per questi e molti altri aspetti vi rimando alle critiche ospitate altrove… qui abbiamo impostato un discorso necessariamente mirato, forse centrale ma senz’altro limitato rispetto a quanto viene trattato in un lungo film che vuole dire e mostrare tutto (il cinema, la vita, l’amore, la morte, il passato, il perdono, il peccato…) e forse è proprio per questo che non poteva esserci altra soluzione narrativa se non quella insinuante e ammutolente delle rane.

Alla ricerca di ulteriori conferme mi sono imbattutto nella seguente dichiarazioni del regista: “Le rane non hanno alcun significato. Solo il fatto che cadano ha significato. Se avessi avuto il budget,  sarebbero potute essere cani e gatti.” (fonte)



STAR PRO LIFE IERI E OGGI
11 marzo 2011, 9:52 am
Filed under: News

Vi riporto, dopo la sequela qui sotto, alcuni link firmati UCCR dedicati al cinema, una fonte sempre da privilegiare.

Il primo riguarda l’attore Eduardo Veràstegui, di cui abbiamo già parlato a proposito del film “Bella” e del corto pro life “The Butterfly Circus“.  Ad ulteriore conferma del suo riscoperto cattolicesimo, e del connaturale spirito di militanza a favore della vita, l’attore aprirà “il più grande centro pro life degli USA”.

Il secondo articolo ci dà invece la triste notizia della morte dell’attrice Jane Russell, specificandone tuttavia il sofferto ma gioioso percorso verso la scelta antiabortista, compiuto anche nell’abbraccio alla religione cristiana.



PERSONAL #2: FENOMENOLOGIA DEL CINEMA-LUOGO pt.1
10 marzo 2011, 7:33 pm
Filed under: Personal

Convinto che ogni tanto debba concedermi una finestra per sproloquiare in libertà in modo da creare un’atmosfera amichevole, vi parlerò quest’oggi di un tragico controsenso che anima il mio essere cinefilo. È una confidenza, per cui, acqua in bocca… ma sono un’amante del cinema che… non ama andare al cinema. Immagino che possa suonare abbastanza grave come rivelazione e che, in fondo, sarebbe come dire che un amante d’arte non gradisce le mostre, o che un gourmet mangia solo cibi surgelati… ma purtroppo è proprio così: vado al cinema davvero, davvero di rado. È un fatto grave “solo” sul piano ideale, in quanto al giorno d’oggi la distribuzione per l’Home Video è assai più agile rispetto a qualche tempo fa e le tecnologie più recenti garantiscono una qualità per nulla secondaria a quella ricercata da chi si fionda, abitudinariamente, al cinema. Ma sono veramente così arido da rinnegare il valore di recarsi al cinema? No, affatto. La magia del cinema nasce (escludendo in questo discorso il sottinteso processo creativo, e rivolgendoci alla nascita dell’opera in quanto opera percepita dall’occhio/cervello, dell’opera che esiste insomma in quanto a esistere è il suo pubblico) nasce, dicevo, al cinema-luogo. Recarsi a incontrare un’opera è un preciso compito dello spettatore che può, così facendo, spalleggiare in prima persona nello specifico l’operato, il pensiero, la carriera di un regista, attore, sceneggiatore particolarmente amato o seguito e, nel generico, contribuire col proprio interesse diretto a far girare la voluminosa macchina del cinema, sia nell’aspetto più prosaico del contributo finanziario, sia in quello più immanente dell’incentivo solidale/spirituale a quell’operazione, quella ricerca, quell’estetica/filosofia. Il cinema ovviamente non è solo questo… è luce che si spegne, è immersione totale nel film garantita da un luogo che è voluto proprio per garantirlo. Ma allora?

Ebbene, a costo di apparire per quell’arcigno pedante esteta che sono… dirò che, pur reputandomi una persona abbastanza paziente, quando sento la gente che parla al cinema, un pezzo di me muore (e fatalità sempre un pezzo della parte razionale). Ora mi affretto a controbilanciare: non ho niente contro le risate o gli spaventi collettivi che sono quanto di più istantaneamente empatico con un totale sconosciuto si potrà mai costruire (e dunque qualcosa di miracoloso e bellissimo), ma bensì io veramente odio, e lo dico spudoratamente su un blog cattolico, le persone che PARLANO… le persone che BLA BLA BLA. Ora, se ci siamo recati tutti nel tempio del cinema per celebrare il rito pagano del proiezionismo contemporaneo, perché tu, donna o uomo pagante quanto me, parli del libro che hai letto ieri (magari proprio quello da cui è tratto il film), o del Mirko/Marika che ti ha guardata/o così, o del fatto che a cena avete mangiato troppo pesante e forse (lo dite voi eh, non io) era meglio se saltavate il cinema e andavate a casa??? Non mi pare di fare la figura del misantropico rompiballe. Io so (ma veramente) di avere un deficit comportamentale per cui quando guardo un film non apro bocca fino alla fine, non mi muovo fino alla fine, mi sforzo di ignorare commenti e rispondere alle domande in meno di due parole e, se posso, il film me lo vedo… da solo, da vero sociopatico, per capirci. E so anche di praticare l’arte zen del controllo, per cui se uno ha la tosse ovviamente mi disturba ma non mi dà fastidio; se uno bisbiglia ok… in fondo si va al cinema anche per stare insieme no? Una fugace battutina all’orecchio che sarà mai? Se uno sgranocchia i popcorn… beh, non è piacevole, ma fa parte del rito del cinema no? E per estensione ne fa parte pure il fondo della Coca risucchiato dalla cannuccia. Non mi infastidiscono per nulla i bambini che anzi, quando sono il pubblico di un film concepito per loro divengono parte stessa dell’esperienza cognitiva. Ma quando qualcuno PARLA… beh, quando parla… prometto solennemente che non metterò mai più piede al cinema. Si, lo so, potrei essere rompiballe fino in fondo e zittire il maleducato di turno… ma non fa parte di me. Mi piace coltivare le mie isterie nell’intimità, nel luogo caldo e accogliente che è la mia psiche (martoriata). Non capita spesso, grazie al cielo, altrimenti al cinema non ci metterei proprio piede, ma quando capita quella volta ogni due… beh, è sufficiente. Anche perché… non so se lo avete notato, ma quando qualcuno ha la sfrontatezza di parlare al cinema, ha la sfrontatezza di farlo per lunghe parentesi discorsive. I peggiori sono gli adolescenti, o i giovani ante maturità in genere… perché credono che il buio di una sala dia loro lo stesso potere che si prendono nell’ultima fila di una classe affollata… e se gli scappa, passano pure tutto il tempo del film a scalciare allegramente il sedile che hanno di fronte. Il secondo posto va ai cinquanta-sessantenni che, con l’atteggiamento di chi dalla vita ha ottenuto abbastanza (e dunque un film risulta in sovrappiù), non si rassegnano allo spreco di tempo riciclandolo chiacchierando a tono medio-normale. Il terzo posto va alle persone (di solito ragazze) che ammettono con dovizia di particolari, (a voce alta perché terrorizzate), di star avendo decisamente troppa paura per il film horror cui sono state obbligate da fidanzati/amici/nemici a presenziare.

Ma ora veniamo all’antidoto degli antidoti.

Qualora il pubblico in sala non fosse silente come una tomba, sapete quand’è che tutto diventa sopportabile? Esattamente quando capita di accorgersi che un film sta parlando a tutti con efficacia, indifferentemente dall’età, il tipo sociale o l’interesse per il film, andando a tramutare quella che prima era una massa scomposta, in un unico corpo umano rapito e attonito nel silenzio da un momento di forte dolore, paura, tensione, attesa… un momento assoluto che viene trasmesso con l’universale linguaggio delle immagini e del mutismo, e che equipara ognuno all’umanità dell’altro: è bellissimo, e vale ogni sopruso uditivo precedente… C’è, in quel panico momento di sospensione (della platea e della pellicola), un secondo in cui mi ritaglio un pensiero per rendermene conto, sacrificando di cuore una manciata di fotogrammi al momento della vita, alla sincronia emotiva dell’uomo, un uomo che sa capire sempre il linguaggio telepatico dell’arte, il linguaggio del cinema.

Anche se non vado spesso al cinema lo ammetto… nel salotto di casa tua, questo non succede. (continua)




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