LA LUCE IN SALA


OSCAR 2011: NIENTE DI FATTO PER “THE CONFESSION”
28 febbraio 2011, 12:08 pm
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La notte degli Oscar è arrivata anche quest’anno, e nonostante le previsioni fossero poco traballanti c’è stata ugualmente qualche sorpresa. Senza enfasi la vittoria delle vittorie annunciata sin dalle inattese nominations: miglior film, miglior regia (TomHooper), miglior attore protagonista (Colin Firth) e miglior sceneggiatura originale (David Seidler) per “il Discrosco del Re”. Trascurato l’iniziale favorito “The Social Nework”, del tutto ignorato “Il Grinta” dei fratelli Cohen, semi-ripescato il bistrattato “Inception”(Nolan).

Dopo questa stringatissima introduzione (che merita un approfondimento su qualunque buon sito di “cinefilia senza riserve”), passiamo all’immancabile focus cattolico sulla situazione: no, “The Confession” non ha vinto! Sto parlando del simpatico cortometraggio cui avevamo dedicato qualche riga alcune settimane fa. Ribadisco che non avendo ancora visto il filmato per intero corro il rischio di creare un fraintendimento fra le intenzioni del regista e lo spirito di questo blog, ma vi invito a rileggere il post cui accennavo prima e ad osservare, qui sotto nel video, l’importante presenza contestuale del cattolicesimo. Il premio è andato a un titolo comunque evocativo: “God of Love”. La mia impressione è che entrambi i titoli si divertano a “giocare coi santi”, rivolgendosi scanzonatamente alla religione, ma “The confession” suggerisce a mio parere, attraverso la mediazione dell’universo infantile, un più raffinato ed equilibrato incontro tra sacro e profano. La prospettiva fanciullesca degli avvenimenti più delicati consente spesso di regalare una risata, scusando a cuor leggero l’innocente (irresistibile) irriverenza. Ne riparleremo con cognizione di causa se e quando i corti saranno disponibli per il pubblico. Alla prossima!



UOMINI DI DIO, IL MIGLIOR FILM IN FRANCIA
26 febbraio 2011, 12:58 pm
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Ieri sera al Théâtre impérial du Châtelet (Parigi), l’attesa consegna del massimo riconoscimento cinematografico francese giunto ormai al suo 36° anno, il Premio César. Come anticipato alcuni post addietro, il film su cui puntavamo la nostra attenzione era, naturalmente, l’intenso “Uomini di Dio” di Xavier Beauvois, letteralmente ricoperto di nominations. Delle ben undici avanzate soltanto tre si sono trasformate in statuette dorate; la più prestigiosa, (che perdona il ridimensionamento delle aspettative) è quella che incorona questo frammento di significativo cinema cattolico, miglior film dell’anno. Ne sono veramente contento. Gli altri due premi assegnati sono andati al bravo Michael Lonsdale (miglior attore non protagonista) e a Caroline Champetier (miglior fotografia). E’ davvero la meritata consacrazione artistica di un tributo laico (onestamente compartecipe) al doloroso ricordo dei sette monaci cistercensi martirizzati in Algeria nel 1996.

A sinistra Michael Lonsdale, vincitore del premio al miglior attore non protagonista.

Precedentemente il film si era già accaparrato il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, ed era stato inoltre selezionato per concorrere alla notte degli Oscar come miglior film straniero, senza tuttavia superare l’ultima selezione. Poco importa, il miglior risultato in assoluto rimane, aldilà dei premi vinti e non, l’enorme, sorprendente, successo di pubblico.



NUOVO FILM SU EDITH STEIN
24 febbraio 2011, 3:21 pm
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Edith Stein (1891 - 1942)

Abbiamo già incontrato sullo schermo l’affascinante figura di Edith Stein nel bel film “La Settima Stanza” (Márta Mészáros, 1995). Tuttavia l’incredibile vicenda umana e spirituale di questa filosofa nata ebrea, passata poi dall’ateismo al convento, e uccisa nel campo di sterminio Auschwitz-Birkenau, ben si presta ad un’ulteriore rivisitazione e approfondimento. E’ perciò con enfasi giubilare che riporto la notizia, diffusa da Avvenire, dove si parla di una nuova versione cinematografica pronta per il prossimo anno, proprio in occasione del settantesimo anniversario della morte della santa. La regia è stata curiosamente affidata a Joshua Sinclair, personalità che non conoscevo prima di un veloce ricerca in rete: questo dottore specializzato in malattie tropicali ha lavorato accanto a Madre Teresa a Calcutta, a Bombay, in varie zone dell’Africa, e ha inoltre studiato teologia comparata all’Univeristà Gregoriana.  Il servizio che presta agli ammalati viene offerto senza compenso, e Joshua ripiega così sul versante artistico della sua attività di scrittore e… appunto, regista. Riporto alcuni stralci inerenti al film in preparazione dall’intervista proposta sul quotidiano cattolico:

[…] Si chiamerà semplicemente Edith. Si tratta di una co-produzione importante tra Austria e Germania, le riprese sono previste tra maggio e luglio. Stiamo completando il cast, che sarà prevalentemente di attori europei. In America il film sarà distribuito probabilmente dalla Universal Picture, stiamo lavorando ai contratti. La musica sarà una grande sorpresa, ma non posso anticipare nulla. […]

Joshua Sinclair

L’ho scoperta [la figura della santa carmelitana] due anni fa, per curiosità. Dopo averne sentito tanto parlare ho cominciato a leggere i suoi scritti, a partire da quelli di fenomenologia. E mi sono interrogato sull’esperienza di una donna che ha riconosciuto la grandezza di Gesù senza ripudiare le proprie origini. Un donna che è passata dall’ebraismo all’ateismo alla riscoperta di Dio attraverso l’ebreo Gesù. La sua, più che una conversione, si può definire una progressione fino a un compimento finale. Ed è stata tutto tranne che una fuga dai mali del suo tempo. Quando un ebreo diventava cattolico era ancora più odiato dai nazisti, che erano profondamente pagani. Fu Hitler a proibire l’insegnamento della religione nelle scuole e l’esibizione del crocifisso. E nella vita di Edith Stein c’è stato spazio anche per l’amore umano, quello con Hans Lipps. La vita di una donna a tutto tondo, insomma, e di una mistica, morta ad Auschwitz come martire sia del mondo ebraico che della Chiesa cattolica. […]

Certamente oggi c’è un grande vuoto spirituale nel cinema commerciale, se pensiamo ai successi di Frank Capra o a Miracolo a Milano di De Sica. Ci si tuffa sul bestseller del momento, come il Codice da Vinci, libro e poi film assurdi sul piano storico e teologico, senza preoccuparsi minimamente delle ripercussioni che può avere per milioni di persone. Mettere in dubbio il valore di una fede, di una Chiesa, mettere in ridicolo persone dovrebbero essere rispettate… Bisognerebbe che noi come registi avessimo più rispetto per queste cose. Conosco Ron Howard, ho parlato con lui di questo. Gli ho detto: “Tu sei un grande cineasta, non hai bisogno di un libro del genere per fare un film”. Dobbiamo usare il cinema per portare più speranza e spiritualità al mondo – ne parlerò anche a marzo, a Vienna, in una conferenza. (Fonte)

Beh… cosa posso dire? Ottimo!



FOTOGRAMMA/PENSIERO #6: THE OTHERS
20 febbraio 2011, 10:49 am
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(Los Otros, Usa, Spagna, Francia 2001, di Alejandro Amenábar)

Le mani di Nicole Kidman, ipnotizzate dal terrore nel culmine del film The Others, si aggrappano al rosario mentre l’ansimata preghiera del Padre Nostro scandisce il cammino verso la triste verità. Il film ricostruisce plausibilmente alcune logiche inafferrabili di un aspetto controverso, ma centrale, dell’universo paranormale. Amenábar, lo stesso regista del recente Agorà, dato il forte piglio anticattolico dimostrato, potrebbe solleticare degli interrogativi anche a proposito di The Others (e ci sono) ma, personalmente, ritengo che la sequenza qui richiamata sia un capolavoro di suspence dove la preghiera, incontrando il panico, diventa urgenza.



THE BUTTERFLY CIRCUS, PRO LIFE DENTRO E FUORI
18 febbraio 2011, 1:08 pm
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Vi propongo oggi un cortometraggio di particolare interesse, visionabile online per intero in inglese, o su Youtube con sottotitoli in italiano (consiglio di non gettarsi subito sulla versione italiana, di qualità assai ridotta rispetto all’originale: per una prima occhiata possono bastare le immagini!). Il pro-life è un concetto monolitico che risponde, con un’unica affermazione presente a partire dal nome, alle molteplici forme di egoismo irrazionale che vanno creandosi intorno al problema “morte” (concetto monolitico per antonomasia) con migliaia di sfumature dipinte a furia di “se” e “ma”. Ed ecco allora che ci si specializza fortunatamente anche nel pro-life, imbracciando battaglie ideologiche contro aborto, eutanasia, testamento biologico, pena di morte, selezione degli embrioni e via dicendo. Particolari questioni sull’universo diversamente abile, ed assurte a movente ideale di un aborto istantaneo, raramente si prestano, data la componente involontariamente deleteria di rispetto e timore, ad essere trattate apertamente. Vi è l’atavica e certamente in parte comprensibile ritrosia a prendere il vero dolore disabile, sceneggiarlo, e “sbatterlo” infine, senza pietosi filtri ammorbidenti, in faccia allo spettatore insofferente. Direi che, oggi come oggi, quando capita che nel serraglio Facebook qualcuno apra gruppi anti-down cui andrebbero indirizzate legioni di assistenti sociali (per dirla laicamente e teneramente), il linguaggio appropriato non sembra essere più quello del tatto, del mellifluo, del commovente da lacrime di empatico trasporto. Diventa urgente un dialogo diretto, teso a chiarire una verità che diviene spregevole essere costretti a ribadire: la vita è sacra. Occorre dirlo con la violenza delle immagini e con la crudezza di un discorso diretto.

Questa lunga e pedante introduzione per arrivare a… “The Butterfly Circus”, un corto di circa 20 minuti girato già nel 2009 da Joshua Weigel. Il gioiellino non è per nulla esente da un’impostazione tesa a suscitare commozione (non risulta brutale come auspicavo qui sopra), ma vi invito a guardarlo e a dirmi se anche secondo voi, la sola scelta del protagonista, il simpatico Nick Vijici, non basta e avanza a mettere nella giusta prospettiva un discorso sulla sofferenza già sentito, ma qui calibrato su uno schiacciante senso di realtà extra-cinematografica.

Il taboo esiste, è un dato antropologico che viene registrato, ma viene subito fatto a pezzi, e se si indulge verso il lacrimevole o il patetico va detto che non lo si fa a sproposito, bensì alla luce di un discorso esemplare nell’esorcizzare una questione spinosissima, potenzialmente deprimente, e che quindi sì… commuove.

La vera forza del progetto sta nella biografia del protagonista stesso (antidoto contro i sospetti di buonismo o superficialità): Nick non finge quello che si mostra nel filmato, semplicemente lo rivive, e se spezza il silenzio prestandosi ed esponendosi è perché ha capito, nel tempo, che il farlo gli offre l’occasione di riscatto da una condizione difficile, di sacrificio in nome della verità, di servizio per la crescita interiore del prossimo. C’è esposizione della sofferenza? Mercificazione del diverso? Ingaggiare il “povero” Nick è un affronto alla sua condizione? Il contesto circense (scelto non a caso) replicato in ben due forme, a polarizzazione degli atteggiamenti umani verso il diverso, abbatte esemplarmente qualsiasi possibile recriminazione. Come mai Nick è così ottimista e vitale? Il ragazzo gira il mondo portando la sua testimonianza in ogni dove, dichiarandosi… fervorosamente cristiano (protestante):

[…] Molte persone mi dicono: “Nick, non potrò mai immaginare quello che hai dovuto passare, la tua storia è la più incoraggiante che abbia mai sentito”… cose così…e per me è un onore. […] C’è da dire che ci sono altri lì fuori che attraversano delle sofferenze, vedete, tutti noi dobbiamo rinunciare a noi stessi e prendere la nostra croce. Tutti noi sappiamo come ci si sente ad essere soli o disperati. E… il fatto è questo… È come se io ti guardo e ti dico “Sai, forse le cose che hai passato tu sono peggiori di quelle che ho passato io”. E tu pensi “No, no, no! Non potrei mai immaginare una vita senza braccia e gambe!” Cioè, noi non possiamo mettere le sofferenze a confronto, ma quello che dobbiamo fare in quanto famiglia di Dio, è unirci […] mano nella mano, ti prendo per mano metaforicamente parlano [ride], e insieme unirci e restare saldi nelle promesse di Dio. Sapendo che chiunque tu sia, e qualsiasi cosa tu stia attraversando, Dio lo sa. Lui è con te e te ne trarrà fuori. […] La cosa più straordinaria che Dio mi ha dato è il suo amore. Sapere che lui mi ama davvero. E quando nella mia vita succedono cose che non riesco a capire, e nella vostra vita, quando nella vostra vita succedono cose di cui non capite il motivo… la domanda è questa: Dio è degno del vostro ringraziamento? Dio è comunque degno della vostra lode? […] Perché rallegrarsi in ogni momento? Perché la Gioia è avere Gesù Cristo. Che mi ama così tanto da essere morto per i miei peccati, mi ha dato la salvezza. Questa vita è temporanea. E sapete? Io amo che questa sia la gioia più grande di tutte: avere Gesù Cristo nella mia vita […]

E’ una professione di fede molto forte e, per fugare qualsiasi sospetto di approssimazione intellettiva o debolezza (sollevato di frequente davanti a tanto trasporto), specificherò che il ragazzo si è laureato a 21 anni in Ragioneria e Promozione finanziaria. Fra gli altri interpreti ricordo la presenza del “Brad Pitt latino” Eduardo Veràstegui, che avevamo incontrato a proposito del film Bella, accennando in quell’occasione al suo percorso di riscoperta del cattolicesimo, di cui questo lavoro è felice espressione. Buona visione! (Fonte 1,2)



GMG 2011: IL PROMO
15 febbraio 2011, 10:52 am
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Abbiamo già parlato dell’ottima casa di produzione cattolica Grassroots Film. Fino a qualche tempo fa non ne sapevo nulla, ma ho iniziato a interessarmene a proposito del documentario The human experience. A ridosso della Giornata Mondiale della Gioventù 2011 scopro che si è data da fare nella creazione di un breve filmato celebrativo. Il tono è quello ormai consueto di un’epica basata sull’utilizzo di musiche inncalzanti, accanto ad immagini toccanti e monumentali assieme. Da notare come tutto sia frutto della sola paziente ricerca sui girati delle passate edizioni, montati in un corto che brilla per potenza ed efficacia.



FOTOGRAMMA/PENSIERO #5: ROMEO + GIULIETTA DI WILLIAM SHAKESPEARE
13 febbraio 2011, 11:36 am
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(William Shakespeare’s Romeo + Juliet,  USA 1996, di Baz Luhrmann)

Lo confesso: amo moltissimo la rubrica Fotogramma/pensiero… e dunque non potevo esimermi dal dedicarle un post in occasione della festa dell’amore romantico. Se (e “temo” sia proprio così), San Valentino è la festa del cliché, devo stare in tema e festeggiarla proponendo qualcosa che sia a dir poco scontato, e direi che con Romeo e Giulietta andiamo sul sicuro (aggiungeteci che sono di Verona e il pastrocchio è bell’e fatto). Una parte di me però si ribella a quest’accettazione passiva del precostituito, si dibatte fuoriosamente costringendomi a non una, ma a ben due azioni di dissidenza! Cominciamo con la scelta della versione cinematografica: Baz Luhrmann o lo si ama follemente o lo si detesta senza riserve… Non c’è bisogno che vi dica, data la ricorrenza, da che parte sto (con tutto il rispetto per l’ottimo e compostissimo Zeffirelli). In questo film l’arci-noto dramma shakesperiano si catapulta credibilmente ai nostri giorni con un gioco che, rivelandosi tale, costruisce il sublime tragico con meccanismi geniali che muovono dall’estetica kitsch e dall’esasperazione di contesti e personaggi comprimari (grotteschi ma, alla fine, persino più dolenti). Il cattivo gusto di ambienti e scelte registiche da videoclip si trasmuta, in poche parole, in vera arte. L’ aderenza al testo originale coinvolge nel discorso anche l’estetismo cattolico che, tradizionalmente, ben si presta alla “sublimazione” kitsch. Un’amore che all’epoca in cui fu scritto doveva passare per il sacramento fa della sua riproposta moderna un’opera di attualizzazione indiretta del matrimonio e del ruolo sacerdotale nella vita dei giovani (se tralasciamo gli scherzi del fato, ovvio). I fotogrammi da selezionare mi hanno creato più di un’incertezza, e veniamo così al secondo atto di dissidente afasia: la scelta del fotogramma. Niente scene di matrimonio (ne abbiamo a iosa in quasi tutti i film romantici), niente scene dell’abbraccio mortale illuminato dai crocifissi con luce blu al neon (questa forse era più originale…ma troppo poco “cattolica”) ma, piuttosto, un superato imberbe Leonardo di Caprio che aiuta Frate Lorenzo nella vestizione prima della messa (quando ci ricapita?).

Concludo con: una precisazione (i Montecchi nel film non sono protestanti come si legge in giro, ma cattolici); un richiamo (riscopriamo, dato una recente pubblicazione, che anche il Bardo era probabilmente cattolico!); un pensiero d’affetto ( per Pete Postlethwaite, cosa che mi ha condizionato nella scelta dell’immagine) e, infine, un augurio di buon San Valentino a tutti! (single compresi…)

Alla prossima!




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