LA LUCE IN SALA


LE CHIAVI DEL PARADISO
6 maggio 2014, 3:07 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(The Keys of the Kingdom)

USA, 1944, di John M. Stahl, con Gregory Peck, Thomas Mitchell, Vincent Price, Benson Fong, Leonard Strong, Rose Stradner…

keys-of-the-kingdom-movie-poster-1944-1020746572Quale modo migliore per festeggiare l’uscita in DVD di un film introvabile, se non quella di proporvene la recensione? Le Chiavi del Paradiso, tratto dall’omonimo romanzo di A. J. Cronin (nel quale si narrano la vicende del missionario in Cina Padre Francis Chisholm), è uno dei tasselli più eloquenti dell’ “antica” produzione hollywoodiana già profondamente affine al cattolicesimo. Facciamo infatti continua esperienza di quanto i tempi siano profondamente mutati rispetto ad allora, trovandoci oggi in prossimità all’acme di un processo iniziato appena qualche lustro dopo il ’44 (l’anno del film), ovvero quando si muovevano i primi passi in questo senso posizionando il tema missionario sotto una luce sospettosa, critica e, come sostiene Philip Jenkins (ne La terza chiesa, Roma, 2004, p. 60) “ipercritica”; ovvero con produzioni in questo filone che, dopo il film di Stahl, conducono direttamente al The Mission di Joffé e al meno conosciuto La generazione rubata (Noyce). Così Jenkins centra, secondo noi, la questione:

“tutte queste opere recenti presentano un’idea grossomodo simile della realtà missionaria. Soprattutto le missioni rivelano un errore di concezione; se tutte le tradizioni religiose hanno un valore più o meno uguale, a che scopo mettere i pregiudizi di una cultura al di sopra di quelli di un’altra? Questa visione di perfetto relativismo viene meno, in qualche modo, quando si parla del cristianesimo occidentale, dato che esso è visto come un modello ipso facto meno valido e attraente di quelli che vuole sostituire. Generalmente il cristianesimo, più che una religione, sembra essere un insieme di pregiudizi e inibizioni occidentali”.

chiavi del paradiso 01Proprio questa cruda verità rende sempre straniante la visione di questi grandi classici, pare infatti impossibile non tanto la generosità e compiacenza con cui la Chiesa veniva in essi descritta (non escludendo di osservarne i difetti per dare forza alla verità, suggerire – simulare? – un’obiettività di giudizio), quanto all’apparente sovrapposizione d’intenti tra la major di turno e, appunto, la Chiesa: catechizzare, confermare nella fede, infervorare. Naturalmente alla 20th Century Fox interessava assai più caldamente il profitto – sarebbe ingenuo pensare il contrario – ma ciò non sminuisce affatto la portata di quanto andavo dicendo, rendendolo anzi ancor più significativo da un punto di vista sociologico: si offriva insomma al pubblico, proprio come oggi, ciò che avrebbe potuto rivelarsi un successo. Per capire quanto sbancare i botteghini contasse su un massiccio pubblico religioso basta soffermarsi un momento sui tracotanti slogan del trailer d’epoca, ove insistendo sulla matrice letteraria del film si proclama “Dalle pagine che hanno toccato e rapito il cuore di 30.000.000 di persone… libro del mese della club selection… definito come la storia più memorabile nel Ladies Home Journal; la 20th Century Fox presenta un lungometraggio che sarà celebrato come indimenticabile…” e via dicendo. Siamo negli anni in cui la National Legion of Decency – di ispirazione cattolica – aveva notevole potere, ma è altresì cruciale che a spingere Darryl Zanuck (il responsabile della produzione Fox dell’epoca) nell’impresa di questo titolo (con una delle cifre più alte dell’anno, ben 3.000.000 di dollari), fosse stato lo straordinario successo riservato, una manciata d’anni prima, a A song for Bernadette. Per la serie “come eravamo”, il cattolicesimo costituiva insomma una garanzia di successo: lo sapevano i dirigenti, e lo sapeva la turba di artisti alla costante ricerca del copione azzeccato, attori e registi (persino Alfred Hitchock aveva accarezzato seriamente l’idea di girare questo film!).

chiavi del paradiso 02Ma veniamo alla sinossi. L’anziano Padre Francis Chisholm è in osservazione della diocesi poiché potenzialmente problematico: i 33 anni trascorsi in estremo oriente l’hanno reso insofferente, non troppo mite e – per la sensibilità di quegli anni – intellettualmente esplosivo. Il monsignore incaricato di giudicarlo ripercorrerà così, per caso, l’intera vicenda dell’osservato attraverso le sue memorie scritte. Queste descrivono la vita del prelato sin dalla felice infanzia trascorsa con un padre cattolico e una madre protestante, poi una serie di vicende sfortunate e infine la scelta del sacerdozio. Il suo spirito non convenzionale spingerà la diocesi a inviarlo in estremo oriente, in Cina, dove il prelato, tra enormi difficoltà, riuscirà ad avviare un proficuo centro missionario. Nel trascorrere degli anni si avvicenderanno episodi avventurosi e di profonda crisi (gli scontri armati, l’epidemia di colera…), mentre fra le mura della missione si assistono a tensioni interne dovute al contrasto tra Padre Chisholm, di umili origini, e una sua sottoposta, Madre Maria Veronica , di nobile lignaggio.

Il film mostra tutti i crismi di una produzione che reca sulle spalle i 70 anni d’età: alcune ingenuità, stilemi che al nostro palato sanno inevitabilmente di vetusto, consistenti differenze comunicative. Posto che il gusto della visione non stia proprio nel soppesare questa distanza, si può dire che nonostante la pellicola possa quasi etichettarsi come “film per nostalgici”, essa risulta ancora godibile in forza di una trama avvincente, un’ambientazione esotica desueta e affascinante (per altro tutta artificiale, ricostruita negli studi della Fox), e soprattutto (per lo spettatore cattolico), la descrizione serena di un operato missionario avventuroso e di cocente spiritualità, aperto a momenti di grande empatia, sorpresa, suspence e riflessione. Le oltre due ore di film scorrono insomma con ritmi alterni, ma senza mai annoiare.

chiavi del paradiso 03Colpisce inoltre l’interessante descrizione di una Chiesa indagata nelle sue ormai antiche aritmie sociali e nelle emergenti sfumature “protoconciliari”: in ciò il film offre senz’altro i contenuti storicamente più intriganti, tutt’altro che risolti in un atteggiamento di denuncia ma narrati, a mio avviso, nella fiduciosa consapevolezza di un’imperfezione in costante perfezionamento. È il risultato della rimozione o dello smussamento attento degli ingredienti più controversi del bel romanzo di Cronin (rimaneggiamenti che comunque non dispiacquero all’autore), nella ricomposizione di vere e proprie “smagliature teologiche” (Francesco Licinio Galati*) al limite dell’irenismo più spericolato. Si ottenne così un prodotto che rifuggendo la polemica si proponeva sulla scena mondiale con ortodossia, composte spinte ecumeniche e tuttalpiù qualche punzecchiatura – forse anche salutare – su alcuni specifici tipi di sacerdote.

Il riuscito ritratto cinematografico di Padre Chisholm è dovuto in massima parte al carisma di Gregory Peck, che a questo ruolo dovette la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista e il definitivo e ininterrotto decollo della propria carriera.

chiavi del paradiso 04Senza indulgere ulteriormente nel discutere di un film che in gran parte dev’essere scoperto, chiudiamo con una testimonianza di Peck sul film: “Mi aiutò moltissimo un certo Padre O’Hara, un missionario cattolico che aveva vissuto in Cina per otto anni e che conosceva il cinese. Rammento in particolare una scena in cui io avrei dovuto pregare in cinese, ma non riuscivo ad immedesimarmi; non so, non mi sentivo naturale. Allora Padre O’Hara si offerse di recitare la scena al posto mio. Cominciò a camminare in mezzo alla folla di comparse cinesi, facendo tintinnare un campanellino d’argento; davanti a ogni fedele si inchinava con grazia solenne e poi cominciava a parlare in cinese. Ripeteva ciò che aveva già fatto migliaia di volte nella vita. Allora capii perché non ero stato capace di recitare quella scena: mi mancavano quella grazia solenne e il profondo rispetto per ogni persona come individuo”. (J. Griggs, Gregory Peck, Roma, 1984, p.27)

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1 commento so far
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Caro Filippo, ti segnalo perchè estremamente bello e commovente il film inglese “STILL LIFE” che peraltro è diretto da un regista italiano, Uberto Pasolini. E’ stato premiato al festival di Venezia come miglior regia e ti consiglio caldamente di vederlo e magari, se lo ritieni opportuno, recensirlo. Ciao Federico Bonuccelli

Commento di Federico Bonuccelli




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