LA LUCE IN SALA


TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE
17 gennaio 2011, 8:38 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Evergreen

(The sound of music)

Usa, 1965, di Robert Wise, con Julie Andrews, Christopher Plummer, Eleanor Parker, Richard Haydn, Peggy Wood…

Un classico talmente classico, con una storia talmente romantica da consentire lo storno dalla memoria della forte componente cattolica della vicenda (lo si deve moltissimo anche alle musiche coinvolgenti). Tutti insieme appassionatamente traspone in musical la reale autobiografia di Maria Augusta von Trapp (The story of the Trapp Family Singers, 1949), precedentemente rielaborata per il teatro: Maria, una novizia dal vitalismo incontenibile pone serie difficoltà decisionali alle suore del suo ordine. La ragazza, nonostante (ma anche a proposito, ed è questo l’aspetto su cui non si riflette abbastanza) la forte spiritualità, brama il contatto panico con la natura e la sua allegria senza argini, la gioia propria del vivere l’esistenza, la spingono ad esprimersi cantando di vero cuore quello che sente. Il film è particolarmente apprezzabile proprio per come riesca a trasmettere quest’ottimismo dirompente con una fusione tra paesaggio e sentimento, tra personaggio e dialogo cantato. La giovane viene inviata presso la numerosa famiglia Von Trapp, recentemente raffredatasi affettivamente dopo la morte della Signora Trapp. Maria, superato l’iniziale timore e il dispiacere di essere stata allontanata sperimentalmente dal convento, troverà la possibilità di applicare le sue doti musicali in chiave terapeutica, a motore di un recupero profondo del senso della vita, dell’infanzia, dell’amore (processo trasferito nello spettatore come una vera e propria trasfusione di positività). Forse è proprio a partire da questo che si rintraccia, ma senza che il film risulti pesante o “superato”, una sensibilità un po’ troppo semplice e perduta, abituati come siamo a sorridere interiormente per battutine ciniche e scenette ironiche, piuttosto che a fremere con lo spirito (ricordate il momento apicale della scampagnata in bicicletta?)

Veniamo adesso a quello che interessa maggiormente la nostra ricerca: perché un film ampiamente rivolto, e soprattutto, a una vicenda romantica (o di riscatto emotivo) è un film cattolico? I motivi sono principalmente due: 1) Il cattolicesimo è presente in modo evidente all’inizio, con una descrizione accennata ma apprezzabile della realtà claustrale. Nella scena del matrimonio, che effettivamente potrebbe essere un cliché ma che qui, dove occorre mostrare il passaggio fisico della sposa dall’una all’altra famiglia (e perciò all’interno dello stesso edificio in cui si celebrerà il rito), offre una maggiorazione di rimandi e significati religiosi. Infine, ma si tratta forse dell’episodio centrale, l’intervento delle ex consorelle nel dare asilo alla famiglia di Maria dopo l’occupazione nazista.

2) Il fatto che Maria scelga il laicato, da un lato decentra l’argomento religioso per dare spazio a temi mondani e certo più “frizzanti”, dall’altro svolge un discorso tutt’altro che avverso alla religiosità: Maria non tronca facilmente col convento, ci ritornerà a metà film, e all’inizio vede l’allontanamento come una punizione. Il fatto che incappi in un contesto in cui si richiede la sua presenza, in cui c’è un bisogno forte di lei, non fa della sua scelta un messaggio “problematico”, ma anzi allude alla meraviglia (e alla possibilità dunque) di applicare uno stile di vita cristiano nella realtà quotidiana di ognuno. Non esiste una scelta migliore o più nobile, dell’altra… purché lo spirito rimanga intatto. Non è il fine del film quello di trasmettere chissà quali messaggi religiosi, ma questi vengono genericamente sottintesi di rimando alle vicende stesse. Il film allora entra a pieno titolo nel database de La Luce in sala con la doppia motivazione contestuale / semantica condotta con evidente rispetto e sensibilità.



MOLOKAI: L’ISOLA MALEDETTA
8 dicembre 2010, 8:40 am
Filed under: Agiografici, Cattolici, Evergreen, Film

(Molokay)

Spagna, 1959, di Luis Lucia, con Roberto Camardiel, Gèrard Tichy, Javièr Escrivà.

Locandina originale del film.

Un titolo a lungo dimenticato, e tornato in primo piano dopo la recente canonizzazione (2005) del suo protagonista. Padre Damiano de Veuster (1844-1890), belga, si offre missionario sulla terribile isola del titolo, un luogo destinato alla quarantena a vita dei lebbrosi. In questo spazio abbandonato dalle istituzioni civili, dove i malati scempiati dal morbo vanno ad attendere la fine, proliferano le condotte più abbiette, (solo lievemente tratteggiate nel film in questione, rivolto com’è, alla sensibilità della metà del secolo scorso.) Il villaggio dipinto nel film deve poter essere tollerato dall’occhio dello spettatore e così, ci giunge fuori campo la labile notizia di uno stupro in corso, un accenno alla promiscuità dei costumi, all’inevitabile generale prevaricazione del più forte sul più debole e, quindi, una sorta di “dittatura mafiosa” da parte del meno convertibile degli appestati, che intercetta e amministra gli scarsi approvvigionamenti inviati dalla terraferma.

Padre Damiano, illuminato da un determinismo ingiustificabile dai suoi contemporanei, si adopererà anima e corpo per impiantare nel più infernale dei bassifondi, la speranza e il germe dello spirito cristiano.

Un film carico di significati validissimi, che si stemperano su una compagine di personaggi secondari, indagati con cura, e rappresentanti ciascuno un diverso approccio alla fede, alla vita, alla morte. C’è la storia d’amore spezzato, la storia di un pentimento, la storia di un’attesa dilaniante (quella della morte) vissuta col coraggio di opporsi al suicidio. Temi forti e meno forti, raccontati tutti con la pacatezza propria dei film dei tempi andati. Se da un lato questo porta  la pellicola a difettare in ritmo e godibilità degli accadimenti, dall’altro si rivela congeniale alla mitezza del cristianesimo

-Se si confessa quell'uomo, che cosa dovremmo fare? -Pensando a lui si ha paura di pensare a noi stessi...

insegnato con la vita, il quale trova uno sviluppo pausato, riflessivo e dunque soppesabile. Alcuni momenti di particolare pathos mostrano gli inevitabili espedienti volti a stimolare l’empatia. Altri, come la visita alle “grotte”, (il luogo ove si rifugiavano i malati terminali), sono invece di grande freschezza. Un titolo sempreverde, sovraccarico di motivi propri del cattolicesimo, (talvota messi in campo in modo assai scoperto) di scambi dialogici semplici, diretti eppure ricchi di insegnamenti brillanti, espressi in modo efficace. Riscoprite questo vecchio titolo: è ora facilmente reperibile nella recente versione restaurata (in dvd) negli esercizi della catena Paoline, o sul sito www.emi.it.

Che nessuno ci compatisca: il mondo è una grande Molokai, ma una Molokai senza sacrificio, senza rassegnazione. Piaghe lebbrose ricoprono gli spiriti senza possibilità di sollievo, perchè coloro che ne soffrono non vogliono curarle, bensì nasconderle. Lebbra più contagiosa di ogni altra, perchè non la si sfugge, ma la si invidia.”(Padre Damiano, nel film)

Una delle visite alle grotte.



BERNADETTE
5 dicembre 2010, 3:43 pm
Filed under: Agiografici, Cattolici, Evergreen, Film

(The song of Bernadette)

USA 1943, di Henry King, con Jennifer Jones, William Eythe, Charles Bickford, Vincent Price, Lee J. Cobb, Anne Revere.

La locandina del film, autografa dell'artista Norman Rockwell.

Entriamo nel vivo del blog: il vero cinema cattolico.

Vediamo oggi un titolo Re fra gli evergreen del genere e, forse proprio per questo (come spesso accade) ricordato dalla critica paludata come esempio di “ (…) religiosità made in Hollywood ridotta a merce spettacolare di grande effetto” (Il Morandini 2010, p. 176).

Volendo sforzarsi a cercare un principio di verità in queste parole, si dovrà concordare che di religiosità made in Hollywood effettivamente si tratta, anche se il tono dispregiativo utilizzato deve cadere, dato che non si trovano tracce degli sbrodolii titanici propri delle produzioni losangeline (e che solitamente afferiscono a una certa pomposità di fondo, di contenuti e scenografie) ma piuttosto invece una misurata attenzione al vero, al probabile, al realistico… sfociante in una credibile ricostruzione storica e contestuale. Il dispiego di mezzi ed entusiasmi, ripiega qui a mio parere nella descrizione della povertà più nera, che sarà forse edulcorata, intenerita dal linguaggio dell’epoca, ma tutt’altro che spettacolarizzata. Trovo che non si sia voluto spettacolizzare nemmeno lo Spettacolo… tentazione che oggi sarebbe invece difficilmente arginabile!

La storia raccontata nel film si dissocia tuttavia parzialmente da quanto accadde in realtà, con una serie di espedienti romanzeschi (forse qui si rintraccia il piglio hollywoodiano) importati dal libro di Fran Werzel, ispiratore della pellicola (due esempi fra tutti: la struggente relazione affettuosa di Bernadette con l’amico Antoine Nicolau, non documentata, e la rappresentazione della morte della santa).

Il “grande effetto” c’è, perchè il film colpisce, ma questo scaturisce senza forzature dalla storia stessa, da una certa, se vogliamo l’obiettività, retorica dell’evidenziare le qualità cristiane e non cristiane, talvolta un po’ fastidiosa eppure funzionale al messaggio, inevitabile persino, nei frangenti di una trama così smaccatamente religiosa. “Lo spettacolo [che] prevale su tutto” (Francesco Minnini, ‘Magazien tv’) sinceramente… non mi riesce di riconoscerlo: ne avverto le tracce, ne scorgo il linguaggio, e tuttavia non ne sento il peso… forse sono troppo indulgente con i film del passato?

La trama non necessita di approfondimenti insistiti: Bernadette incontra la Vergine Maria in una grotta a Massabielle. Non viene creduta inizialmente da nessuno, tacciata di stupidità corre persino il rischio di venir rinchiusa in manicomio. Lentamente, secondo i ritmi della provvidenza, la verità si farà sin troppo evidente e scomoda…

Questo capolavoro di delicatezza e verità si lascia rifrequentare volentieri: in esso si narra la storia di un incontro che cambierà la Francia tutta, l’Europa e il mondo interi, il concetto stesso di “aldilà”…il quale per opera della Madre di Dio si rivela come un “aldiqua” concreto, quotidiano, tangente. Il film non è, come ci si aspetterebbe, un catalogo di buonismi o di espedienti strappalacrime. Entrambi questi meccanismi narrativi non possono mancare del tutto: il doppiaggio a tratti mellifluo, affettato (che spera di centrare un’immagine di purezza), i piccoli episodi che fanno leva sulla partecipazione emotiva (quanto siamo rattristati dall’episodio del santino negato!). Come dicevo, questi meccanismi ci sono, si notano, appartengono a un modo di fare cinema “datato”… eppure sono garbati, mai invadenti o troppo retorici. Anzi, ciò che ancora oggi sorprende è come si propone il rapporto di equilibrio tra soprannaturale assodato (noi lo vediamo quanto Bernadette) e sentimento dell’improbabile. Tutti quanti non credono Bernadette saremmo noi, e quanto questi “noi” ci assomigliano nel negare l’impossibile! Il film stesso ci parla dell’ignoranza, dell’insipienza, di questa “bambina”; tutto lo scibile del dubbio viene passato al setaccio: perchè mangiare l’erba? Perchè apparire in un mondezzaio? Perchè a una ragazzina debole di mente e di salute? La verità viene continuamente attaccata fino all’ultimo momento (anche se essa prospera dell’invincibilità garantita dalla scelta, forse poco felice ma comprensibile (per un’epoca poco incline all’astrazione), di mostrare anche a noi spettatori, la bianca figura di Maria). Così abbiamo il parroco del paese, già arresosi a quelli che sembrano i fatti, implorare all’ultimo momento quasi solo per sé, l’ammissione di menzogna da parte della Santa. La severissima suora-insegnante, costretta a rivelarsi colma di amara acrimonia. Il vescovo, desideroso di avere da una Bernadette ormai morente, un’ultima, ed ennesima (tanto che la poverina ci appare se possibile perfino nauseata), inutile conferma. Anche il lessico appare del tutto disincantato, fra le espressioni più affascinanti quella più carica di commiserazione recita a proposito dei pellegrini:“povere mandrie di pecore” e ancora, nei riguardi della cittadina di Lourdes “questo posto riesce solo a disgustarmi, un tempo era una rozza ma amena cittadina, la guardi ora: un’orrenda spugna che assorbe tutte le infezioni della terra…”

Il film sceglie di prendere una posizione decisa, pur ammettendo tutta la nostra difficoltà a fare altrettanto. Fra gli episodi emblematici dello spessore del film citiamo il momento di scoramento del procuratore imperiale: contro ogni aspettattiva dello spettatore viziato dalla verità, non viene prelevato da un fascio di luce per essere esaudito di una sottintesa supplica di conversione, ma viene abbandonato nella desolazione del nulla, nell’incapacità di non aver voluto e soprattutto non aver potuto credere, di fronte al luogo in cui Maria Santissima si è manifestata e dove ora si trova soltanto un’ immota, pallida statua.

La disperazione di Dutour.

Il nulla e la sola capacità di avvertire il nulla si esprimono nella debolezza umana che vince l’intelletto: il miracolo non si ripete a comando, la fede non sboccia facilmente, ma Lourdes è uno schiaffo, che lo si voglia o no, per tutti… e dal nulla, senza perciò perdere nulla se non l’amor proprio (che conta quanto decide per sè ognuno), si leva la speranzosa richiesta “Pregate per me, Bernadette”.

Riprendete in mano questo grande classico! Ne vale sempre la pena e fra l’altro, essendo un prodotto piacevole, mai noioso, intenso, non parlerei affatto di pena!

Alla prossima puntata!




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