LA LUCE IN SALA


O DIVINE NIGHT: CORTO DI NATALE
22 dicembre 2011, 6:14 pm
Filed under: Piccolo schermo

Devo ringraziare un lettore (grazie Giuseppe!) per avermi segnalato questo bellissimo corto. Eliot Rausch, il regista, è un giovane talentuoso dal passato burrascoso che diffonde le sue opere su varie piattaforme Internet, dove ormai è conosciuto e apprezzato. È stato notato soprattutto dopo aver vinto l’edizione 2010 del Vimeo Film Festival grazie all’opera Last minutes with Oden  (il doloroso racconto degli ultmi istanti di vita di un cane); dopo questo successo è stato coinvolto nella produzione di contenuti web, spot e cortometraggi vari.  Scorrendo la sua produzione risulta chiaro come Rausch prediliga le situazioni di disagio sociale, di sofferenza e di emarginazione.  Talvolta (Eliot coltiva una visione del cristianesimo del tutto personale), a sostanziare il susseguirsi delle immagini ci sono precisi riferimenti evangelici che restituiscono la ricerca di senso umano in modo particolarmente vibrante.

Il Natale è vicino.

Annunci


PROGRAMMAZIONE TV: IL TERZO MIRACOLO
21 aprile 2011, 5:27 pm
Filed under: News, Piccolo schermo

Domenica 24 Aprile, h. 16.45 – IRIS.

Questa Domenica appuntamento sulla rete Iris per il bel filmdi Agnieszka Holland. Qui, la recensione de La Luce in sala.



EFFETTO NOTTE
20 gennaio 2011, 7:05 pm
Filed under: News, Piccolo schermo

L’avvento del digitale terrestre ha reso raggiungibili per chiunque molti canali prima nemmeno mai sentiti nominare. Ad esempio TV2000, un rete tv di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana (nata già nel 1998).

A questo proposito vorrei ricordare, ed è obbligatorio per un blog cattolico di cinema (o di cinema cattolico) l’appuntamnto settimanale con “Effetto Notte“, un talk che analizza i film di imminente uscita nelle sale, attraverso l’invito in studio di attori, registi, giornalisti, appassionati. In onda il martedì, h.20.00, repliche il sabato, 16.15 e la domenica 21.30.



THE EXORCIST FILE: IL VATICANO COLLABORA AD UNA SERIE TV?
10 gennaio 2011, 9:09 am
Filed under: News, Piccolo schermo

P. Moore (Tom Wilkinson) da "L'esorcismo di Emily Rose"

Direi che la notizia è davvero sorprendente: la nota emittente televisiva internazionale Discovery Channel starebbe collaborando con la Santa Sede per trasfondere in un serial TV casi di esorcismo realmente affrontati dalla Chiesa Cattolica. Il titolo fa il verso al telefilm cult “X Files”, dove per ben 9 stagioni televisive si è passato al setaccio un immenso repertorio di temi soprannaturali. La nuova serietà (dunque garantita) nel trattare l’argomento, sarebbe entusiasmante ma sospetta (dato che interroga su un repentino cambio di sensibilità del Vaticano), se non fosse falsa. Così si legge su un articolo de La Stampa.it, dove si riportano le parole di Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: “La notizia che è circolata è fuorviante. Né al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, che è l’istituzione vaticana competente, né al Centro Televisivo Vaticano, né alla sala stampa risultano coinvolgimenti in merito, né il Vaticano, né la Chiesa cattolica risultano coinvolti in tale progetto e, se anche il canale televisivo può aver interpellato singoli esperti, ogni attribuzione di questo genere dev’essere considerata inesatta“. Devo dire ai promotori che usano la Chiesa come referente dell’ onestà dei loro contenuti: facce di bronzo! Ma anche, a malincuore… che peccato! Forse ci saranno ulteriori chiarimenti.



BBC: CANTO DI NATALE?
19 dicembre 2010, 12:19 pm
Filed under: News, Piccolo schermo

La nota emittente anglosassone,

Tatiana Maslany, Maria, e Andrew Buchan, Giuseppe.

dalla politica spesso chiaramente anti-cattolica, trasmetterà nei giorni antecedenti il Natale una miniserie di quattro episodi sulla Natività: “The Nativity“. Le iniziative poco compatibili a questa in passato sono state numerose, per citarne alcune: la trasmissione del documentario “Sex and the Holy City”, che intenzionalmente falsava le posizioni della Santa Sede sull’uso del preservativo, la messa in onda dello spettacolo “Jerry Springer the Opera”, che non perde ogni occasione per ridicolizzare il cristianesimo e la figura di Gesù, e ancora il cartone animato “Popetown”, che scherza in toni seriamente discutibili sulla figura del Santo Padre. A questo va aggiunta la scarsa visibilità prestata alle persecuzioni cristiane in Medio Oriente. (vedi R. Camilleri, BBC, in “Il Timone”, 93, XII, 2010, pp. 20-21.) Bene! Speriamo, (senza aggrapparci almeno sotto Natale al cinismo del pensare che si tratti di banchettare alla mensa dei contenuti religiosi, notoriamente ostinati nel rifiutarsi di ribassare il mercato) che sia l’indizio di una nuova, encomiabile sensibilità. Il poco che si intuisce dalle immagini sembra molto promettente! Sul sito dell’ UCCR tutte le informazioni specifiche. Qui, la programmazione.



LOST, IN CHIESA
18 dicembre 2010, 8:00 am
Filed under: Piccolo schermo

Lost (telefilm), USA, 2004-2010, 6 stagioni, 114 episodi, creato da J.J. Abrahms, con Matthew Fox, Evangeline Lily, Josh Holloway, Naveen Andrews, Jorge Garcia, Terry O’Quinn, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim, Emilie De Ravin, Dominic Monaghan…

N.B. Quanti non conoscono Lost ma ne sono incuriositi, o semplicemente non hanno ancora visto il finale della serie, si astengano dal leggere il post di oggi: Lost ruota tutto intorno all’attesa, alla pazienza di perseverare nel voler penetrare il mistero. Merita davvero di essere visto con lo sguardo giusto, e sapere come va a finire significa privarlo del suo nucleo vitale. Avvertirò con la scritta SPOILER, dove l’articolo diventa scottante.

Lost è un prodotto televisivo di elevata qualità. Lo è al punto che alcuni hanno voluto vedervi una riscossa, da parte del piccolo schermo, dall’antico senso di inferiorità nei confronti del cinema. Io non sarei altrettanto ardito nel tesserne le lodi, sebbene sia evidente come dietro un successo di questa portata, ci sia un team creativo di primo livello, capace di impalcare un sistema narrativo a dir poco monumentale (flashback – flashforward) esoprattutto intrinseco allo sviluppo della vicenda, e non solo funzionale alla comunicazione di un messaggio. (Elemento questo che da solo faceva presentire qualcosa di a dir poco sublime.) Una congerie di personaggi, l’uno meglio indagato dell’altro, dialoghi freschi e brillanti, una trama a scatole cinesi estenuante, quasi fastidiosa ma sempre degna di pazienza, ne hanno fatto un appuntamento imperdibile, (anche perché saltare qualche episodio poteva decretare il doverlo abbandonare…) Il bello di un telefilm sta primieramente nel fatto che la storia ha a disposizione un tempo pressoché illimitato per dipanarsi, e giorno dopo giorno i personaggi divengono delle presenze familiari da ritrovare, di volta in volta, alla ricerca di uno sviluppo interiore che scorre davanti ai nostri occhi in progressione, imponendoci, ben accettato, il ruolo di confidenti privilegiati. Un film può essere altrettanto abile nel costruire questa relazione, col sovrappiù di merito del farlo in poco tempo, e tuttavia non sarà mai in grado di eguagliare, in termini di mera quantità, il numero di confidenze che ci vengono affidate, di momenti che ci vengono raccontati (anche di routine, che serve a rendere il tutto compatibile alla nostra ottica). Di contro un telefilm è stretto più forte nella morsa degli interessi economici di case di produzione o reti tv, e di anno in anno gli sarà sempre più difficile mantenere a fondamento il proprio spirito originario. Questo problema risulta evidente anche in Lost perché, andando ad osservarne i limiti, non possiamo dimenticare come, allontanato forzosamente dalla propria idea unitaria (che ne voleva uno sviluppo scrupolosamente programmato – almeno secondo quanto dichiarato – passo dopo passo, in 100 episodi) si sia perso in parentesi tiepide, in specificazioni prive di mordente, esasperando le attese e ingarbugliando (senza possibilità di ritirare i fili) una trama già sin troppo ricca e misteriosa. È un ritornello già sentito: l’arte è arte solo se è arte, ergo non può esserlo se viene diluita per infilarci più spazi pubblicitari. Da ricordare anche il fulmine a ciel sereno dello sciopero degli sceneggiatori, che ha portato a rallentamenti, problemi, decisioni da prendere sull’unghia. Da qui prende piede la critica più aspra.

La costruzione della chiesa sull'isola.

SPOILER

Quello che brucia è che per più di 100 ore abbiamo seguito una storia nella quale avevamo fiducia. Non solo speravamo, con qualche timore, che tutto alla fine trovasse un perché, un rientro logico, ma ad un certo punto ne eravamo persino certi, visto che l’avevano spergiurato i curatori della serie. Gli abbiamo creduto? Preferisco non ammettere la disfatta e dire che ero semplicemente fiducioso, ma devo dirlo: lo sono stato a sproposito! Qualcosa rientra, qualcosa no… qualcosa rimane troppo strano. Non si tratta solo di un finale aperto, (che di solito apprezzo vivamente), ma solo di un bel finale pomposo che risolve molto e in modo appetibile, ma non tutto: non tutto!

Questo compromette solo in parte la qualità del programma. Lost rimane un titolo imperativo, e tutto può essere perdonato per le moltissime trovate geniali, la bellezza di alcune scene, lo spessore di molti significati. A quali significati mi riferisco? Lost è, in definitva, un imperdibile affresco sulla presenza del bene e del male, sulla lotta costante fra due forze, esplicata episodio dopo episodio attraverso le storie di personaggi che restano ambigui fino all’ultimo momento. Contiene metafore di fascino potente, questioni esistenziali e problematiche trasmesse vividamente. In tutto ciò il cattolicesimo cosa c’entra? Il bello, l’inaspettato, il controcorrente, è proprio che c’entra, e persino parecchio. Nel lungo svolgimento dell’intera storia esso appare in posizione privilegiata: emerge dal passato di Charlie, la rockstar dal presente “sbandato”, corrotto dagli eccessi del successo ma che fu, sorprendentemente, vicino alla fede. Emerge dai ricordi di Mr. Eko, il “sacerdote” di colore che desidera costruire una chiesa sull’isola, (e ripercorre con la memoria l’incubo di un’infanzia trascorsa nell’Africa dei reclutatori di bambini soldato, ma anche del conforto dato dai missionari cattolici). Soprattutto diventa schiacciante nel finale, con l’ultima bellissima scena ambientata in una chiesa cattolica che verrà invasa, negli ultimi istanti di girato, dalla luce di Dio. Introduce a questa conclusione clamorosa un dialogo chiarificante tra Jack (il protagonista) e suo padre, all’interno di una sorta di disimpegno sia fisico che filosofico: una stanza che immette fattivamente nella chiesa, occasione per esibire un po’ sbrigativamente i simboli di tutte le religioni, bilanciando sommariamente con l’obbligatoria “par-condicio” confessionale (che rende in qualche modo digesto il tutto al grande pubblico), quella che appare, a mio avviso, come una delle più schiaccianti ammissioni di fiducia cattolica del momento contemporaneo. (E’ sottinteso: in un’enorme produzione destinata al mercato mondiale e a un pubblico universale). É un qualcosa che ha del miracoloso. Chi è l’artefice di una simile rischiosissima operazione? È chiaro che è assai difficile stabilire in che misura chi abbia deciso cosa, ma senza pretesa di individuare in una sola persona queste posizioni, osserviamo che Carlton Cuse, uno dei produttori esecutivi della serie, è cattolico praticante. Egli è stato cresciuto da cattolico, ma la sua fede ha subito un forte approfondimento nel matrimonio: sua moglie proveniva infatti da una famiglia di robusta impostazione cattolica, la quale ha rappresentato per la sua religiosità “una parte enorme del mio cammino di fede personale”, dice.

Benjamin Linus in preghiera.

Quanto dichiarato proviene da una puntata del programma radiofonico “Personally Speaking with Monsignor Jim Lisante”. Curse ha aggiunto: “ Il problema della fede e della ragione è centrale per tutte le persone religiose e che sono alle prese con la ricerca del significato della loro vita. Sembrava che questi argomenti più grandi fossero rilevanti in uno show che è una sorta d’esame della natura dell’esistenza, come Lost.” […] “Penso al riguardo che non si debba affrontare le cose in anticipo. Se ci sono questioni religiose nello show esse sono sepolte nel sostrato di un prodotto che è essenzialmente un action-adventure-drama. Penso sia tutta una questione di proporzioni, e che [le questioni religiose] non siano un martello che vogliamo dare in testa alle persone. Credo che in molti casi la resistenza delle persone alla religione nasca quando se ne sentono martellati. Penso che la religione diventi più significativa per la vita di ognuno quando questa viene raccontata in forma di storie nelle quali la gente possa ritrovarsi. Giudico sempre un’omelia dal modo in cui il prete riesce ad integrare qualsiasi lezione della settimana si trovi nel vangelo, alle storie. E quelle storie sono ciò che penso funzioni davvero per i parrocchiani, molto più di qualche genere di analisi didattica delle letture o del vangelo. Mi sento come se quello fosse il nostro ruolo di narratori, nello show, cercare di prendere i temi che sono davvero significativi per le persone e trasmetterli sotto forma di buoni racconti e storie. […] Il peccato e la redenzione sono temi centrali dello show. Ognuno di quei personaggi, a modo suo, si confronta con i problemi che tutti affrontiamo. Tutti abbiamo quei problemi dentro noi stessi, con cui lottiamo per tutta la nostra vita. Qualche volta li vinciamo, e altre volte invece dobbiamo arrenderci… Nessuno di noi è perfetto, e penso che ciò a cui le persone si possano relazionare… sia che c’è un senso di fantastico nello spettacolo, ovvero il fatto che se finisci su quest’isola, è come se potessi ricominciare da capo. E penso che sebbene questi personaggi siano pieni di difetti, essi stiano cercando la redenzione […] (Il testo è la traduzione di un discorso tenuto in forma colloquiale: ripetizioni e frasi tronche sono state ritoccate al minimo – fonte).

Parole a dir poco illuminanti. Quando Lost è inziato, promosso da tutti come un avvincente serial impastato di azione e mistero, nessuno poteva immaginare questo imprinting nascosto, quasi improponibile rispetto agli standard oggi imposti.

Non desidero dilungarmi in una faticosa opera di discernimento del significato della serie: non esiste un’interpetazione univoca, ed è bene perciò che ognuno ne elabori una personale.

In conclusione, la sensazione che l’immenso colpo di scena finale sia un espediente comodo e veloce in parte rimane, ma credo che il senso religioso (direi anche cattolico) già precedentemente sfumato, valga di per sé, e ci consenta di valutare quest’opera in modo entusiasta, (visti i moltissimi momenti di grande emozione), con la gioia di poter chiudere un occhio.



CATHOLICS COME HOME
4 dicembre 2010, 11:55 pm
Filed under: News, Piccolo schermo

Per noi cattolici italiani un’operazione come quella del titolo appare come una bella stravaganza, ma immaginate di trovarvi in uno degli stati più grandi del mondo, mettere piede fuori casa la mattina in una delle metropoli occidentali più popolose, e vivere la vita circondati da centinaia di parenti, colleghi, amici, conoscenti… i quali vi darebbero l’idea di una campionatura religiosa vastissima. Fra le moltissime religioni presenti in America va ricordato che il pluralismo protestante tocca numeri impressionanti, con dozzine e dozzine di confessioni diverse, simili oppure diversissime, con l’una o l’atra concezione delle fede, alcune di impostazione tradizionale altre meno, “spaccando” di fatto la radice del cristianesimo in centinaia di tessere da mosaico, un mosaico del quale potrebbe essere diffcile riconoscere il soggetto. Non c’è alcun giudizio implicito in questa osservazione, se non quello di ritenere straniante,  (qualora qualcuno sentisse un richiamo spirituale, o semplicemente meditasse su un’incompatibilità di base delle proprie convinzioni con la confessione di cui fa parte, e volendo quindi cambiare), il sovraccarico di opzioni abbracciabili.

Ecco allora che un’iniziativa come quella del sito Catholics Come Home, che vuole divulgare coi mezzi di ultima generazione il cattolicesimo come scelta plausibile, trova una spiegazione comprensibile. Per venire alla componente di interesse per la nostra ricerca vogliamo concentrarci sullo spot/cortometraggio prodotto in questo contesto: esso, pur essendo di indubitabile fascino, purtroppo non si libra, vincolato dalla natura dell’operazione, da un tono vivacemente promozionale. Ma passiamo alla visione del filmato:

Le immagini sono straordinarie, ed ogni cattolico se ne sentirà infuocato (a ragione): sono certamente tutte composte per ottenere un surplus d’emozione, e se si può in qualche misura storcere il naso per gli estetismi e le strizzatine d’occhio strappa-entusiasmi (le scene “in costume” soprattutto), bisogna comunque riconoscere la bontà del messaggio il quale, nonostante tutto, arriva chiaro e tondo nella sua verità, quest’ultima sempre pura e senza fronzoli.

Vi sfido a dirmi che il filmato vi ha lasciato indifferenti, e che non avete pensato, anche solo in un flash: “Ehi! Io sono cattolico!!”




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: