LA LUCE IN SALA


SCHERZAR COI SANTI #7: PADRE VOSTRO
28 giugno 2013, 9:35 pm
Filed under: Scherzar coi santi

“Ogni film deve avere in sé un qualcosa che tutti noi chiamiamo divertimento. Guardando il numero di spettatori, mi rendo conto che il film ha superato brillantemente il primo esame, quello del pubblico. Naturalmente, i film non sono solo statistiche o numeri e francamente spero che questo film faccia ridere ogni persona presente nel pubblico e che questa, una volta finito il film, esca dalla sala rimanendo piacevolmente sorpresa di ciò che ha visto. Se ‘I figli del prete’ resterà impresso nelle menti di coloro che lo hanno visto per più dei 90 minuti che dura il film, allora la pellicola sarà veramente un successo”*.

kino_svecenikova_djeca_plakat

Così Vinko Brešan commenta il successone in patria (ovvero in Croazia) della COMMEDIA** Svećenikova djeca (I figli del prete). Ora, forse sarà un problema tutto mio, dato che sono alle canne del gas per merito dell’andazzo (ieri non ho manco aperto la Bussola Quotidiana, non ne avevo cuore); forse forse sarà che la bile mi tracima a fiotti da giorni, ma quando ho terminato la visione di questo film non m’è parso di essere stato “piacevolmente sorpreso da ciò che ho visto”. A sorprendermi – ma ancora non piacevolmente – è stata semmai l’immensa faccia tosta di questa dichiarazione idiota. I casi sono due: o qualcosa è andato storto nella traduzione; oppure le commedie vendono meglio dei film melmosamente anticattolici. E comunque, un essere umano che odi visceralmente Santa Romana Chiesa e si sia fatto “piacevolmente sorprendere da ciò che ha visto”, dovrebbe avere quantomeno una natura crudele e profondamente perversa. Non m’importa di rovinarvi questo film (tks!), ci andrò giù di brutto con tutti gli SPOILER possibili.

Secondo voi si può restar “piacevolmente sorpresi” da un intreccio che vede un anziano sacerdote abusare e uccidere una bambina (la piccola potrebbe essersi suicidata, precisiamolo)? Quale vampata di gusto interiore potrebbe suscitare la storia di una ragazza che, reclusa perché non abortisse, viene condotta in ospedale troppo tardi dopo una complicazione e diviene sterile? E da dove verrebbe la gioia di assistere alla costruzione – con l’inganno di un prete – di una famiglia disperata con tanto di alcolismo e sfumature suicide per il marito?

Padre vostro, insomma, è parecchio fastidioso.  Che sia ben girato, con bravi attori, belle musichette e via, non ci piove, ma qui non interessa – ma neanche un po’ – farvi una critica seria che, come sarebbe consono, si libri oltre il contenuto per apprezzare modus e forme.

I figli del prete 02E diciamo pure la verità: quand’è che questo avviene veramente, su siti che sono in un’altra galassia rispetto a questo per serietà e preparazione di chi ci scrive?

Vi copio la trama da Mymovies, che non ho voglia di impegnarmi a scriverla: “Preoccupato per il declino della natalità, e convinto di comportarsi nella maniera più corretta, dal momento che “anche il Papa è contro l’uso del preservativo”, don Fabjan, un prete cattolico di una piccola isola della Dalmazia, inizia a bucare tutti i preservativi presenti sull’isola. Al lavoro del prete presto si aggiunge quello di Marin, un farmacista locale, che inizia segretamente somministrare pillole di vitamine invece di contraccettivi nella sua farmacia. Mentre le gravidanze indesiderate aumentano, don Fabijan fa di tutto per sposare queste coppie secondo una corretta usanza cristiana, anche contro la loro volontà. Ma ben presto, l’azione del religioso inizia a influenzare la vita degli abitanti del luogo, che smettono di essere i padroni della propria fede… “.

A me piacciono i film divertenti, e non dispiace nemmeno l’irriverenza, se si sa gestirla. E sapete? L’idea di un prete che buca i preservativi non mi faceva inorridire; non perché – se ci fosse bisogno di specificarlo – la scelta del pretucolo non mi apparisse discutibile, ma perché i film sono film, cavoli… e non essendo uso a scandalizzarmi né facilmente né preventivamente, la trovata mi pareva simpatica.

I figli del prete 01

Questo giovane pretucolo che si mette di buona lena a cospirare fattivamente in favore della demografia locale, nonché contro l’ipocrisia di un’isoletta in cui tutti vanno a messa e tutti adottano sistemi anticoncezionali (e una condotta sessuale che li rende “inevitabili”), aveva – in barba a qualsiasi serietà – un che di intrigante. Il film potrebbe pure aver messo il dito nella piaga, per certi versi. Con queste premesse, da trattarsi con maniera, c’era tutto lo spazio per uno sviluppo da vera e propria commedia, con tante situazioni divertenti, tanti equivoci, tante scenette gustose. Si poteva costruire addirittura un film carino che sollevasse delle questioni scottanti, se necessario anche con critiche composte alla filosofia cattolica; c’era altresì in nuce il potenziale per un film moraleggiante (non sto dicendo che si sarebbe dovuto osare in questo senso… ma insomma, l’idea rocambolesca e pericolosa di un prete sabotatore, con uno script misurato al centimetro, avrebbe addirittura potuto portare a questo). L’inizio è infatti gradevole e accomodante: introduce il clima della vera commedia e descrive una piccola società dal ridente cattolicesimo: una chiesetta graziosissima e gremita, confessionali con le file, un adorabile anziano sacerdote amato da tutti (in realtà l’orco di cui vi dicevo), e un impacciato giovane sostituto. Stavo naturalmente in tensione perché: A) se ci son preti meglio aspettare i titoli di coda per rilassarsi; B) portavo in fondo al cuore una precedente esperienza con un altro film comico con protagonista la piccola realtà ecclesiastica di un paese: Il Missionario (Roger Delattre, 2009), un film talvolta divertente… ma ad ogni costo; C) ‘Sta cosa dei profilattici… da quel famoso viaggio di Benedetto XVI…oddio: la noia e lo strazio di nervi erano in agguato. Avevo già preso a sorridere… quando hanno iniziato ad esserci, alternate a momenti ridanciani, le prime volgarità (dire che non sono un puritano è un eufemismo, ma ambiti assai diversi, se accostati anche per scherzo, creano inevitabili fastidi), ho mangiato la proverbiale foglia. Ed ho scoperto essere amara. Ed ho scoperto essere velenosa al punto che sono venuto qui a lagnarmi, di nuovo. I figli del prete 03

A volte penso che scrivere di questi argomenti in questi termini sia interamente inutile: a chi importa che io sia disgustato, in un mondo dove è lodevole sparare sul grande schermo questi capolavori di doppiogiochismo, denigrazione e superficialità? E non è che il non riuscire ad apprezzare la regia di un film che schiera tutti i cliché progettati per distruggere la Chiesa, significhi che io non conosca il dolore, l’amarezza che nasce dal prendere atto delle cose che in questa Chiesa sono realmente distruttive. Santo cielo! io sono di Verona, dov’è c’è stato l’atroce scandalo dell’Istituto Provolo. Con certe cose bisogna farci i conti e, anche volendo, non è possibile farlo né tanto in fretta né alla leggera. Proprio per questa consapevolezza I figli del prete mi appare un film ancor più stupido, tanto risolutamente schierato quanto intenzionato solamente a diffamare ad ampio raggio (dal vescovo esperto insabbiatore che arriva in Yacht, al pretino che risponde al cellulare durante la celebrazione della messa, all’odiosa interpretazione della confessione come puro meccanismo d’omertà), con una disinvoltura e leggerezza imbarazzanti… Quale nesso ha con lo sviluppo della trama il fatto che alla fine il vecchio adorabile sacerdote, che ha pure scarrozzato i bimbi del coro in udienza privata da Benedetto XVI, si riveli per essere un pedofilo omicida? Mi son cascate veramente le braccia.I figli del prete 04 Questo film arriva a giocare scoperto, ma in un modo tanto untuoso da far assurdamente rimpiangere quei pugni allo stomaco cruentemente anticattolici (e legati alla pedofilia) che sono titoli come Angeli Ribelli (Aisling Walsh, 2003) o Deliver Us from Evil (Amy Berg, 2006). Un anticattolicesimo comprensibile – forse addirittura salutare? – esiste eccome, e non è certamente quello di questo filmetto supponente e vigliacco. L’anticattolicesimo non viene neppure calcolato come un oggettivo ingrediente: il film – come ci tiene a far intendere il regista – è una commedia! Alla domanda diretta posta a quest’ultimo in un’intervista: “Il noto teologo Rebić ha addirittura definito il film una cospirazione di gay, lesbiche e comunisti”. Come risponde a tali accuse?” [Che si trattasse di una cospirazione mi pare lapalassiano… quanto alle tre infuocate paroline, stizzose alquanto, assumo vadano ricondotte a una conoscenza del Rebić più approfondita, rispetto alla mia, degli ambienti da cui proviene il film]; così risponde Vicko: “Questa dichiarazione non è indirizzata al film, non è una critica che riguarda l’opera cinematografica e pertanto non mi interessa. L’unica cosa che mi stupisce è il linguaggio rude di una persona colta, laureata e, per di più, di un prete! Nonostante la sua esternazione, il pubblico è andato in massa al cinema a vedere il film. Se il pubblico non ha reagito a questo attacco, perché dovrei farlo io?”*.

Ohmmioddiooooo: anch’ io sono sgomentato dal linguaggio volgare e aggressivo di questo prete/scaricatore di porto! E per di più laureato! Perché il regista dovrebbe spendere mezza parola a spiegare perché con la sua opera sputa in faccia al prelato e a tutti i suoi colleghi? Ma per favore. L’anticattolicesimo è solo quella cosa invalutabile che è il contenuto, trascurabilissimo: parliamo della fotografia e del montaggio che siamo à la page. E poi: che storia è? Questa è una commedia che “sorprende piacevolmente”!

Questo film ha battuto ogni record in Croazia divenendo il film di produzione nazionale più visto di sempre. Questo ne fa una perla rilucente col diritto d’approdare a tutti i festival più patinati. Peccato che il battuage pubblicitario in patria sia stato, insolitamente vista la minutezza della realtà croata, di proporzioni quasi hollywoodiane* (guarda caso). Interessante anche che sia arrivato sugli schermi proprio in occasione delle accese discussioni sull’educazione sessuale nelle scuole nazionali… e che i media dunque si siano buttati a pesce sulla pellicola.

Basta. Non dico altro, ma immaginatevi la morale al contrario su preservativi e compagnia bella. Non sono contento di scrivere di questa roba. Mi piacerebbe ogni volta trattare di un bel film cattolico, che rassereni e vada realmente ad arricchire i contenuti di queste pagine. Pazienza… suppongo che la prossima volta mi deciderò a scrivere di Cristiada o Marcellino pane e vino per riequilibrare un po’. Se non fosse chiaro, questo film non è consigliato, ma vi chiedo di guardarlo (magari in streaming – tié) in modo da avere qualcuno con cui poterlo allegramente detestare. In ogni caso penserete che questa puntata di “Scherzar coi santi”, come la precedente, non sia stata né divertente né sufficientemente ironica. E allora? La rubrica nasce per essere divertente: siete “piacevolmente sorpresi”?

**Precisiamo che spessissimo il film è catalogato infatti come commedia, soprattutto dalla stampa (si veda ad esempio il primo  link), ma l’IMDB e la Wikipedia croata lo definiscono correttamente comedy /drama; Mymovies invece, drammatico. 



EVENTO: L’ESORCISTA TORNA AL CINEMA.
14 giugno 2013, 7:40 pm
Filed under: News

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Non fosse che due giorni fa mi sono slogato per la terza volta la caviglia destra (stavolta con microfrattura, tanto per dare un po’ di pepe), non avrei mai mancato l’appuntamento nonostante sia pressoché saturo di questo titolo. L’infermità mi è stata provvidenziale per altro: ormai avevo già deciso che non ce l’avrei fatta a scrivere la “recensione” in vista dell’evento, come mi sarebbe piaciuto (il virgolettato è dovuto al fatto che più che una recensione si tratta di un focus sugli aspetti religiosi del film – lo trovate nel post prima di questo); avevo pigramente concluso che ne avrei scritto con tutta calma dopo averlo riassaporato su grande schermo… e invece guarda un po’ che sorprese ti riserva la vita. Beh, per una volta almeno sono al passo coi tempi, e mi riattivo con piacere in tempo utile su queste pagine in onore di un titolo forse un po’ scomodo… ma cattolicissimo. Per la terza volta – stavolta solo per un giorno, l’imminente 19 giugno – il mondo sarà esposto all’orrore di questo film… e a allo sfolgorante ma discreto manifesto pro-catholicism che da sempre rappresenta.

Io ne sono contentissimo. Andateci voi eh, che potete. Qui (in basso) l’elenco dei cinema che lo proietteranno.



L’ESORCISTA – VERSIONE INTEGRALE
14 giugno 2013, 5:04 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione

(The Exorcist)

USA (1973) 2000, di William Friedkin, con J. Cobb, Ellen Burstyn, Max Von Sydow, Linda Blair, Jason Miller …

L'EsorcistaGeorgetown è nell’ombra, sulle villette borghesi, ordinate, l’oscurità notturna s’è unita al buio di un fenomeno inspiegabile, la tetraggine di un mistero tangibile e feroce. È il motivo per cui, nonostante l’ora tarda, davanti a casa McNeil ha frenato un taxi e ne è disceso un uomo nerovestito che da subito, con la sua stoica amarezza, sembra incarnare chissà come, la forza della consapevolezza. Quella descritta è une breve scena de L’Esorcista che, gelata in un bellissimo fermo-immagine, scelta come elegante sintesi del film da porre in locandine e copertine varie, ne è divenuta il simbolo. Una forte consapevolezza dicevo – una consapevolezza squisitamente cattolica – che, raschiate via le rutilanti imprese demoniache e le immagini schockanti, emerge con forza eccezionale dall’intero narrato cinematografico.

Temo che nulla di nuovo si possa aggiungere a quanto detto negli anni su questo luminoso capitolo della storia del cinema: dopo la concitazione dei suoi primi giorni il film s’è mantenuto freschissimo nelle chiacchiere degli adolescenti fino ad oggi, grazie all’aura di film maledetto/perverso/proibito (l’aneddotica è sterminata); una riedizione in versione integrale che ne ha stimolato un tardivo prequel e svariate parodie; il ruolo di pietra miliare, nei discorsi più dotti, e di termine di paragone ineludibile per gran parte della produzione orrorifica posteriore. Ovvieremo a questo impasse provando a puntare su ciò che ci interessa più da vicino, ovvero la componente religiosa del film. So che a qualcuno suonerà strano, ma oltreoceano questo lungometraggio viene definito addirittura “one of the most pro-Christian/Catholic films ever made”.La religiosità del film ha da sempre sofferto dell’irruenza visiva scelta da Friedkin, questo perché, stando alla mia esperienza, si è spesso incontrata una comprensibile ma superficiale reazione di scandalo suscitata dall’istintiva protezione dei fedeli per i propri simboli più sacri i quali, come viene inevitabilmente ad eternarsi su celluloide, sono brutalmente attaccati nell’enfasi tragica della storia. A ciò va aggiunto un senso di imbarazzo, coincidente, per altri, con la presa di distanza da situazioni giudicate dannose alla causa del “cattolicesimo moderno”, un cattolicesimo che (in barba a quanto ancora Papa Francesco ripete a giorni alterni) avrebbe conosciuto la cosiddetta “morte di Satana”, la sua definitiva investitura a pura metafora e simbolo di vari concetti negativi. Questi ultimi spettatori smaliziati vanno così ad ingrossare le fila di chi sceglie una lettura integralmente laica o razionalista, bollando il lungometraggio come opera di pura fantasia, e chiosando infine col truismo: “è solo un film”. Questa, dicevo, è la mia limitata esperienza, calata nella prospettiva microscopica di uno spettatore tra gli spettatori (nella quale, sono certo, molti potranno ritrovarsi), ma una valutazione sull’impatto religioso ad un livello più significativo è offerta dal regista stesso, che così si esprime:

“Il film è stato sostenuto e lodato ai più alti livelli della Chiesa cattolica. Ad aver avuto problemi col film sono state persone provenienti da altri gruppi religiosi o con nessuna religione in particolare. Molti dei loro problemi, credo, sono nati da una mancanza di comprensione del rito romano e del cattolicesimo in sé, per la quale nutro il più profondo rispetto. Ma ben pochi studiosi cattolici ebbero dei malumori sul film*”.

Karras Dyer

Padre O’Malley, che nel film interpreta Padre Dyer, illustra a Jason Miller la gestualità corretta per dire Messa. (Da Catholics in the movies, p. 217 – Courtesy of the Academy of Motion Pictures Arts and Science.)

Il teologo gesuita Padre Thomas Bemingham, il religioso coinvolto come consulente alla realizzazione del film (e che Blatty ringrazia in fondo alla sua fatica letteraria di ispirazione alla pellicola, “per avermi suggerito il tema di questo romanzo”, e che interpreta, fra l’altro, il rettore dell’università nel film), intervistato da Radio Vaticana il 2 febbraio 1975 ha affermato che L’Esorcista non è il solito film dell’orrore ma qualcosa di molto diverso; un’opera che, mettendo a parte le esagerazioni cinematografiche, affronta di petto, e seriamente, il problema del male. É benevolo anche Padre Gabriele Amorth, che qualche anno fa (ovvero – me lo permetto col gran rispetto che gli porto – quando appariva più equilibrato) così diceva:

[…] sono anche grato al film l’Esorcista che, pur volendo dare spettacolo, con scene irreali, è un film che sostanzialmente è esatto. Ha avuto un impatto mondiale, con un pubblico vastissimo, ha rimesso nelle orecchie delle persone l’esistenza di questo strano essere che si chiama Esorcista, di cui si erano perse le tracce. Ha divulgato il personaggio dell’esorcista. […] (M. Tosatti – G. Amorth, Inchiesta sul demonio, Piemme, 2003, p.59).

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Il film mi pare che si spinga molto oltre, e magistralmente (senza retorica o sciatti trionfalismi) rivela un’attenzione quasi filologica nella trasposizione in immagini del rituale; mostra il profondo realismo, la razionalità dell’esorcista che interviene (e così deve essere), solo allorquando la scienza risulta impotente (quando si possono escludere cioè tutte le patologie psichiche note); allude al nesso cruciale tra spiritismo e possessione; mostra l’esistenza personale, concreta e attiva del demonio (non, come d’uso, un attraente tenebroso figuro tanto cattivo quanto affascinante, ma entità animalesca di grottesca volgarità); infine soprattutto, la realtà salvifica dell’operato sacerdotale che è, tra l’altro, il cardine dell’intera vicenda (il titolo è “L’Esorcista”, non “Il demonio”).

Naturalmente è bene precisare anche dell’altro: si tratta di un film dell’orrore, né apologetico né catechetico in prima battuta, e ci tengo a completare il quadro delle opinioni autorevoli facendo presente quanto espresso dallo stimabile esorcista Don Gino Oliosi (autore dell’ottimo Il demonio come essere personale – Fede & Cultura) il quale, in occasione di un appuntamento entro la rassegna Cafè Teologico di Desenzano, privilegia un giudizio di impronta pastorale che dà peso all’irrealtà del film:

Le possessioni, che oltretutto sono rare, le vessazioni, le ossessioni, le negatività, sono i modi diversi con cui si verifica empiricamente la sua azione [del demonio], sono la punta di un immenso iceberg. Purtroppo queste sono quelle che fanno notizia. Sapeste quanto male ha fatto nella televisione L’Esorcista, non so se voi l’avete visto, quanta gente debole psichicamente ancora oggi è influenzata da quello. Che poi, com’è il linguaggio cinematografico, ha deformato completamente l’esorcismo come preghiera, e quindi ha creato il terrore. E io non vorrei che identificaste l’azione del demonio con quello che vi ho descritto [si riferisce alla testimonianza diretta del suo ufficio d’esorcista, offerta appena prima]*.

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Ho mantenuto l’aspetto colloquiale del messaggio, trasmesso oralmente. Don Oliosi intende dire, potendo valutare con completezza l’intero suo discorso, che l’azione ordinaria del demonio, infinitamente più imponente sebbene meno sensazionale, è in proporzione molto più dannosa per l’anima umana della possessione (anche per la sua minor evidenza). Il sensazionalismo eccitato da film come L’Esorcista, e ancora più la fantasiosità in esso contenuta, oscura questa verità che dovremmo considerare quotidianamente, legando altresì la natura della preghiera, e soprattutto l’azione della Grazia da essa promanante, a un annichilente senso di paura o ad immagini pittoresche e banalizzate. Verissimo, e l’ho rimarcato perché ne sono assolutamente convinto; tuttavia se si colloca lucidamente il “chiasso” proprio dell’opera filmica nel posto che gli spetta, ovvero tra gli effetti legati a un’opera artistica che solo dopo aver spaventato, vuole dire qualcosa di estremamente serio, porrei senza la minima esitazione L’Esorcista tra i film fieramente cattolici. Questo non significa che una bestemmia cessi di essere una bestemmia o che ci si debba rallegrare di vedere una statua della Vergine brutalizzata indecentemente (per non dire altro), ma credo che questi scempi possano essere tollerati in vista del messaggio e della catarsi finale, i quali ne traggono proporzionale vigore, spessore e autenticità.

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Aggiungerei che la blasfemia è un ingrediente inevitabile legato a queste realtà drammatiche, e non dovrebbe essere intesa come una tara particolare del film. Chi leggesse il romanzo da cui si è trasposto fedelmente il film (il vero punto di forza dello stesso, anche secondo il parere di Friedkin), scoprirebbe che la crudezza relativa a questa blasfemia è infinitamente più abbondante ed accanita, costituita di immagini orripilanti e valanghe di dati – con tutta probabilità non inventati (si parla ad esempio, è l’unico dato che mi è capitato casualmente di incrociare con studi storici specifici, dell’episodio di Loudun) – relativi alle più sacrileghe pratiche sataniste, perversioni, deformazioni mentali. Una mole di informazioni anche scientifiche (sulle varie patologie mentali o abilità psichiche) che non bastano forse a definire il romanzo come “documentato” – non era comunque nelle intenzione dell’autore – ma testimoniano l’intenso lavoro di ricerca propedeutico alla stesura dello stesso. Nonostante il risultato di questa minuzia gravi pesantemente sulla sensibilità del lettore cattolico (anche con picchi traumatici!), essa nulla toglie alla verità ultima della vicenda che anzi, ne è irrobustita profondamente, sostenuta dal pilastro di una lucidità trasparente, concreta e credibile perché poggiante sulla solida base del disincanto e dello scrupolo. Non è da temersi insomma il confronto frontale con un realtà disgustosa e scomodissima pur di avvicinare la Verità. Una verità ultima coronata fra l’altro da una manciata di pagine di raffinata meditazione cattolica e di alto valore formativo, preludio alla conclusione della storia che, come saprete, è lieta solo parzialmente: un finale agrodolce che diviene l’apice delle esagerazioni denunciate da Oliosi, ma che nel linguaggio drammatico e romanzesco intendeva, mi pare, sconfiggere il fortissimo demone Pazuzu attraverso il sacrificio più grande ed eroico che Padre Karras, come uomo e sacerdote, potesse compiere.

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La prova del nove dell’ortodossia e preziosità di questo terribile film si recupera tra le righe di quanto osservato da Colin Mc Dannell nel bel libro Catholics in the movies (p. 218), a proposito della prezzolata critica di testate tutt’altro che papiste:

 I critici più prestigiosi [nonostante il pubblico accorresse in massa] non furono impressionati. Vincent Camby del New York Times e Pauline Kael del Newyorker accusarono l’Esorcista di utilizzare la religione come pretesto per far soldi tramite il sensazionalismo e il sesso. Entrambi detestarono l’Esorcista con veemenza non più evocata per alcun titolo religioso fino a The Passion of the Christ di Mel Gibson.

 Tralasciamo pure gli estratti dalle critiche di questi eroici paladini.

Penso che L’Esorcista sia un grande, grandissimo film. Penso che ancora oggi dischiuda la percezione dello spettatore su un problema che ognuno può esorcizzare come crede (bubbole, lacune scientifiche, allegoria dell’errore umano, roba da antropologi, nonmipongoilproblemamifasoloridere…), ma oggettivo e reale. Blatty, da scrittore cattolico, e Friedkin da regista ebreo agnostico di grande realismo (convinto, un po’ funambolicamente nel suo agnosticismo, della realtà dell’esorcismo), consegnano alla Chiesa Cattolica un atto di fiducia, ovvero il possesso della chiave per sconfiggere il Male. Per chi crede, ciò è reale assai in anticipo rispetto ai confini di un singolo rito amministrato occasionalmente; per chi non crede questo film è un buon racconto di paura… in cui la Chiesa Cattolica ha comunque saldamente in mano le redini della situazione (e le tira mirabilmente).

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Concedendomi una parentesi personale devo confessare, non senza tentennamenti, che a me questo film ha fatto molto bene (o molto male, a seconda dei punti di vista), nel momento in cui mi è capitato di vederlo (prima liceo – dunque extended cut). Mi ha terrorizzato e mi ha spinto a conoscere, a ragionare su questo mistero. Penso abbia persino avuto una certa colpa nella mia definitiva – e ormai temo irrevocabile – accettazione della religione cattolica. Chiaramente sorrido sotto ai baffi dicendolo… eppure il ricordo di quello sgomento, l’aver aperto gli occhi all’improvviso su questioni che ignoravo bellamente e che chiedevano urgentemente di essere smentite o per lo meno proporzionate, mi appare oggi determinante. Da quel momento (probabilmente sarebbe successo poco dopo con un altro pretesto… o forse no?) ho iniziato a conoscere davvero la mia religione, recuperarla intellettualmente, porla in guerra con me stesso sapendola sensata. È solo una testimonianza, una reazione fra molte altre che però, piaccia o meno… c’è stata. E se davvero il barbiere di James Cagney, dopo aver visto questo film, ha appeso il rasoio al chiodo dopo 35 anni e s’è fatto prete*, non mi pare nemmeno la più scomposta. Gli effetti di questo film (oltre agli omicidi, gli infarti, i casi di suggestione esagerata) possono essere anche questi! Resta assolutamente sconsigliato ai minori di X anni; fate benissimo a sconvolgervi per le scene più trucide e a biasimarlo perché è scurrile ed eccessivo, ad evitarlo se siete delle anime delicate… ma riconoscetegli questo robusto e prezioso fragore religioso.

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Com’è noto, l’extended cut è sempre da preferire. Essa è forse ancor più spaventosa, ma reintroduce il dialogo tra Padre Karras e Padre Merrin che segue un tentativo fallimentare di esorcismo. Con gran dispiacere di Blatty la scena venne tagliata nella versione del ’73 per volontà del regista, che riteneva penalizzasse l’escalation finale del ritmo narrativo; eppure si tratta, secondo le parole di Blatty, di

“un’esplicita articolazione del tema che dà al film chiarezza e concreto peso morale; chiarezza perché focalizza la storia di Karras e del suo problema di fede; e concreto peso morale perché colloca gli elementi osceni e repellenti del film nel contesto del primario attacco del demonio su chiunque, vale a dire la tentazione alla disperazione”. (W. P. Blatty, The Exorcist: From Novel to Film, New York Bantam, 1974,  pp. 35, 275-81).

Chiudo lasciandovi le parole di questo dialogo, riprese dal romanzo (W. P. Blatty, L’Esorcista, Torino, 2002, p. 303), non solo per il contenuto (che la concisione del momento narrativo costringe in una riflessione assai tronca), ma per porre l’accento sulla più autentica natura di questa brutta storia, di questo “brutto” film, talvolta – forse anche a suo vantaggio e del messaggio che veicola – frainteso.

“Comunque, io ritengo che il bersaglio del demone non sia la persona ossessa… Damien, il bersaglio siamo noi… gli osservatori… nel caso attuale, ogni persona che si trova in questa casa. E credo… credo che lo scopo sia quello di condurci alla disperazione…, di farci respingere la nostra condizione di persone umane, di farci apparire di fronte a noi stessi come esseri fondamentalmente bestiali, niente altro che bruti. Esseri fondamentalmente abbietti e corrotti, spregevoli, vili, indegni. Perché, a mio avviso, la fede in Dio non è affatto una questione di raziocinio. Io credo che sia unicamente una questione di amore e che presupponga, da parte nostra, l’ammissione della possibilità che Dio ci ritenga degni del Suo amore”.




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