LA LUCE IN SALA


SCHERZAR COI SANTI #8: ARRIVA IL FILM DI DON MATTEO.
29 maggio 2014, 7:56 pm
Filed under: Scherzar coi santi

– NO COMMENT –

p.s. Stavolta è un piacere (vista la solita qualità e creatività), condividere qualcosa di The Jackal, un gruppo di videomaker napoletani con un seguitissimo canale Youtube.

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SCHERZAR COI SANTI #7: PADRE VOSTRO
28 giugno 2013, 9:35 pm
Filed under: Scherzar coi santi

“Ogni film deve avere in sé un qualcosa che tutti noi chiamiamo divertimento. Guardando il numero di spettatori, mi rendo conto che il film ha superato brillantemente il primo esame, quello del pubblico. Naturalmente, i film non sono solo statistiche o numeri e francamente spero che questo film faccia ridere ogni persona presente nel pubblico e che questa, una volta finito il film, esca dalla sala rimanendo piacevolmente sorpresa di ciò che ha visto. Se ‘I figli del prete’ resterà impresso nelle menti di coloro che lo hanno visto per più dei 90 minuti che dura il film, allora la pellicola sarà veramente un successo”*.

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Così Vinko Brešan commenta il successone in patria (ovvero in Croazia) della COMMEDIA** Svećenikova djeca (I figli del prete). Ora, forse sarà un problema tutto mio, dato che sono alle canne del gas per merito dell’andazzo (ieri non ho manco aperto la Bussola Quotidiana, non ne avevo cuore); forse forse sarà che la bile mi tracima a fiotti da giorni, ma quando ho terminato la visione di questo film non m’è parso di essere stato “piacevolmente sorpreso da ciò che ho visto”. A sorprendermi – ma ancora non piacevolmente – è stata semmai l’immensa faccia tosta di questa dichiarazione idiota. I casi sono due: o qualcosa è andato storto nella traduzione; oppure le commedie vendono meglio dei film melmosamente anticattolici. E comunque, un essere umano che odi visceralmente Santa Romana Chiesa e si sia fatto “piacevolmente sorprendere da ciò che ha visto”, dovrebbe avere quantomeno una natura crudele e profondamente perversa. Non m’importa di rovinarvi questo film (tks!), ci andrò giù di brutto con tutti gli SPOILER possibili.

Secondo voi si può restar “piacevolmente sorpresi” da un intreccio che vede un anziano sacerdote abusare e uccidere una bambina (la piccola potrebbe essersi suicidata, precisiamolo)? Quale vampata di gusto interiore potrebbe suscitare la storia di una ragazza che, reclusa perché non abortisse, viene condotta in ospedale troppo tardi dopo una complicazione e diviene sterile? E da dove verrebbe la gioia di assistere alla costruzione – con l’inganno di un prete – di una famiglia disperata con tanto di alcolismo e sfumature suicide per il marito?

Padre vostro, insomma, è parecchio fastidioso.  Che sia ben girato, con bravi attori, belle musichette e via, non ci piove, ma qui non interessa – ma neanche un po’ – farvi una critica seria che, come sarebbe consono, si libri oltre il contenuto per apprezzare modus e forme.

I figli del prete 02E diciamo pure la verità: quand’è che questo avviene veramente, su siti che sono in un’altra galassia rispetto a questo per serietà e preparazione di chi ci scrive?

Vi copio la trama da Mymovies, che non ho voglia di impegnarmi a scriverla: “Preoccupato per il declino della natalità, e convinto di comportarsi nella maniera più corretta, dal momento che “anche il Papa è contro l’uso del preservativo”, don Fabjan, un prete cattolico di una piccola isola della Dalmazia, inizia a bucare tutti i preservativi presenti sull’isola. Al lavoro del prete presto si aggiunge quello di Marin, un farmacista locale, che inizia segretamente somministrare pillole di vitamine invece di contraccettivi nella sua farmacia. Mentre le gravidanze indesiderate aumentano, don Fabijan fa di tutto per sposare queste coppie secondo una corretta usanza cristiana, anche contro la loro volontà. Ma ben presto, l’azione del religioso inizia a influenzare la vita degli abitanti del luogo, che smettono di essere i padroni della propria fede… “.

A me piacciono i film divertenti, e non dispiace nemmeno l’irriverenza, se si sa gestirla. E sapete? L’idea di un prete che buca i preservativi non mi faceva inorridire; non perché – se ci fosse bisogno di specificarlo – la scelta del pretucolo non mi apparisse discutibile, ma perché i film sono film, cavoli… e non essendo uso a scandalizzarmi né facilmente né preventivamente, la trovata mi pareva simpatica.

I figli del prete 01

Questo giovane pretucolo che si mette di buona lena a cospirare fattivamente in favore della demografia locale, nonché contro l’ipocrisia di un’isoletta in cui tutti vanno a messa e tutti adottano sistemi anticoncezionali (e una condotta sessuale che li rende “inevitabili”), aveva – in barba a qualsiasi serietà – un che di intrigante. Il film potrebbe pure aver messo il dito nella piaga, per certi versi. Con queste premesse, da trattarsi con maniera, c’era tutto lo spazio per uno sviluppo da vera e propria commedia, con tante situazioni divertenti, tanti equivoci, tante scenette gustose. Si poteva costruire addirittura un film carino che sollevasse delle questioni scottanti, se necessario anche con critiche composte alla filosofia cattolica; c’era altresì in nuce il potenziale per un film moraleggiante (non sto dicendo che si sarebbe dovuto osare in questo senso… ma insomma, l’idea rocambolesca e pericolosa di un prete sabotatore, con uno script misurato al centimetro, avrebbe addirittura potuto portare a questo). L’inizio è infatti gradevole e accomodante: introduce il clima della vera commedia e descrive una piccola società dal ridente cattolicesimo: una chiesetta graziosissima e gremita, confessionali con le file, un adorabile anziano sacerdote amato da tutti (in realtà l’orco di cui vi dicevo), e un impacciato giovane sostituto. Stavo naturalmente in tensione perché: A) se ci son preti meglio aspettare i titoli di coda per rilassarsi; B) portavo in fondo al cuore una precedente esperienza con un altro film comico con protagonista la piccola realtà ecclesiastica di un paese: Il Missionario (Roger Delattre, 2009), un film talvolta divertente… ma ad ogni costo; C) ‘Sta cosa dei profilattici… da quel famoso viaggio di Benedetto XVI…oddio: la noia e lo strazio di nervi erano in agguato. Avevo già preso a sorridere… quando hanno iniziato ad esserci, alternate a momenti ridanciani, le prime volgarità (dire che non sono un puritano è un eufemismo, ma ambiti assai diversi, se accostati anche per scherzo, creano inevitabili fastidi), ho mangiato la proverbiale foglia. Ed ho scoperto essere amara. Ed ho scoperto essere velenosa al punto che sono venuto qui a lagnarmi, di nuovo. I figli del prete 03

A volte penso che scrivere di questi argomenti in questi termini sia interamente inutile: a chi importa che io sia disgustato, in un mondo dove è lodevole sparare sul grande schermo questi capolavori di doppiogiochismo, denigrazione e superficialità? E non è che il non riuscire ad apprezzare la regia di un film che schiera tutti i cliché progettati per distruggere la Chiesa, significhi che io non conosca il dolore, l’amarezza che nasce dal prendere atto delle cose che in questa Chiesa sono realmente distruttive. Santo cielo! io sono di Verona, dov’è c’è stato l’atroce scandalo dell’Istituto Provolo. Con certe cose bisogna farci i conti e, anche volendo, non è possibile farlo né tanto in fretta né alla leggera. Proprio per questa consapevolezza I figli del prete mi appare un film ancor più stupido, tanto risolutamente schierato quanto intenzionato solamente a diffamare ad ampio raggio (dal vescovo esperto insabbiatore che arriva in Yacht, al pretino che risponde al cellulare durante la celebrazione della messa, all’odiosa interpretazione della confessione come puro meccanismo d’omertà), con una disinvoltura e leggerezza imbarazzanti… Quale nesso ha con lo sviluppo della trama il fatto che alla fine il vecchio adorabile sacerdote, che ha pure scarrozzato i bimbi del coro in udienza privata da Benedetto XVI, si riveli per essere un pedofilo omicida? Mi son cascate veramente le braccia.I figli del prete 04 Questo film arriva a giocare scoperto, ma in un modo tanto untuoso da far assurdamente rimpiangere quei pugni allo stomaco cruentemente anticattolici (e legati alla pedofilia) che sono titoli come Angeli Ribelli (Aisling Walsh, 2003) o Deliver Us from Evil (Amy Berg, 2006). Un anticattolicesimo comprensibile – forse addirittura salutare? – esiste eccome, e non è certamente quello di questo filmetto supponente e vigliacco. L’anticattolicesimo non viene neppure calcolato come un oggettivo ingrediente: il film – come ci tiene a far intendere il regista – è una commedia! Alla domanda diretta posta a quest’ultimo in un’intervista: “Il noto teologo Rebić ha addirittura definito il film una cospirazione di gay, lesbiche e comunisti”. Come risponde a tali accuse?” [Che si trattasse di una cospirazione mi pare lapalassiano… quanto alle tre infuocate paroline, stizzose alquanto, assumo vadano ricondotte a una conoscenza del Rebić più approfondita, rispetto alla mia, degli ambienti da cui proviene il film]; così risponde Vicko: “Questa dichiarazione non è indirizzata al film, non è una critica che riguarda l’opera cinematografica e pertanto non mi interessa. L’unica cosa che mi stupisce è il linguaggio rude di una persona colta, laureata e, per di più, di un prete! Nonostante la sua esternazione, il pubblico è andato in massa al cinema a vedere il film. Se il pubblico non ha reagito a questo attacco, perché dovrei farlo io?”*.

Ohmmioddiooooo: anch’ io sono sgomentato dal linguaggio volgare e aggressivo di questo prete/scaricatore di porto! E per di più laureato! Perché il regista dovrebbe spendere mezza parola a spiegare perché con la sua opera sputa in faccia al prelato e a tutti i suoi colleghi? Ma per favore. L’anticattolicesimo è solo quella cosa invalutabile che è il contenuto, trascurabilissimo: parliamo della fotografia e del montaggio che siamo à la page. E poi: che storia è? Questa è una commedia che “sorprende piacevolmente”!

Questo film ha battuto ogni record in Croazia divenendo il film di produzione nazionale più visto di sempre. Questo ne fa una perla rilucente col diritto d’approdare a tutti i festival più patinati. Peccato che il battuage pubblicitario in patria sia stato, insolitamente vista la minutezza della realtà croata, di proporzioni quasi hollywoodiane* (guarda caso). Interessante anche che sia arrivato sugli schermi proprio in occasione delle accese discussioni sull’educazione sessuale nelle scuole nazionali… e che i media dunque si siano buttati a pesce sulla pellicola.

Basta. Non dico altro, ma immaginatevi la morale al contrario su preservativi e compagnia bella. Non sono contento di scrivere di questa roba. Mi piacerebbe ogni volta trattare di un bel film cattolico, che rassereni e vada realmente ad arricchire i contenuti di queste pagine. Pazienza… suppongo che la prossima volta mi deciderò a scrivere di Cristiada o Marcellino pane e vino per riequilibrare un po’. Se non fosse chiaro, questo film non è consigliato, ma vi chiedo di guardarlo (magari in streaming – tié) in modo da avere qualcuno con cui poterlo allegramente detestare. In ogni caso penserete che questa puntata di “Scherzar coi santi”, come la precedente, non sia stata né divertente né sufficientemente ironica. E allora? La rubrica nasce per essere divertente: siete “piacevolmente sorpresi”?

**Precisiamo che spessissimo il film è catalogato infatti come commedia, soprattutto dalla stampa (si veda ad esempio il primo  link), ma l’IMDB e la Wikipedia croata lo definiscono correttamente comedy /drama; Mymovies invece, drammatico. 



LA CHIESA FA PAURA (OVVERO SCHERZAR COI SANTI # 6).
5 marzo 2013, 7:33 pm
Filed under: Scherzar coi santi

American-Horror-Story-poster-Asylum

Una serie horror ambientata in un manicomio gestito dalla Chiesa Cattolica: “Brrrr!” ho pensato fra me e me quando ho scovato le prime indiscrezioni sulla seconda stagione di American Horror Story: Asylum, per l’appunto. A fine visione le sensazioni provate sono state tante e in così tante sfumature, che non riesco a stabilire se sono più arrabbiato, scandalizzato, infastidito, divertito con amarezza, colto da un attacco di vittimismo, etc. Sdrammatizzare (se ancora possibile, ovvio), è indubbiamente il metodo che preferisco; non per sminuire la gravità degli atti in sé stessi – che hanno il peso che hanno – ma per sbertucciare gli intenti lì sottesi.

Ecco perché ho ficcato un po’ a fatica – lo cofesso, e temo senza suscitare chissà che divertimento – lo sproloquio che segue nella rubrica più scema del blog.

1. Esempio di richiamo contestuale cattolico: AHS 1, il Papa nella Stanza delle lacrime.

American Horror Story prima stagione: il Papa nella Stanza delle lacrime.

American Horror Story è stato un prodotto interessante, e se vi piace l’horror non potete mancarlo. Ho molto apprezzato la prima stagione (rinuncio a malincuore ad entrare nei dettagli) non soltanto per motivi impliciti all’esperienza di visione, ma anche perché nel ricco mix narrativo-tematico proposto non mi erano sfuggite alcune ambigue sfumature filo-cattoliche (assieme a precisi richiami contestuali). Insomma, per farvi capire in due parole, fra le mille perversioni della serie un messaggio che mi pareva giungesse chiaro, nascosto dietro a tutti quegli orrori, era “L’aborto è un omicidio” (sì: sul serio). Un secondo messaggio, anzi una domanda timidissima e provocante assieme, mi era sembrata “Siamo sicuri al 100% che le coppie gay adottino un bambino per i motivi giusti?” (no, non scherzo nemmeno qui). Ero insomma quantomeno conturbato: che qualcosa di insolito premesse dietro alle apparenze? Sono “scattate le indagini” e, venuto a sapere dell’ambientazione della seconda serie (ognuna è un capitolo a sé), ho avuto una prima conferma: chi lavora qui vuole dire qualcosa sulla Chiesa. Comunque non ho tratto conclusioni affrettate: le strategie a lungo termine dei serial USA sono arcinote. Ma veniamo al sodo.

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Fiennes prete apostata: Lutero.

Fiennes Timothy

Fiennes prete in carriera: Mons. Timothy

Briarcliff è un manicomio (anche criminale, non facciamoci mancare niente), gestito dalla ruvida Suor Jude: la piissima Sorella tiene nel suo ufficio un bell’armadio rivestito di velluto verde entro cui sono sacralmente alloggiati gli strumenti con cui ella incoraggia pazienti e sottoposte alla retta via: un paio di dozzine tra frustini, scudisci, verghe, mazze. Esteriormente la donna è l’immagine della granitica adesione alla missio (quale missio non si sa), interiormente… ma che dico, proprio sotto al vestito! (dal momento che indossa una libidinosa sottoveste rossa), concupisce il suo superiore, Monsignor Timothy Howard. Meno male che quest’ultimo è consumato unicamente dalla sua di missio, e mirando a diventare “il primo papa angloamericano” (continua a sognare, Tim) risulta davvero elastico, concedendosi di praticare le più atroci nefandezze morali a cominciare dal supportare il lavoro di un terzo figuro:

Cromwell "prete" "nazista" ( e stucchevole).

Cromwell “prete” “nazista” ( e stucchevole).

il Dr. Arden, un criminale nazista che tortura i suoi assistiti sul tavolo operatorio (lui – beata parcondicio – è illuminato dalla scienza più becera… e ateo). C’è poi Satana che è in assoluto il mio personaggio preferito (almeno fa il suo lavoro senza farla troppo lunga: un gran simpaticone). Concediamoci una carrellata vagamente meta-cinematografica sugli attori: sapete chi interpreta Monsignor Howard? …Martin Lutero. Chi interpreta il nazi, il Dr. Arden? Questo è il mio preferito…Pio XII (prego, cogliete TUTTI i sottintesi)! Chi interpreta uno dei più infami ospiti di Briarcliff, serial killer di famigliole travestito da Babbo Natale? L’indimenticabile – nel senso che non te lo scordi manco se ci provi – Vescovo Waleran Bigod!

Cromwell dottore nazista.

Cromwell dottore nazista.

Ovvero Joseph Fiennes (Luther – E. Till, 2003), James Cromwell (Sotto il cielo di Roma – C. Duguay, 2010 – ma ha vestito panni sacerdotali anche altre volte) e Ian Mc Shane (I pilastri della terra – S. Mimica Gezzan, 2010). Pura casualità, se l’analisi meta-cinematografica non fosse uno specifico ingrediente della serie. Comunque meglio puntare i riflettori sui creatori della serie, Brad Falchuck e Ryan Murphy (omosessuale, cresciuto come cattolico, ancora va a messa “nelle occasioni importanti”), già padri del coloratissimo (e presto deludente) Glee e – Murphy – di Nip/Tuck, altra serie spiccatamente piccante e sopra le righe, infarcita di perversioni sempre in crescendo ma con un paio di interessanti incursioni nel mondo cattolico (magari ci torneremo). La mia critica a Murphy, parlando di telefilm, è puramente contenutistica: trovo che i suoi lavori siano tutt’altro che trascurabili, ma inficiati da un parossistico bisogno di proporre situazioni sempre più stupefacenti, stranianti, sgradevoli, nuove in senso assoluto, percorrendo una china certamente creativa e drammatica ma in continua messa a punto di un degrado interiore, sessuale, umano, sempre più desolante.

Mcshane "prete" buffone e assassino.

Mcshane “prete” buffone e assassino.

Mcshane buffone e assassino.

Mcshane buffone e assassino.

Questa discesa non è sicuramente (artisticamente) condannabile a priori, ma si rivela prestissimo per quello che è: non tragedia, ma mero meccanismo per far sobbalzare la sensibilità dello spettatore; un giochetto d’un manierismo patetico e fastidioso che, portati sul fondo i propri personaggi, li abbandona per l’incapacità di proporre una morale (che sarebbe forse chiedere troppo) o almeno una loro maturazione sensata, un percorso organico. Asylum è la perla di questo processo distruttivo: in esso si colpisce a centro sicuro attaccando la Chiesa Cattolica, in particolare prendendo di mira ciò che resta della più bella reliquia artistica americana del rispetto cattolico, ovvero IL CINEMA CLASSICO. Quest’ultimo è schiacciato da un’ambientazione pressoché coeva che lo pone al centro di quel ripensamento critico, molto in voga, bollante una tantum come “ipocrita” l’intero complesso di valori legati ai ’50-’60. Un grimaldello ideologico con cui sponsorizzare lautamente femminismo, omosessualismo, aborto e altri pilastri del mainstream di oggi. Non mi va insomma che un personaggio osceno (almeno inizialmente, ma comunque fuori misura) come Suor Jude, carnefice dell’amore saffico di una paziente, promulgatrice della sterilizzazione, dell’elettroschock, sadica, rabbiosa, ricattatrice, si faccia venire i luccichini agli occhi nominando A Song for Bernadette (H. King, 1943). Non mi va che la persistente canzonicina friggi-cervello della sala comune del manicomio sia Dominique (da The singing nun – è il film del ’66 di H. Koster, ma la canzone ha una storia separata… che far strisciare qui è stato diabolicamente geniale). Mi fermo qua, ma Murphy (e il suo staff) giocano tutto sull’ambiguità dei personaggi cattivi, e usano sistematicamente il citazionismo cinematografico attivo proprio in questo senso. Così titoli che sono il ricordo di un modo di intrattenere senza l’attuale aggressività ideologica, vengono anch’essi sporcati in toto nella melma infernale partorita da Murphy, e sponsorizzati quali distillati di un presunto buonismo fasullo: la punta dell’iceberg dell’immensa “menzogna cattolica”. Si sente che Mr. Murphy (parlo di lui perché è il reo cattolico) ha masticato la religione romana, lo avevo inteso benissimo ancor prima di controllare: sa di cosa parlare e come farlo in modo che un cattolico ne sia colpito. Forse pensava a spaventare proprio i cattolici, chissà. Murphy shackera il cattolicesimo e lo fa copulare con una valanga di situazioni oscene, infilando vere e proprie bestemmie, vere e proprie menzogne, vere e proprie prese per i fondelli, papocchi new age, e poi ancora scemate, scemate, scemate.

Caro Murphy, non lo sapevi che gli episodi sono tredici? Sei stato ingordo: hai voluto far toccare il fondo alla suora e al monsignore (sì, sotto la quarta zona del nono cerchio dantesco) nella prima manciata di episodi, per poi pretendere che ci potessimo bere i loro sprazzi di “umanità”? I personaggi di chiesa sono talmente orrendi e lucidamente malvagi che quando tentano di inserirsi nella trama per portarla avanti facendosi conoscere… a noi non interessa più! Le hanno fatte troppo grosse, sono solo dei mostri cui non si può, anche sforzandosi, perdonare nulla… sono puerilmente ossimorici, non credibili, stupidi nella loro crudeltà.

Murphy, ti hanno rinnovato la seconda stagione per un soffio e tu hai voluto andare sul sicuro. Eri partito bene con la prima stagione, ma poi dovevi proseguire gradualmente… qua hai rotto gli argini! Dovevi partire da suore e preti con lo sprazzo d’umanità e solo poi (ma lentamente, diamine!) mostrarli come dei perversi criminali. Se non infili almeno un personaggio buono (la Superiora è troppo poco, me la fai scacciare dalla diocesi dopo due secondi!) penseranno tutti che sei arrabbiato con la Chiesa per storiacce tue (o chissà che altro)… non perché vuoi essere aggiornato e costruttivo. Se la serie non fosse una gigantesca ingiuria penserei che queste cose le sapevi, e hai calcato la mano apposta per scrivere una barzelletta… sgradevole ok, ma innocua.

Sarebbe “bello” se fosse così… ma non illudiamoci. Il cinema, e ancor più i telefilm, sono divenuti uno strumento – magnifico, nulla da dire, e per questo vincente – con cui il comune sentire è stato rimodellato nell’arco di qualche lustro. Bollarli come “intrattenimento” è didascalico, dal momento che in essi s’è data forma a un nuovissimo sistema di valori, imboccando le coscienze con una zuppa sempre più concentrata. Ce ne siamo accorti tutti ormai… e del resto l’ultimo lavoro di Murphy desidera gridarlo sin dal titolo: The new Normal. Asylum è un grumo scivolato nel cucchiaio… o forse ormai non occorre troppa prudenza, visto l’attacco che la Chiesa subisce proprio in questi giorni. Forse anche per questo il battuage pubblicitario in patria dedicato alla serie è stato così imponente.

L’obiettivo è la Chiesa nel complesso, ma le vittime predilette, nuovo traguardo impastato di nunsploitation, sono le suore. Mi ritorna in mente un episodio del Dr. House (1×05, purtroppo non ho seguito tutta la serie): il dottorino biondo a proposito di una paziente suora: “Detesto le suore!”; ribatte House dalla sua torre di saccenza: “E chi no?”. Ma che hanno fatto le suore USA (intendo quelle di ieri, quelle che non avevano il terrore di essere detestate)? Hanno bacchettato troppe mani con righelli troppo robusti? Educato troppo? Lavorato troppo a favore dello sviluppo sociale? Sono senza dubbio di parte, ma credo di avere una buona (perfettibilissima) mappa mentale delle magagne della Chiesa; pur non essendo un esperto mi pare che la diffamazione (in Italia giustifica qualsiasi cosa l’etichetta “satira”, in America va alla grande quella di “arte”) sia talmente estrema da apparire surreale, feroce al punto da stornare qualsiasi eventuale intento di denuncia “costruttiva” o realistica. Murphy dipinge un manicomio cattolico come un luogo di torture indicibili, umiliazioni, sofferenze, esperimenti, pratiche eugenetiche. Pazienza se ad essere internati e sterilizzati erano preferibilmente, nella prima metà del Novecento, proprio i cattolici! Pazienza se il vergognoso episodio della Willowbrook School di New York – per il quale procedendo con la storia si istituisce uno schiacciante parallelismo – fu un’impresa esclusivamente statale e realissima. Anche Briarcliff a un certo punto diventerà statale, ma la Willowbrook School invece lo fu sin dal principio: mescolare il falso al vero funziona, qui Murphy sei stato furbo, te ne do atto. Il messaggio che passa? Semplice: gli orrori verissimi (e laicissimi) della scuola newyorkese (proprio nei ’60 si arrivò al contagio dei bambini qui ricoverati col virus dell’epatite, dal momento che i ricercatori, storditi da quella stessa eugenetica che la Chiesa condannava, ritenevano che l’avrebbero contratta in ogni caso*) sono frutto dell’inerzia distruttiva di quelli cattolici – che però… dopo aver setacciato la rete fino alla nausea, mi risultano ideati ex novo. “La storia in parte è ambientata in un istituto mentale basato largamente sulla verità, e la verità fa sempre più paura della fiction”, dice Murphy. Occhio: basato largamente, non del tutto! Murphy, ma dillo subito no? Mi stavi facendo fare la figura del tendenzioso :)

Asylum alla fin fine è solo un telefilm: arte, narrativa, drammatizzazione, FANTASIA. Un romanzo visivo con qualche colpo di genio, momenti memorabili, trovate interessanti (perché nasconderlo?). Un prodotto con qualche bravissimo attore (Jessica Lange toglie il fiato), qualche momento registico stupendo, una cura del dettaglio considerevole, un’estetica notevole. Una storiella insomma… che vi insegnerà ad aborrire la Chiesa Cattolica.

Dovreste guardarlo? Beh… perché no. Ma sappiate che alla fine mi ha deluso. Non per l’horror o per le perversioni oscene (a parte la loro meccanicità gratuita da un horror non ci si aspetta certo una lezione di catechismo),  e nemmeno per il pistolotto qui sopra. Ha deluso perché ai pregi e ai difetti già enunciati si sommano ulteriori pecche nell’intreccio che, sguaiato com’è (e com’era dunque prevedibile), viene risolto a tocchi e bocconi senza recuperare le briglie del discorso, aggravando terribilmente la sensazione di trovarsi innanzi a un contenitore di orrori gettati alla rinfusa, per fare numero, per disgustare e stop.  Non c’è una vera forza accentrante, non c’è la regia di una trama robusta, non c’è un intreccio intelligente. Non sono del tutto pentito di averlo visto… ma non posso nemmeno dire che ne sia valsa davvero la pena. Sicuramente non mi è dispiaciuto imbattermi in qualche momento ben riuscito, davvero geniale, narrativamente o per le soluzioni registiche adottate. Comunque se avete uno stomaco appena meno che a prova di bomba… è proibito.

E la storia dell’aborto? Non posso entrare nel dettaglio -pena megaspoiler- ma l’ambiguissima filosofia di Asylum (cui non guasterebbe una seconda visione), alla fin fine sembra recuperare quanto adombrato nella prima stagione, con gli stessi dubbi, le stesse mezze proposizioni interessanti, in parte smentite dalla conclusione… in parte no. Conviene tagliare la testa al toro enucleando una viscida ambiguità che, in quanto tale, appare vagamente pro choice.

La Chiesa fa paura. Il titolo del post nasce dall’esclamazione della tesoriera dell’Uaar su Raitre, in un programma che non ricordo. Comunque vediamo bene A CHI, fa paura. Da un lato fa piacere: la Chiesa è un avversario ancora in salute se capace di ispirare costosissimi pamphlet a suo discapito; dall’altro  certo, non cessa di amareggiare lo stile scelto.

Il modo migliore per troncare mi sembra, a questo punto, quello di un tributo. Italo Calvino, astro letterario certamente non passibile di partigianerie, registra nel suo La giornata di uno scrutatore, il parere di un paziente del Cottolengo:

“Io so fare tutti i lavori da me […]. Sono le suore che mi hanno insegnato. Qui al Cottolengo facciamo tutti i lavori da noi. Le officine e tutto. Siamo come una città. Io ho sempre vissuto dentro il Cottolengo. Non ci manca niente. Le suore non ci fanno mancare niente. Grazie alle suore sono riuscito a imparare. Io senza le suore che mi aiutavano sarei niente. Ora io posso fare tutto. Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno”.



SCHERZAR COI SANTI #5: EFFETTI SPECIALI A TUTTI I COSTI
11 gennaio 2012, 12:19 pm
Filed under: Scherzar coi santi

Per qualche episodio di questa rubrica mi sono dedicato volentieri a produzioni non religiose, ma oggi faremo finalmente un po’ di chiasso su un prodotto di inequivocabile risma cattolica. È stato sicuramente condotto con le migliori intenzioni… e qualora occorresse specificarlo chi scrive è ben lungi dal giudicare la nobiltà di queste. Il mio disappunto è rivolto in primis ad un aspetto tecnico delicatissimo, ovvero gli effetti speciali. Si sa, o questi sono almeno perfetti, oppure rovinano proprio tutto; o sono naturali, sciolti e credibili, oppure faranno della loro stessa presenza un motivo di impietoso scherno. Oggi siamo abituati fin troppo bene in effetti, quasi al punto di non poterli riconoscere vista la loro supertecnologica fattura. Se non ci fossero ne sentiremmo certo la mancanza… ma: è sempre così o in alcuni casi preferiremmo che la camera mettesse semplicemente fuori fuoco l’azione, inquadrasse il pavimento, si spegnesse?

Mystical Revelations of the Sacred Heart to Saint Margaret-Mary Alacoque è un cortometraggio che ci tiene ad annunciarsi sin dal titolo come assai ambizioso. La Our Lady’s Tears Production (nome impegnativo e un logo direi… da sostituire) sembrerebbe essere una piccola combriccola di devoti cine-produttori amatoriali. La loro mission? In due parole: rendere gloria a Dio attraverso un cinema che sia autenticamente e senza scuse romano cattolico. Non scherzano, eh!

I film in costume non sono esattamente una passeggiata, richiedono la rievocazione di un mondo intero e dunque un notevole sforzo economico. Santa Margherita Maria Alacoque è vissuta nel Seicento, ma quelli della OLTP non si sono lasciati intimorire: trovata una chiesa anticheggiante, qualche costume, acceso qualche lumino in più… e sembrava proprio che ce l’ avessero fatta. Il corto è una produzione amatoriale (lo si avverte sin dalla musica dei titoli di testa), quindi non è opportuno stare a notare questo e quello con indicazioni talmente scontate che salterebbero in testa anche a me che sono tutt’altro che un vero esperto. Hanno avuto una bella tempra a provare, sicuramente, e di questo potrebbero essere lodati a prescindere dal risultato… però c’è un però! Quando si entra nel vivo dell’esperienza mistica della santa ho avuto un mancamento, davvero. (Qui il video integrale, il momento incriminato al minuto 3.06). Chi frequenta le letture mistiche sa benissimo che i “non ci sono parole per descrivere” e i “bellezza non di questo mondo” si sprecano.

Una volta, davanti al santo Sacramento, con un po’ di tempo a disposizione, perché le mie incombenze me ne lasciavano assai poco, mi ritrovai tutta investita da questa presenza divina, così forte che mi dimenticai di me stessa e del luogo dov’ero. Allora mi abbandonai a questo divino Spirito, consegnando il mio cuore alla forza del suo amore. Lui mi fece riposare a lungo sul suo petto divino e lì mi fece scoprire le meraviglie del suo amore e i segreti inesplicabili del suo Sacro Cuore, che mi aveva sempre tenuto nascosti. Quando me lo aprì per la prima volta, fu in modo così forte e toccante, che non mi lasciò ombra di dubbio, considerati gli effetti che questa grazia produsse in me, al punto che temo sempre di sbagliarmi in tutto quanto dico che è accaduto in me. Ecco come mi pare che la cosa si sia svolta. Lui mi disse: « Il mio Cuore divino arde così tanto d’amore per gli uomini e per te in particolare, che, non potendo contenere in se stesso le fiamme della sua carità ardente, deve diffonderle per mezzo tuo e manifestarsi agli uomini per arricchirli dei suoi preziosi tesori. Io te li rivelo, affinché tu sappia che contengono le grazie santificanti e salvifiche necessarie per allontanare gli uomini dall’abisso della perdizione. Ti ho scelta, sebbene tu sia un abisso d’indegnità e ignoranza, per il compimento di questo grande disegno, in modo che tutto sia fatto da me». In seguito, mi chiese il mio cuore, che gli supplicai di prendere, cosa che fece e lo mise nel suo adorabile Cuore, dove me lo fece vedere simile a un piccolo atomo che si consumava in quella fornace incandescente. Ritiratolo di lì come una fiamma ardente in forma di cuore, lo rimise nel posto da cui l’aveva preso, dicendomi: «Ecco, mia amata, un prezioso pegno del mio amore, che chiude nel tuo costato una piccola scintilla delle sue più vive fiamme, affinché ti serva da cuore e ti consumi fino all’estremo momento […].

da S. Margherita Maria Alacoque, Vita scritta da lei medesima.

Se le parole che spalancano la nostra mente con la loro forza evocativa non sono minimamente sufficienti a trasmettere l’assoluto, dovrebbero esserlo una macchina per il fumo (ma dico, l’avete vista?) e degli orribili fasci di luce aggiunti al computer? Devo dire che l’attore che interpreta Cristo ha un volto particolarmente adatto… ma per il resto la scena è una cosa da brivido. Basta con questa letterarietà visiva. Basta con questa fiducia che le sperticate ambizioni senza struttura possano essere sufficienti. Un bagno di luce non sarebbe stato migliore? Delle voci fuori campo sarebbero costate molto meno e avrebbero reso un miglior servizio all’episodio. Mi rendo conto della difficoltà di traduzione di un momento tanto complesso, ma perché tutta questa reticenza a utilizzare una metafora o una sequenza simbolica? Sapete io come l’avrei fatta? Con allusivi tocchi di colore su fondo bianco in accompagnamento alle parole, in modo da far scivolare entro all’indeterminatezza la possibilità di una traduzione che non si ostinasse a mortificare l’incommensurabile. Non credo che gli effetti speciali debbano essere usati a tutti i costi (soprattutto non a costi troppo ridotti!!!): un conto è ricostruire digitalmente un’esplosione, un Expecto patronum, un alieno a sei teste… tutt’altra storia dovrebbe essere il palesare per filo e per segno il Sacro Cuore! Proprio la limitatezza di mezzi economici e tecnici doveva essere uno stimolo a proporre un’alternativa creativa che fosse veramente carica di spiritualità, secondo me.

Forse mi sto lagnando troppo e sono solo io ad avere un problema con questo tipo di trattamenti. A voi piace? Questa puntata di Scherzar coi santi avrebbe forse dovuto titolarsi Sdrammatizzar coi santi e forse non sarà stata per nulla divertente… ma il fatto che  tutti quegli effettoni possano avermi ricordato Sailor Moon (o “nipponate” consimili*), un sorriso dovrebbe almeno strapparvelo. Alla prossima!

* il termine “nipponate” non vuole essere per nulla dispregiativo: l’autore ha alle spalle (?) una parentesi biografica da ferventissimo otaku.



SCHERZAR COI SANTI #4: FATHER TED
26 ottobre 2011, 11:57 am
Filed under: Scherzar coi santi

Salve lettori, per questa puntata ho selezionato una vera chicca. Non ve lo siete mai chiesti? Perché fra decine di sitcom dedicate a frotte di amici single o a dozzine di famiglie in cui tutti scherzano forsennatamente e si vogliono (e rivogliono) bene per venti minuti una volta a settimana, non ne esiste una in salsa cattolica? Ahò… avrebbe un potenziale se ci pensate bene… e sarebbe pure originale!

Non ci fosse mai passata per la testa l’idea! L’hanno già fatta… e tenetevi forte: viene dall’Irlanda. Ecco, ho già detto tutto: dire “irlandese” in tutto il mondo viene inteso come sinonimo di “cattolico”…ad eccezione dell’universo cinematografico, dove “irlandese” si traduce invece come “la Chiesa Cattolica è orrida e spregevole” (per lo spettatore cattolico con l’appendice “e lo sei pure tu”). In realtà sull’anticlericalismo irlandese ci sarebbe ben poco da scherzare, visti i travagli storici della Chiesa nell’isola di smeraldo e gli attuali problemi diplomatici con la Santa Sede legati ai casi di pedofilia. Comunque, se avete presente l’atmosfera genericamente untuosa e ipocrita che emana la Chiesa Cattolica irlandese in molti film (sia chiaro, non solo quella irlandese: vogliamo parlare di Almodóvar e la chiesa spagnola?)… capirete lo stato d’apprensione in cui mi trovavo nel dovermi accostare a un’intera sitcom in tre stagioni dedicata a tre sacerdoti borderline esiliati in uno sperduto villaggetto dell’immaginaria ma gelida Craggy Island. Aggiungiamo poi che il fortunato genere della commedia anglosassone, tradizionalmente legato alla critica sociale più pungente e agli aspetti meno poetici della vita (resi col tipico gusto british per il grottesco e lo splatter), non ha contribuito nel crearmi troppe illusioni.

Per ora ho visto solo la prima metà degli episodi… e sì, devo dire che almeno in quanto a spasso ci siamo. La serie è divertentissima: ripropone la consueta ricetta dell’umorismo inglese che tiene in equilibrio battute deliziose accanto ad altre votate alla trivialità più sfacciata e scurrile, sketch da prima elementare e qualche scintilla di sofisticata ironia. Purtroppo l’intero progetto dipinge una Chiesa illegittima e bugiarda, un’istituzione simpaticamente corrotta in ogni sua parte e a cui si guarda con rassegnata indulgenza, ma negandole recisamente ciò che l’anticlericale moderato sa di dover invece dosare con pazienza: l’attenuante della buona fede. I tre sacerdoti si contendono una lunga lista di deficit comportamentali: Padre Jack, infermo su una sedia a rotelle, è un folle bestemmiatore alcolizzato e satiro; Padre Dougal è un irrecuperabile idiota cui si devono tutte le situazioni legate a malintesi o disastri spiccioli; Padre Ted, il protagonista, è stato esiliato per problemi finanziari, ed essendo dotato di una certa affabilità e credibilità umana, focalizza su di sé il filone di una critica ben più subdola. Egli accarezza costantemente la chimera di un idillio romantico (non necessariamente sessuale, soprattutto sentimentale) e non avendo alcun baluardo spirituale e vocazionale (ma quale prete, sembra voler dire questo serial, lo ha davvero?) propone ad ogni puntata l’idea che il ruolo sacerdotale sia irrimediabilmente solitario, inappagante sotto ogni punto di vista e, in definitiva, (assieme al cattolicesimo tout court per estensione), innaturale e assurdo. La governante di questa deviata triade di pastori è Mrs. Doyle, una cara donnicciola incapace di accettare un no come risposta quando si presta agli onori di casa, porta al contesto ulteriori confusioni e momenti di pacata ilarità. Le situazioni comiche sono spesso davvero riuscite, divertenti nel senso pieno del termine (o almeno in grado di strappare un sorriso), ma tuttavia i toni crudeli e fatalmente irrispettosi di alcuni momenti… sono stati troppo anche per me (e dire che ho sempre pensato di essere elastico e profondamente autoironico). Se siete cattolici tutto d’un pezzo, con nervi di titanica possanza e un sistema di autoconservazione dell’umore capace di metabolizzare una Littizzetto spernacchiante per quindici minuti filati… forse Father Ted vi piacerà per le molte trovate intelligenti che può vantare… se invece avete il dente sempre avvelenato e un Odifreddi che parla innocentemente di cucina vi fa venire l’orticaria… forse fareste meglio a guardarvi Don Matteo. Ma adesso facciamoci una risata: eccovi una godibilissima scenetta (la qualità è quella che è ma almeno ci sono i sottotitoli!). Alla prossima!



SCHERZAR COI SANTI #3: HELL TOWN
14 settembre 2011, 9:49 am
Filed under: Scherzar coi santi

Padre George Coyne dell'Osservatorio Vaticano in una scena di Religiolus

Siamo già alla terza puntata di Scherzar coi santi e non mi sono ancora fatto venire in mente un nome alternativo che renda meglio il mix di biasimo e allegria (magari meno banale, se non è troppo) di questa rubrichetta scanzonatissima. Fa niente, se dovrò arrivarci ci arriverò prima della fine del repertorio che ho in testa… repertorio che ha un suo ordine cronologico  che cerco sempre di rispettare (“quello l’ho scovato, ripensato o mi è stato segnalato prima di quell’altro”), ma che per questo giro devo proprio accantonare: ho trovato un argomento fantastico. Ho appena finito di vedere Religiolus, Larry Charles 2008 (un po’ per masochismo un po’ per desiderio di completezza) e sì, lo so, sono in ritardo… ma sapete com’è, faccio fatica a trovare il tempo di vedermi la roba cattolica… figuriamoci quella atea. Beh, già che ci sono posso dire che mi aspettavo qualcosa di aggressivo e preoccupante… e invece ho trovato il tutto molto superficiale… non direi povero di argomenti (giacché certe situazioni si commentano da sole) ma assurdamente trito e obsoleto, in una parola: inefficace. Ne hanno già parlato ovunque, me la sbrigo in fretta: un’apologia dell’ateismo che per vincere debba rivolgersi all’uso di sottotitoli denigratori, alla selezione di una ciurma di personaggi pittoreschi (non tutti eh, qualcuno scappa – vedi foto) e al costante atteggiamento di supponenza e sordità integralista della star dello show… rendono questo “documentario” divertente e per nulla problematico. Ad essere problematiche sono semmai alcune forme pop di religiosità… alcune esternazioni fideistiche che avrebbero richiesto, per una questione di serietà dell’analisi, qualche discrimine in più. Non pretendo che si dica che il cattolicesimo è una religione cool perché ha 2000 anni… ma mi avrebbe gratificato (e conseguentemente fatto soppesare con un briciolo di indulgenza le tesi del film) che non venisse messa sullo stesso piano di un movimento incentrato sull’uso della Cannabis. Almeno (e non è poco) non è un film ambiguo: è fatto e pensato ad uso e consumo dei soli atei, non certo per far riflettere.

Sono contento di averlo visto perché, se l’avessi lasciato perdere (come potete fare tranquillamente voi), avrei continuato a pensare che contenesse una qualche verità da ripensare (cosa che non è), figure di sacerdoti da sopracciglio che si inarca a sesto acuto (questo sì, mannaggia! Avrei detto che quello in questione fosse un “pazzo” che passava di lì per caso – Qui per i veri masochisti), ma soprattutto perché non sarei mai arrivato a conoscere il VERO tema di oggi…. HELL TOWN!!!

Pensate che Hell Town è un telefilm talmente sconosciuto che procurarselo è semplicemente impossibile. É talmente sconosciuto che non solo io non l’ho visto… ma nemmeno quei pochi che l’hanno visto a suo tempo usano Internet troppo spesso. Insomma, se non si fosse capito… ne so talmente poco che ho dovuto raccontarvi come l’ho scovato per dare al post una lunghezza accettabile ;-). Hell Town, comunque, risale al lontano 1985, e racconta le rocambolesche avventure di Noah Rivers, un sacerdote cattolico col pallino dell’azione. Ma egli non è uno di quei preti da marciapiede che vanno in brodo di giuggiole quando sentono l’applauso di una folla di cattolici adulti, no, lui è uno strumento della provvidenza. Infatti il titolo della serie è un riferimento all’immaginaria cittadina americana prodotta dall’orrorifico folklore autoctono: in tale ridente villaggetto parecchie cose hanno a che fare col satanismo, le leggende metropolitane e… bla bla bla, quindi niente di strano che un sacerdote si senta autorizzato a menar pugni, anche se, in realtà, vive a Los Angeles (dove può comunque trovare, immagino, criminalità e abusi vari). Seminari invidiabili d’oltreoceano? No no, Padre Noah è un ex carcerato: “prendete Spencer Tracy in La città dei ragazzi, Pat O’Brien in Angeli con la faccia sporca, Bing Crosby in La mia via,  inzuppateli in una bella dose di stile punk, mettetegli in mano una lattina di birra e inizierete a farvi un’idea di come sia Padre Noah in Hell Town“, scriveva il Times il giorno del debutto in tv dello show. Sempre nello stesso articolo si dice di come il Signor Blake, interprete del protagonista e ideatore della serie, appaia come uno di quegli adulti sbandati che a un certo punto della propria vita, quando ravvisano che la società attuale è stritolata dalla droga e da teppisti, ricordano con nostalgia la morsa educativa rigorosa avuta da ragazzini, guardando con nostalgico affetto a suore e preti. Il risultato è davanti ai vostri occhi, sebbene in qualità bassissima e  limitatamente alla sigla d’apertura.

Se solo qualche post fa parlavamo di Becket ora siamo decisamente in picchiata. Voglio dire… negli anni ’80 in quanto a trash non hanno certo scherzato… ma questo è un simbolo, un monumento, una cattedrale del trash! Cos’è questo scomposto interesse per buoi e capre? Perché una suora indossa un vestito con le spalline? Ma lo vedete come sono selezionate le immagini??? Ritratti degli interpreti scorrono davanti a scene con stalle e primi piani di tavoli da biliardo!! Inseguimenti, bellone danzanti, suore che cretineggiano… il tutto mentre un campanile va a fuoco e la criminalità organizzata si accanisce contro una statuetta in gesso della Vergine…

Ne è stata prodotta una sola stagione: la battaglia di Blake contro la prepotenza di Dynasty sui palinsesti è stata miserevolmente persa… Per fortuna? Come non si deve giudicare un libro dalla copertina… non si dovrebbe giudicare un serial dalla sigla…

però



SCHERZAR COI SANTI E DINTORNI #2: TERESA – THE MAKING OF A SAINT
17 luglio 2011, 3:15 pm
Filed under: Scherzar coi santi

Posso dirlo? AH HA HA!

Prima di guardare il video e di scandalizzarvi irrimediabilmente leggete qui, mi raccomando. In questa rubrica (del cui nome non sono ancora convinto) tratto di opere secondo me irrecensibili o che propongono un cattolicesimo parodizzato. Se allora nella prima puntata abbiamo parlato di un’opera… a dir poco irrecensibile… ora parliamo di una chicca deliziosamente parodistica. Questo cortometraggio è un bell’esempio di fake trailer, ossia un trailer con tutti i crismi  del caso (voce narrante gutturale extra-espressiva, montaggio incalzante, immagini al 100% da cartolina, scritte che rimarcano ad hoc quello che la voce gutturale va reclamizzando), ma riferibile a un film che semplicemente non esiste (e più che plausibilmente mai esisterà…per fortuna). Va da sè che si tratta di una parodia del concetto stesso di trailer, ormai standardizzato oltre ogni pudore (è una formula che ammalia eh, non dico di no!). Il film Teresa, Come nasce una santa, dunque non esiste… ma costituisce l’approdo sul grande schermo di questa tale Sophie Maes… ossia Megane Fox fissata nel suo personaggio del film Star System (Robert B. Weide, 2008), un’attricetta tutta curve e filosofie alternative il cui stesso ingaggio per Teresa costituisce l’attacco dello scherzo. Tutto il divertentissimo Star System intendeva parodiare proprio lo… star system, ed è esattamente in pellicole come queste che il fake trailer trova terreno ideale. Colgo l’occasione per citare soltanto (pena la scomunica diretta da parte dei miei lettori) quell’altro recente fake trailer con ambientazione cattolica (diciamo pure pseudo-cattolica), visto nel film Tropic Thunder (Ben Stiller, 2008) ovvero, col roboante titolo simpaticamente esagerato, Satan’s Alley (davvero geniale chi lo definì, forse proprio su Youtube, l’incontro tra il Codice Da Vinci e I segreti di Brockeback Mountain)… Non ve lo linko nemmeno: i più flessibili-curiosi-temerari si arrangino con Youtube, gli altri passino tranquillamente a materiale ben più ispirato…

E torniamo infatti alla nostra Teresa, per la quale è stato creato addirittura un sito fake con wallpapers scaricabili e sinopsi! Sono sbalordito… mi sembra dai commenti che si leggono in giro che qualcuno ci sia perfino cascato! Posso incorporare solo la versione originale in inglese, qui è disponibile la versione sottotitolata in italiano (cliccare sul simbolo “CC”, il quarto dal margine destro in basso, nella finestra del video, se i sottotitoli non partono automaticamente).

Non è fantastico? Non occorre specificare che va preso con il dovuto distacco e con tanta leggerezza… e che sì, fa sbellicare dalle risate. Ho pensato a questo post quando con Lucyette si discuteva di come vengano bistrattate le biografie dei santi dagli sceneggiatori del piccolo schermo. In questo caso l’intento principale è quello di far sorridere… ma si coglie molto bene anche l’ironia di una critica sacrosanta (tutt’altro che irrispettosa). Osserviamo (sghignazzando) come coniugare gli stilemi cinematografici all’estetica “da santino” produca un effetto disarmante, e come il calare automaticamente una santa nei panni dell’eroina romantica impedisca la resa credibile di una figura che centra la propria missione in tutt’altra logica. Non ultimo l’episodio alla Oliviero Toscani (ma dico, avete visto l’uovo?), che distilla in pochi secondi l’eterno fascino del romanticismo terreno (in questo caso perfino proibito) a cui raramente lo sceneggiatore, il produttore e naturalmente lo spettatore, riescono a sottrarsi. La scena in cui la “santa” esclama “Calcutta!” di fronte a un mappamondo che scorre? Quando corre a rallenti? Quando solleva il bel viso decorato da quintali di trucco? Ehhh…sì! Sono proprio contento.




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