LA LUCE IN SALA


FOTOGRAMMA/PENSIERO #21: I FIORI DELLA GUERRA
13 febbraio 2014, 8:49 pm
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I FIORI DELLA GUERRA(The Flowers of War, Cina, 2011, Zhāng Yìmóu)

Il falso prete (inizialmente solo per convenienza, poi per altruismo), che “ricorda il catechismo qualche volta quando è ubriaco”, innalza una preghiera molto vera quando diventa eroe, pregando – sfumatura non scontata – per gli altri.

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Occorre accontentarsi, insomma. Qualche parola in più, vista l’occasione alquanto rara di un prodotto cinese che tocchi la Chiesa, val la pena di dirla. Ammesso che di “tocco” si possa effettivamente parlare. Per me che non riesco ad essere un estimatore del cinema dell’estremo oriente, il film è infatti interessante soprattutto per l’approccio scivoloso – ben circostanziabile – a questo spinosissimo argomento: nel 1937, anno in cui si svolge la vicenda, la Chiesa era ancora libera; la sua effettiva messa in clandestinità a causa del Partito comunista si avrà con la creazione dell’Associazione patriottica cattolica cinese, vent’anni più tardi.

Stando al film e al libro da cui è tratto (che non conosco), la vicenda dovrebbe essere reale. Non entriamo nel merito del controllo esercitato dal governo sulla Repubblica popolare, ma limitiamoci a constatare il colpo di fortuna toccato ai vari narratori: una vicenda che si svolge nel contesto di una chiesa con annesso collegio, completamente priva di personale religioso (l’unico sacerdote è morto prima dell’inizio della storia e non c’è nemmeno l’ombra di una suora, un diacono o cappellano, un insegnante… il cuoco, “Gu”, è scappato prima che potessimo vederlo). C’è solo un giovanissimo factotum con peso religioso/spirituale pari a zero. Molte scene si svolgono all’interno della chiesa, un edificio architettonicamente convincente, ma buio, spoglio e desolato. E va bene che fuori infuria il massacro, ma la penombra è tale che il presbiterio è a stento riconoscibile; e se voleste vedere il tabernacolo dovreste scrutare attentamente una monolitica sagoma petrigna grigio-nera che suggerisce l’idea di un altare senza soffermarsi a confermarla. Eppure la luce non è affatto ingenerosa, nutre anzi gli estetismi esasperati del regista rendendo cangianti le vetrate, illuminando il rosone/occhio di bue rigorosamente decorato a motivi geometrici. In realtà non è che l’interno della chiesa non sia convincente, non sia arredato come dovrebbe essere arredato, ma il regista è abilissimo a trascurare di farlo notare. Tutto ciò si ripete nelle manifestazioni spirituali: la preghiera prevede solo le mani giunte. Genuflessioni? Segni di croce? Rosari et similia? Scordateveli. Non ci si toglie nemmeno il cappello. Unica concessione è un Gloria in excelsis Deo cantato dalle alunne della scuola, ma si tratta di un momento puramente musicale assimilabile agli altri presenti nel film (una canzone tradizionale giapponese e una cinese). Insomma quella chiesa è vuota, e lo si percepisce benissimo. Se ciò, a mio avviso, è tutt’altro che casuale, va detto che tra cattolicesimo ed estremo oriente – nonostante il respiro universale della Chiesa – c’è un solco culturale considerevole; fraintendimenti e grossolanità sono quasi la norma nelle traduzioni visive della nostra religione confezionate da quelle parti (basti pensare, ad esempio, agli anime… su cui potrebbe essere divertente fare una panoramica, prima o poi). Potrebbe accadere qualcosa di analogo se gli svedesi trattassero un aspetto altrettanto profondo e sentito della realtà coreana: introiettare correttamente valori intimi e ben strutturati di una cultura che non si condivide è difficile in qualunque direzione. Giusto per fare un esempio: chissà che cosa potrebbe pensare, qualora riuscisse a vederlo, un cinese (per quanto penso che la Disney, desiderosa di far breccia in quel mercato si sia avvalsa – invano – di ogni precauzione), degli antenati fosforescenti del film Mulan?

Resta il fatto che, oltre al gap culturale certamente presente, la sensazione di fondo è che il materiale scelto per il film sia stato maneggiato con estrema cautela.

O forse semplicemente non sono riusciti a trovare un valido consulente cattolico? ;)



LES MISÉRABLES
4 febbraio 2014, 10:07 am
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(Les Misérables)

UK, 2012, di Tom Hooper, con Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen, Helena Bonham Carter…

les-miserables-poster-italianoCONTIENE SPOILER - Come sia possibile che due autori ebrei (Alain Boublil per la versione francese, Herbert Krezmer per la trasposizione – con ampliamenti – in inglese), mettendo mano al capolavoro di un capostipite dell’anticlericalismo contemporaneo (Hugo), abbiano partorito un’opera dal cattolicesimo palpitante, è questione dai risvolti per lo meno interessanti.

Oggi possiamo godere, grazie all’ottimo lavoro del regista Tom Hooper, di un lungometraggio che renda onore alla versione musical del romanzo; pellicola che a sua volta (ancora inaspettatamente), insiste in una dirittura cattolica dell’opera.

L’epicità delle vicende narrate, e la partecipazione dello spettatore che ne scaturisce immancabile, risalgono al fatto che la storia (nel musical e ovviamente nell’”epos” da cui è pressoché fedelmente traslato) percuote l’idea di Essere Umano nelle viscere attraverso concetti di cui oggi, soprattutto nel cinema, c’è profonda nostalgia: perdono, redenzione, virtù, sacrificio. Quattro pietre d’inciampo che un po’ per motivi squisitamente storici e culturali (il romanzo è diffuso nella Francia del 1862), ma soprattutto per la personale ricerca filosofica di Victor Hugo, si muovono in un’orbita sì oscillatoria, ma chiaramente cattolica. Del resto è una caratteristica interiore di tutto il genere del romanzo storico europeo, quali che ne siano le tesi: l’appoggio a premesse filosofiche desunte dalle strutture teologiche cristiane è di fatto ineludibile: “Le catacombe in cui si è detta la prima messa non erano soltanto le cantine di Roma, ma il sotterraneo del mondo” (1), per dirla con Hugo stesso.

1Credo che liquidare il film di Hooper -imperdibile- con un commento entusiasta e la facile etichetta di “film cattolico”, sia un’occasione sprecata per penetrarne veramente la radice originaria, certificandone la religiosità che ne costituisce l’impalcatura interna e che è altresì affair delicatissimo, da rapportarsi obbligatoriamente alle spigolosità di un romanzo immortale di parentela giacobina, il quale fu, com’è noto, messo persino all’indice. Aspetto quest’ultimo che non fa che rendere ancor più stuzzicante e necessaria la comprensione delle opposte tensioni tra film e romanzo, anticlericalismo e cattolicesimo.

2Per poter proseguire è necessario un accenno all’inizio della trama. Protagonista della lunga vicenda è il forzato liberato Jean Valjean; questi, incarcerato oltre vent’anni addietro per il furto di un tozzo di pane, esce dal bagno penale intimamente abbruttito e carico di odio distruttivo. Respinto come lebbroso dall’intera società, come richiesto dal suo curriculum, troverà unico rifugio da una notte invernale nell’accoglienza del vescovo di Digne, Monseigneur Bienvenu. Jean, predatore capace di sola vendetta, si alza nel cuore della notte, ruba l’argenteria da tavola e fugge via. Il mattino dopo è riconsegnato da due gendarmi al prelato, il quale, contro ogni previsione, nega di essere stato derubato, ma anzi, di aver donato di sua libera iniziativa quel piccolo tesoro al suo “amico”. L’atto d’amore deliberato di Monseigneur Bienvenu demolisce l’intera personalità di Valjean, lo sconvolge profondamente invertendo tutte le sue logiche: da questo momento sarà una persona nuova, una persona per cui il bene diventa l’obbligo, il compromesso impossibile. Les Misérables apre poi molte parentesi narrative sull’amore, la povertà, la ribellione politica e via dicendo, diviene un romanzo pressoché corale, ma la sua radice, il filo conduttore ultimo, è la peregrinazione esistenziale di Valjean, la sua estenuante e difficilissima lotta – esteriore e soprattutto interiore – per conservare quel tocco divino accorso a salvarlo.

Monseigneur Bienvenu è il motore della storia, il big bang narrativo di trama, sottotrama, poetica e morale . È questo il motivo per cui Hugo spende una notevole quantità di pagine per caratterizzarlo con la massima precisione (ci viene riportato anche il rendiconto di come egli usufruisce del suo vitalizio!): è sostanzialmente un bravo prete e una persona degna di credibilità se non di stima, una specie rara, sembra dirci Hugo, di cristiano non ipocrita.

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Ma perché Hugo, vate del radicalismo repubblicano, piazza in questa posizione un vescovo? Un signorotto con le mani in pasta negli strascichi dell’ancient régime? Come noi se lo chiedeva il figlio dello scrittore che, come testimoniato dalla sorella Adele nei suoi diari, sconcertato dalla scelta del padre lo coinvolgeva in accese discussioni: perché un prete? Perché non un medico? Uno scienziato? Una qualunque mente illuminata? La risposta di Hugo ci fa riflettere:

“Non posso mettere il futuro nel passato. Il mio romanzo si svolge nel 1815. Del resto, questo sacerdote cattolico, questa pura e alta figura di vero sacerdote è la satira più sanguinosa del sacerdote attuale. Non mi interessano le opinioni dei repubbicani ciechi e ostinati. L’uomo ha bisogno della religione. L’uomo ha bisogno di Dio. Lo dico ad alta voce, ogni notte io prego” (2).

Quale sia la religione di cui ha bisogno l’uomo, e quale sia il senso della preghiera, Hugo non lo specifica, ma intende certamente quell’idea generica e filomassonica che gli consentì, senza battere ciglio, le parentesi di acceso anticlericalismo che si ravvisano, tra i molti esempi, anche nei capitoli centrali de I Miserabili. La parabola religiosa di Hugo, granitcamente cattolico in gioventù e rientrato all’ovile prima della morte (stando alla testimonianza di S. Giovanni Bosco, che ne fu l’artefice), qui interessa solo in funzione del contenuto del suo romanzo: nelle molte pagine di cui si compone la sua opera emerge infatti un cattolicesimo latente, quasi schizofrenico. Dietro all’esigenza di realismo (“non posso mettere il futuro nel passato”) si nascondono quei germi dottrinali ricevuti negli anni infantili, ed essi contaminano, volente o nolente, la filosofia che vorrebbe emanciparsene. Monseigneur Bienvenu è frutto lampante di questa commistione, di questa ricostruzione storica inflazionata da un ricordo spirituale. Insomma, se la religiosità più “adulta” del poeta ha potuto disfarsi di chiese e superstizioni, ne I Miserabili a ottenere l’impossibile (il rivolgimento completo di un’anima), è proprio un faccendiere di questi elementi.

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Bienvenu, in quella che secondo Hugo dovrebbe essere l’esemplarità, cede ad atteggiamenti talvolta… diciamo lievemente sospetti; ingredienti che narrativamente ne arricchiscono il ritratto rendendolo sfaccettato ed umano. C’è in lui un lieve assaggio di quel pressapochismo deista che ai palati cattolici coevi doveva risultare pericoloso: non che non lo fosse, ci mancherebbe, ma nel vescovo di Digne è dosato con estrema attenzione, pena mancare la credibilità del personaggio; e se alcune sue uscite fanno un po’ di equilibrismo tra religione e scienza sociale, altre hanno il preciso scopo di qualificarlo come un consapevole uomo di Chiesa (una frase fra tutte: “Non sono al mondo per salvare la mia vita, bensì per salvare delle anime”). Si tratta perlopiù di piccoli episodi che incorniciano la limpidezza evangelica del vescovo, senza intaccarne veramente il ministero; rivelano piuttosto le piccole voluttà ideologiche cui non seppe sottrarsi il grande scrittore (3) (talvolta con esiti rasentanti il naif: Bienvenu sarebbe stato casualmente notato – prima di divenire vescovo – da Napoleone in persona, e raccomandato dunque allo zio, il cardinale Fesch).

Apriamo poi una parentesi che riguarda un altro personaggio rilevante: Marius, un giovane idealista, dottore in legge dotato di tutte le qualità della nuova epoca (e che combatterà anche nelle barricate). Per motivi che sarebbe troppo difficile spiegare verso la fine del romanzo egli si trova a dover decidere, conosciutane l’identità di ex forzato, della sorte di Valjean. Il giovane allontana Jean, lo invita all’esilio: è del tutto incapace di replicare una minima parte di quanto fece all’inizio della vicenda un membro del clero.

Chiarita l’impronta di Monseigneur Bienvenu passiamo adesso a una valutazione di più ampio respiro sulla “sensazione” religiosa che Hugo imprime al suo romanzo. Che lo scrittore fosse stato in passato un fervido cattolico risulta chiarissimo in qualche passo per le suggestioni, le atmosfere che lo scrittore riesce a creare: una volta rimessosi sulla strada, successivamente al perdono del vescovo, Valjean è in preda ai più cocenti dissidi interiori. É intimamente ferito più che guarito, e agisce per l’ultima volta nel male, scientemente, derubando un ragazzino di una moneta. È un piccolo episodio (solitamente, come comprensibile, omesso dalle trasposizioni cinematografiche), che ha il difficile compito di completare la rivoluzione interiore del “miserabile”. Hugo riesce a rendere perfettamente la perdita della Grazia, anzi, la perdita della Grazia dopo che la si è appena ottenuta (deve insomma averne saputo qualcosa di confessionali e assoluzioni). È questo contrasto, questa riaffermazione del male dopo aver conosciuto il bene che spinge definitivamente Jean ad agire di lì in avanti, sotto lo sguardo del Signore, divenendo di fatto agente della Sua provvidenza.

Un altro aspetto fondamentale della dirittura religiosa dell’opera è infatti proprio la Provvidenza, la quale con discrezione, ma talvolta clamorosamente, rivela che lo sguardo di Dio è partecipe alle sofferenze di Valjean, lo accompagna e ne accoglie i sacrifici con “meccanismi” che sono l’antitesi del distacco che ci si aspetterebbe da un Grande Architetto qualunque. Il Dio dei I Miserabili tesse il suo complesso arazzo comprimendo il male negli orditi del bene.

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Osserviamo ora l’anticlericalismo più scoperto, per il quale Hugo si ritaglia l’occasione parlando della storia del convento parigino del Petit Picpus, nel quale si svolgono numerose scene. Sono le pagine più eterodosse di tutto il romanzo, nel quale lo scrittore si accanisce, come vuole la miglior tradizione anticlericale francese, sulla vita monastica. Nulla che Diderot e compagnia bella non avessero già detto a loro tempo, ma in Hugo, nell’esposizione logorroica, l’argomento si colora di contraddizioni e di quello che prima definivo “cattolicesimo schizofrenico”. La prosopopea anticattolica dedicata ai monasteri è copiosissima, attingiamo a caso qualche esempio: “Il convento […] è una delle più cupe concezioni del Medioevo. Il chiostro è il punto d’intersezione dei terrori. Il chiostro cattolico propriamente detto è tutto pieno della tetra irradiazione della morte”; “Chi dice convento dice palude. La loro putredine è evidente, il loro stagnamento malsano, la loro fermentazione dà la febbre ai popoli e li intristisce; il loro aumento diventa piaga d’Egitto”; “Quanto a noi rispettiamo qualcosa e risparmiamo tutto il passato, purché accetti di essere morto. Se vuol essere vivo, l’attacchiamo e cerchiamo di ucciderlo. Superstizioni, bigottismo, bacchettonismi, pregiudizi, queste larve, quantunque non siano che larve, si aggrappano alla vita; hanno denti e unghie nel loro fumo, bisogna spegnerle corpo a corpo, far loro guerra e fargliela senza tregua, perché è una fatalità dell’uomo essere condannato all’eterno combattimento coi fantasmi”.

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Parole tagliate con la scure (o la ghigliottina), cui seguono o s’inframmezzano o fanno eco più tardi nel testo punzecchiature all’ateismo (“C’è una filosofia che nega l’infinito. C’è anche una filosofia, classificata patologicamente, che nega il sole; questa filosofia si chiama cecità”); ridimensionamenti arruffati (“Noi biasimiamo la chiesa quand’è satura d’intrigo, disprezziamo lo spirituale quando viene dopo il temporale; ma onoriamo ovunque il pensatore. Salutiamo chi s’inginocchia. Una fede: ecco ciò che necessita all’uomo. Sventura a chi non crede in nulla!”); vere e proprie rigirate di frittata (“Non c’è forse opera più sublime di quella che fanno quelle anime. E aggiungiamo: forse non c’è lavoro più utile”; “Ci vogliono quelli che pregano sempre per coloro che non pregano mai. Per noi tutta la questione sta nella quantità di pensiero che si unisce alla preghiera”); dichiarazioni di incertezza (“Quando si parla di conventi, di questi luoghi di errore ma d’innocenza, di smarrimento, ma di buona volontà, di ignoranza ma di devozione, di supplizio ma di martirio, bisogna sempre dire sì e no”); tentativi grossolani – a tratti risibili – di sintesi estrema (“dal punto di vista strettamente filosofico […], a condizione che il monastero sia assolutamente volontario e non racchiuda che dei volontari, considererò sempre la comunità claustrale con una certa gravità attenta e, sotto qualche punto di vista, deferente. Dove esiste la comunità là c’è il comune, c’è il diritto. Il monastero prodotto della formula: Eguaglianza, Fratellanza. Ah, com’è grande la libertà!… e che trasfigurazione splendida! Basta la libertà per trasformare il monastero in repubblica”); straordinarie concessioni di ammirazione (“Quanto a noi che non crediamo in ciò che quelle donne [le monache] credono, ma che come loro viviamo nella fede, noi non abbiamo mai potuto considerare senza una specie di terrore sacro e tenero, senza una specie di pietà e d’invidia, queste creature devote, tremanti e fiduciose [...]”; “[Valjean] aveva sotto gli occhi il culmine sublime dell’abnegazione [le monache], la più alta cima della virtù possibile; l’innocenza che perdona agli uomini le colpe commesse e che espia per loro; la servitù subita, la tortura accettata, il supplizio richiesto dalle anime che non hanno peccato per le anime che hanno errato; dolci essere deboli aventi la miseria di coloro che sono ricompensati”).

Ciò che nel flusso chilometrico dei testi di Hugo diviene una girandola di pensieri che ritornano su sé stessi in ripensamenti e aggiustamenti, nella crudezza delle estrapolazioni appena effettuate provoca un senso di grave indeterminatezza di fondo. Da quest’analisi – e limitatamente a Les Misérables – non si può che rilevare un anticlericalismo sofferto, nervosamente impreciso.

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La vita di Valjean è una costante lotta per il bene, nelle difficoltà più disperate, nelle tentazioni indefesse verso il compromesso, l’odio, la salvaguardia del proprio egoismo, nelle incomprensioni e nella solitudine assoluta: con la pazienza di chi ha definitivamente capito, tutto viene – con grande fatica e sforzo – sopportato e posto sotto lo sguardo di un Dio benevolo e accogliente. Non ci vuole granché a capire, per quanto non venga palesato a parole, che Valjean tende tutto sé stesso alla santità (nel senso letterale, cristiano, del termine). Non è poco, considerando la reputazione della penna da cui è uscito.

Sul letto di morte Valjean non fa chiamare sacerdoti, rifiutando dunque i sacramenti; Hugo in questo modo riequilibra ciò che avrebbe rischiato di risultare definitivamente incoerente con la sua battaglia. Tuttavia anche un fatto così forte viene mantenuto nell’ambiguità, e circondato di attenuanti: Valjean è convinto di non meritare nulla, di essere ancora un reietto che tutto deve subire e nulla attendere. E chiama a sé, tuttavia, comunque un prete: “-Volete un prete? / -Ne ho già uno – rispose Valjean. E parve accennasse col dito a un punto sopra il suo capo, quasi ci scorgesse qualcuno. È probabile infatti che il vescovo assistesse a quell’agonia”.

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Les Misérables dunque, malgrado tutto, a mio avviso è un romanzo quasi cattolico; espressione d’un cattolicesimo infettato, aggredito e al contempo ribadito in un processo narrativo che ai giorni nostri può serenamente (ovviamente intendo da un punto di vista religioso) essere apprezzato.

Nel momento in cui ci si è proposto, arditamente, di applicare al romanzo le strutture proprie del musical, la componente cattolica che abbiamo sin qui osservata è stata pienamente accolta e potenziata per far fronte a inevitabili esigenze di sintesi, chiarezza, introspezione tramite il soliloquio/assolo (ecco il perché delle numerose preghiere cantate). Il percorso di Valjean è un percorso cristiano-cattolico: per renderlo realmente credibile in tutta la sua forza in uno show che per raggiungere l’eccellenza deve frustrare la complessità del testo originario (comprimendolo entro una struttura musicale obbligata, una “scaletta” che intrattenga), è stato necessario renderlo riconoscibile, motivarlo in ogni punto del narrato.

Gli autori, a dispetto – come dicevo nell’incipit – delle loro origini, hanno sublimato i germi cattolici utilizzati da Hugo in una trasfigurazione di impressionante intensità.

Il musical, apprezzabilissimo dunque anche per i contenuti, risulta tuttavia superficiale se raffrontato alla complessa poetica di Hugo: nell’economia dello show si sono dovuti sacrificare o snaturare numerosi momenti interessanti. È il motivo per cui talvolta si parla, per la trasposizione da palcoscenico, di “opera a sé”. Non sono della stessa idea: alcune ricomposizioni e addensamenti hanno scontentato anche me, ma lo spirito ultimo – e semmai è qui che si dovrebbe discutere – mi pare sia rimasto intatto: non mi sento di pretendere, dalle penne che hanno costruito lo spettacolo, un “miracolo” ulteriore rispetto a un testo melodico di assoluta bellezza, grandioso almeno quanto il testo di Hugo esigesse. La religiosità dei personaggi, Valjean in primis, è un ingrediente sapientemente sfruttato per fa parlare i personaggi dei loro dissidi, ma anche per innalzare tutto quanto su un livello più ampio e universale (proprio come voleva il poeta). La polemica religiosa è espunta sin dalla radice per non ostacolare questi elementi, e per porre in evidenza la base del percorso esistenziale di Jean, colonna portante dell’opera e aspetto di più delicata trattazione. Probabilmente non si è neppure sentito il bisogno di porre inutili interferenze alle emozioni dello spettatore, saldamente catturare dall’antico matrimonio tra musica e spiritualità.

9Venendo finalmente a parlare del film, che è il motivo per cui dovremmo essere qui, riconosceremo immediatamente come Hooper, che insiste nella conformazione cattolica dell’opera in due modi, visivo e fenomenico, abbia capito che l’ingrediente vincente del musical è l’aver saputo trasmettere a un pubblico immenso, in modo persuasivo, i passi più struggenti e forti del romanzo francese. Ha così ribattuto fiducioso la china indicata da Boublil: con un approccio sul lungo percorso che definiamo “visivo”, Hooper ha arricchito le performance musicali – anche per una questione estetica – con una cascata di dettagli religiosi (ovvero ambienti chiesastici, crocifissi, immagini sacre, rosari, vetrate, candele e via dicendo). L’altro tipo di approccio, assai più clamoroso, è quello che ho definito “fenomenico”: ovvero una precisa scelta registica, posta nell’acme del narrato, che si dissocia dal musical riagganciandosi al “problema” che avevo tratteggiato a proposito del letto di morte di Valjean. Hooper risolve quell’ambiguità scegliendo di far comparire, per accompagnare il trapassato in Paradiso, Fantine (come nel musical) ma anche, sostituendo Eponine, proprio il vescovo Bienvenu, il quale si inserisce nel canto come terza voce proprio allo scadere della frase: “E rammenta, la verità che una volta fu detta, amare un’altra persona è vedere il volto di Dio”. La scelta di Hooper è felicissima, sia per il significato religioso che conferisce all’intera opera in senso ampio, sia per la precisione filologica dimostrata nel comprendere e riproporre il messaggio ultimo del romanzo, dove “l’amore” di cui si parla è infatti quello tra ogni essere umano. (Insomma… in poche parole la fraternité torna a farsi cristiana).

Il film di Hooper è meritevole per moltissimi altri aspetti, come esposto accanto alle criticità, in molte recensioni professionali cui – essendomi dilungato troppo – vi rimando. Io l’ho trovata un’opera grandiosa, ove il materiale di alta qualità offerto in partenza è stato ben coronato, dandogli l’azione e un respiro lirico – monumentale, che il palcoscenico era costretto a contenere.

In conclusione si tratta di un grande film per una grande storia, una trasposizione di cui si sentiva veramente il bisogno nonostante si fosse giunti ben oltre qualche decina di versioni cinematografiche. Un’impresa che attraverso il percorso fino a qui seguito ci ha consegnato un film magnifico, epico e, quel che a noi interessa… cattolico. Tutti aspetti che secondo me, nel centocinquantesimo anniversario della sua fatica, lo dico per fare a Hooper il complimento massimo, il grande Victor Hugo avrà certamente apprezzato.

(1) Tutte le citazioni dirette dal romanzo saranno – purtroppo – prive di riferimenti precisi: è decisamente uno degli inconvenienti di leggere su Kindle.

(2) M. Vargas Llosa, La tentazione dell’impossibile, Victor Hugo e «I Miserabili», Milano, 2011, pp. 81-82.

(3) Potrebbe non essere necessario, ma per sicurezza specifichiamo  che nonostante la prospettiva di chi giudica i fatti, non si ritiene affatto che l’anticlericalismo di Hugo sia in toto sordo e spregiudicato. Alcuni suoi spunti – va da sé, i più assennati – sono anzi ancora attuali.



TO THE WONDER
7 luglio 2013, 10:31 am
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(To the Wonder)

USA, 2012, di Terrence Malick, con Rachel McAdams, Ben Affleck, Olga Kurylenko, Javier Bardem …

To The Wonder (2)Iniziare la recensione di un’opera di Malick è, per me, un’impresa faticosa. I suoi film sono complessi, sfaccettati all’inverosimile e, soprattutto, spalancati alla percezione più intima dello spettatore… e dunque, abbastanza ostici da restituire degnamente a parole (e ancor peggio in un giudizio). È utile, anche per aiutarsi a svolgere un discorso organico, istituire un confronto con la penultima pellicola del regista, il suo capolavoro The Tree of Life. In quel film il lutto diveniva il pretesto per tracciare la mappa esistenziale di una famiglia texana degli anni ’50, svolgendo la psicologia del protagonista attraverso la ricostruzione della sua infanzia e del suo rapporto col padre e la madre. Su questo si costruiva una trasposizione cosmica della peripezia terrena, indagando con asprezza e dolcezza assieme la realtà della signoria divina tanto sul creato, quanto sulla vita di ciascun essere umano. In un crescendo enigmatico – ma di impostazione cristiana – si arrivava a chiudere il cerchio sull’immenso discorso attraverso la rappresentazione di una sorta di “fine ultima”.

wonder 2To the wonder, mantenendo il costante dialogo con Dio e sbilanciandosi di più nella descrizione religiosa esteriore dei contesti psicologici, traccia un discorso più contenuto, non escatologico, e tuttavia egualmente universale. La stessa ricerca è calata in una circostanza ancora più vicina a noi, alle inquietudini dei nostri giorni. Là dove c’era una situazione famigliare, un ordine – anche nella conflittualità – sicuro con cui confrontarsi, qui il singolo lotta per affermare un primo appoggio fuori da sé stesso, tra circostanze che complicano sensibilmente questo cammino.

wonder 3Tessere di questi arazzi sulla natura dell’essere umano e sulla sua spiritualità, è da sempre il fulcro della poetica di Malick. Qui, tutto ruota intorno al dissidio romantico di due giovani adulti, la Parigina Marina, divorziata e con una figlia preadolescente, e Neil, americano. I due, all’inizio della storia, si stanno amando in Francia, intensamente; lui non vuole sposarsi ma conduce la donna e la ragazzina con sé a casa propria, oltreoceano. Segue una lunga serie di raffreddamenti, allontanamenti, di desideri accolti e ignorati, di tenerezze languide, affetti ed erotismi delicati, grondanti d’umanità. Neil è incapace di decidere per qualcosa che possa dare certezze a Marina e soprattutto alla ragazzina, così le due sono costrette a tornare in patria. La coppia si ricongiungerà più tardi, proseguendo un  percorso fatto di nuove gioie e tormenti. Parallelamente a questi sofferti rivolgimenti sentimentali, un terzo personaggio, Padre Quintana, affronta i doveri del suo ministero dialogando a tu per tu con Dio, chiedendogli conto della sua assenza, supplicando il suo aiuto per superare il buio della fede.

wonder 5Malick non racconta una storia: sfuma delle interiorità, dei pensieri in cui ognuno legge qualcosa di sé stesso e della propria storia. Costruisce dei frammenti visivi che realmente ci sanno restituire quell’emozione, quel sentimento che ci è capitato di provare, quella frase che ci ha attraversato la mente. Come tipico, i dialoghi sono allo stretto indispensabile, alludono più che spiegare. Le liti e le riappacificazioni sono offerti come dati di fatto, non occorre elencarne le ragioni. Le immagini sono sia narrative che metaforiche e, talvolta, puramente simboliche; non sempre è facile, ammesso che sia necessario, distinguere un concetto visivo da una concreta azione dei personaggi. Se questi meccanismi erano congeniali al progetto quasi utopistico di The Tree of Life, qui aprono alcune brecce in un mistero più contenuto e di intimo ermetismo: la relazione d’amore tra un uomo e una donna. Il dolore, la tribolazione che da questo amore nasce inevitabile, sono posti, assieme ai dubbi e alla colpa, al cospetto Dio.

wonder 6Il risultato è, come sempre, un’esperienza; un viaggio verso la scoperta dell’essere umano. Un viaggio impegnativo – che per molti sarà, va da sé, indigesto – in cui colpisce la costruzione della labirintica conflittualità umana attraverso la semplicità di immagini quotidiane, puntiformi. Lo sguardo è saziato da questa bellezza che, sempre, accompagna l’uomo, ed esiste in un tramonto come nella linea spezzata dei tetti di un anonimo sobborgo. Esiste in una pozzanghera palustre che riflette il cielo, e in un’orchidea. Sul piano tecnico il film garantisce superbamente questa lettura, attraverso la fotografia al solito magnifica, e quella serie di controllatissime pennellate che è, in Malick, l’arte del montaggio.

La recensione potrebbe anche chiudersi qui, con un caloroso invito ad incontrare questo film, ma La Luce in sala ha una missio ben specifica, e qualche cosa in più occorre dirla.

Ai tempi di The Tree of Life mi sbilanciai – forse un po’ troppo – nel credere (come se fosse stato davvero importante) che Malick fosse cattolico, e ne seguì una discussione tra i commenti con toni anche abbastanza risentiti.

wonder 4Oggi come allora non posso essere certo di cosa Malick stia cullando nella propria inarrivabile mente di poeta, ma chi guarderà questo film interessandosi specificamente ai messaggi confessionali, come già detto, più espliciti e frequenti rispetto al precedente lavoro del regista texano, (una ricerca che in un’opera d’arte come questa ha un retrogusto naif), vi troverà al centro il cattolicesimo. Difficile non pensare, in continuità col cinema precedente, che non vi sia molto di autobiografico, qui. Nel film s’incontra un cattolicesimo che brilla di sincerità, di un’onestà tale da tramutarsi in inquietudine. Non voglio esplicare ogni dubbio, ogni immagine carica di queste tensioni, di questi confronti appena accennati. Non sarebbe giusto, perché raccontare una suggestione o un sottinteso labilissimo, significa annacquare il delicato flusso di coscienza che questo film rappresenta.

Non mancano, dal punto di vista dell’ortodossia, alcune perplessità, la parvenza poco pacifica di alcune scelte. Malick tocca volutamente delle questioni aperte, sui cui la riflessione è ancora accesa. Ma se qui si offre l’immagine di una religione languente, che brilla del suo afflato spirituale ma si lascia opacizzare nel suo “senso formale”, nulla vuole smentirne la verità, non il dolore, il dubbio, né la tensione tra precetto e desiderio. Per questo classifichiamo il film come cattolico: non c’è polemica, non c’è neppure, mi pare, vera critica, ma una ricerca malinconica e speranzosa di Cristo. Risolta in una preghiera di lacerante verità.

Proprio questa preghiera getterà forse un po’ di luce sulla produzione precedente del regista, indirizzandone un’interpretazione meno soggettiva e arbitraria. I film di Malick potranno anche prestarsi a letture plurali, ma la personalità artistica del regista, coerente nei suoi alfabeti, nel trattare l’etereo, non sembra voler mirare all’imprecisione. Ai tempi The Tree of Life, un film che nel suo mistero pareva comunque coinvolgere una sfera abbastanza netta di significati, si è letto veramente di tutto.

Verso la meraviglia… the wonder, nel titolo. Neil e Marina, all’inizio della loro storia, sono presso la “Meraviglia d’Occidente”, ovvero Mont Saint Michel (“Merveille” è anche il nome dato ad alcuni spazi del livello più alto del monastero, tra cui proprio il Chiostro della Meraviglia, dove sono girate alcune scene). Un luogo da cartolina, da fuga romantica, ma un luogo che è anche – e scommetterei sia stato scelto esattamente per questa bivalenza – una roccaforte di Grazia. Un’isola che è una chiesa. La vita con la sua concretezza, le debolezze e i difetti dei due protagonisti, uccidono questo idillio, quest’armonia rosa (e celeste). Vi sono difficoltà, in questa frustrante e incerta vita, la fede che si fa sorda, l’amarezza della sconfitta. Eppure questa vita, per essere tale, tende spontaneamente alla Meraviglia; alla Meraviglia può sempre tendere.

wonder 1

“Mostraci come cercarti.

Siamo stati creati per vederti.”



FOTOGRAMMA/PENSIERO #20: DJANGO UNCHAINED
2 luglio 2013, 5:03 pm
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DJANGO(Django Unchained, USA, 2012, Quentin Tarantino)

Sono tra quanti celebrano Tarantino, piuttosto che esecrarne il massiccio citazionismo o la violenza. Django Unchained si colloca in diretta continuità con Bastardi senza gloria (Quentin Tarantino, 2011), trasferendo l’”esorcismo della storia” dagli orrori europei a quelli americani (con tanto d’incrocio: eroe americano in “terra tedesca” / eroe tedesco in terra americana). Così Quentin riproporziona l’atto cinematografico, sostituendo alla risibilità malinconica di un falso macrostorico, la simpatica rivincita di un’invenzione microstorica.

Una delle qualità di Tarantino è la forte attenzione ai dettagli, aspetto che rende impossibile considerare casuale – ma sarebbe difficile per qualunque film – la presenza di un rosario al polso di Broomhilda. Si tratta della scena inerente un flashback di Django, nel quale sua moglie, mentre egli supplica in ginocchio, viene frustata da due sgherri. Posto che non può trattarsi di un semplice dato di colore, vale davvero la pena di meditare un attimo, azzardando senza pretese alcune spiegazioni. Chi conosce Tarantino potrà confermarmi la sua insofferenza per i contenuti religiosi, dunque occorre dare ad ogni aspetto il giusto peso, non di più. Il motore principale di tutta la tortuosa vicenda dello schiavo liberato Django, è il suo ricongiungimento alla moglie, cui è stato separato da un padrone crudele. Questa ricerca difficile, anzi disperata, non si motiva col semplice amore romantico, che pure è sottinteso e in fondo celebrato. A rendere spontanea questa impresa, a renderla automatica, scontata, fattibile senza batter ciglio… è l’amore sigillato dal matrimonio. È una minuzia un po’ pedante, che ai più sfuggirà o sembrerà un trascurabile dettaglio narrativo… e invece sostanzia pienamente uno sforzo umano temerario, un’implicita preghiera alla fortuna, a dir poco spudorata.

“Django! …Non avevo idea che fossi sposato! Ehm, beh… gli schiavi credono nel matrimonio?”, chiede Schultz, amico di Django e promotore della sua causa; “Oh… io e mia moglie sì. Il vecchio Carruca no, per questo siamo scappati”.

Django e sua moglie credono nel matrimonio, per questo – oltre a quell’amore che dà forma alla nostalgia più dolce e struggente – semplicemente non è loro concesso di arrendersi o dimenticarsi. Non è loro concesso fin che morte non li separi. Il succo è questo. E Tarantino, se ho capito quanto egli tenga al realismo dei suoi personaggi, delle sue trame tutto sommato improbabili, lo specifica appositamente. E lo rimarca con quel rosario strattonato nell’aria dai colpi della frusta. I due credono nel matrimonio perché credono nel loro amore, e possiamo credere che per loro la questione non sia umorale o mentale, ma forte in quanto sacra. E da qui  il plot attinge l’epicità del suo respiro, di un percorso in salita che, come detto proprio nel film, sa di leggendario. È uno stratagemma mirabile utilizzato con rara intelligenza laica, come dato culturale efficace, con sottintesti religiosi concreti ma finalizzati alla trama, non a sé stessi o al loro opposto.

La scelta di Tarantino non è forzata, e viene adottata proprio in forza di precise fattualità storiche. Nella scena scelta per questo ventesimo Fotogramma/pensiero, si allude al sistema filosofico cristiano protestante, il quale aveva strutturato questi errori anche attraverso la strumentalizzazione delle Scritture. Uno degli aguzzini di Broomhilda, uno dei fratelli Brittle, è figura caricaturale di questo meccanismo il quale, mentre la frusta viene fatta vibrare, impugna saldamente una Bibbia e declama i versetti più congeniali al suo sadismo. La cattolicità della coppia, in questo contesto, non solo è compatibile al sentimento di alterità degli aguzzini, ma è correttamente convocata a livello storico: molti schiavi furono infatti cattolici, in particolare quelli prelevati dal Congo.

Tornando al nucleo del discorso, non si deve rimaner stupiti che l’universo tarantiniano contempli questi assoluti, né si dovrebbe forzarli in una direzione confessionale, dal momento che valgono al livello umano più basico e sanguigno. Ho sempre pensato che Kill Bill (Quentin Tarantino, Vol. 1, 2003; Vol. 2, 2004) fosse in definitiva un grandioso affresco sulla maternità. Tolti i fuochi d’artificio rimangono l’amore immenso di una donna per suo figlio,  quello che è disposta a fare per il suo bene, e quello che è disposta a fare per placare il dolore di averlo perduto.

Qui, in D. U. avviene lo stesso per il matrimonio e, rinunciando all’esplicito alone confessionale dell’oggetto scelto, (che comunque stona con l’esasperata vendetta dei film tarantiniani), si può ben guardare all’amore che sa di essere per sempre, e che può produrre una garanzia indistruttibile – quale che possa essere – di questa consapevolezza.

Che simbolicamente il cattolicesimo trasmetta ancora questi antichi valori, che sono certamente religiosi ma altresì squisitamente laici (e Tarantino, essendo “ateiggiante”, lo sa e li sceglie per questo), non può che farci piacere.



SCHERZAR COI SANTI #7: I FIGLI DEL PRETE
28 giugno 2013, 9:35 pm
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“Ogni film deve avere in sé un qualcosa che tutti noi chiamiamo divertimento. Guardando il numero di spettatori, mi rendo conto che il film ha superato brillantemente il primo esame, quello del pubblico. Naturalmente, i film non sono solo statistiche o numeri e francamente spero che questo film faccia ridere ogni persona presente nel pubblico e che questa, una volta finito il film, esca dalla sala rimanendo piacevolmente sorpresa di ciò che ha visto. Se ‘I figli del prete’ resterà impresso nelle menti di coloro che lo hanno visto per più dei 90 minuti che dura il film, allora la pellicola sarà veramente un successo”*.

kino_svecenikova_djeca_plakat

Così Vinko Brešan commenta il successone in patria (ovvero in Croazia) della COMMEDIA** Svećenikova djeca (I figli del prete). Ora, forse sarà un problema tutto mio, dato che sono alle canne del gas per merito dell’andazzo (ieri non ho manco aperto la Bussola Quotidiana, non ne avevo cuore); forse forse sarà che la bile mi tracima a fiotti da giorni, ma quando ho terminato la visione di questo film non m’è parso di essere stato “piacevolmente sorpreso da ciò che ho visto”. A sorprendermi – ma ancora non piacevolmente – è stata semmai l’immensa faccia tosta di questa dichiarazione idiota. I casi sono due: o qualcosa è andato storto nella traduzione; oppure le commedie vendono meglio dei film melmosamente anticattolici. E comunque, un essere umano che odi visceralmente Santa Romana Chiesa e si sia fatto “piacevolmente sorprendere da ciò che ha visto”, dovrebbe avere quantomeno una natura crudele e profondamente perversa. Non m’importa di rovinarvi questo film (tks!), ci andrò giù di brutto con tutti gli SPOILER possibili.

Secondo voi si può restar “piacevolmente sorpresi” da un intreccio che vede un anziano sacerdote abusare e uccidere una bambina (la piccola potrebbe essersi suicidata, precisiamolo)? Quale vampata di gusto interiore potrebbe suscitare la storia di una ragazza che, reclusa perché non abortisse, viene condotta in ospedale troppo tardi dopo una complicazione e diviene sterile? E da dove verrebbe la gioia di assistere alla costruzione – con l’inganno di un prete – di una famiglia disperata con tanto di alcolismo e sfumature suicide per il marito?

I figli del prete, insomma, è parecchio fastidioso.  Che sia ben girato, con bravi attori, belle musichette e via, non ci piove, ma qui non interessa – ma neanche un po’ – farvi una critica seria che, come sarebbe consono, si libri oltre il contenuto per apprezzare modus e forme.

I figli del prete 02E diciamo pure la verità: quand’è che questo avviene veramente, su siti che sono in un’altra galassia rispetto a questo per serietà e preparazione di chi ci scrive?

Vi copio la trama da Mymovies, che non ho voglia di impegnarmi a scriverla: “Preoccupato per il declino della natalità, e convinto di comportarsi nella maniera più corretta, dal momento che “anche il Papa è contro l’uso del preservativo”, don Fabjan, un prete cattolico di una piccola isola della Dalmazia, inizia a bucare tutti i preservativi presenti sull’isola. Al lavoro del prete presto si aggiunge quello di Marin, un farmacista locale, che inizia segretamente somministrare pillole di vitamine invece di contraccettivi nella sua farmacia. Mentre le gravidanze indesiderate aumentano, don Fabijan fa di tutto per sposare queste coppie secondo una corretta usanza cristiana, anche contro la loro volontà. Ma ben presto, l’azione del religioso inizia a influenzare la vita degli abitanti del luogo, che smettono di essere i padroni della propria fede… “.

A me piacciono i film divertenti, e non dispiace nemmeno l’irriverenza, se si sa gestirla. E sapete? L’idea di un prete che buca i preservativi non mi faceva inorridire; non perché – se ci fosse bisogno di specificarlo – la scelta del pretucolo non mi apparisse discutibile, ma perché i film sono film, cavoli… e non essendo uso a scandalizzarmi né facilmente né preventivamente, la trovata mi pareva simpatica.

I figli del prete 01

Questo giovane pretucolo che si mette di buona lena a cospirare fattivamente in favore della demografia locale, nonché contro l’ipocrisia di un’isoletta in cui tutti vanno a messa e tutti adottano sistemi anticoncezionali (e una condotta sessuale che li rende “inevitabili”), aveva – in barba a qualsiasi serietà – un che di intrigante. Il film potrebbe pure aver messo il dito nella piaga, per certi versi. Con queste premesse, da trattarsi con maniera, c’era tutto lo spazio per uno sviluppo da vera e propria commedia, con tante situazioni divertenti, tanti equivoci, tante scenette gustose. Si poteva costruire addirittura un film carino che sollevasse delle questioni scottanti, se necessario anche con critiche composte alla filosofia cattolica; c’era altresì in nuce il potenziale per un film moraleggiante (non sto dicendo che si sarebbe dovuto osare in questo senso… ma insomma, l’idea rocambolesca e pericolosa di un prete sabotatore, con uno script misurato al centimetro, avrebbe addirittura potuto portare a questo). L’inizio è infatti gradevole e accomodante: introduce il clima della vera commedia e descrive una piccola società dal ridente cattolicesimo: una chiesetta graziosissima e gremita, confessionali con le file, un adorabile anziano sacerdote amato da tutti (in realtà l’orco di cui vi dicevo), e un impacciato giovane sostituto. Stavo naturalmente in tensione perché: A) se ci son preti meglio aspettare i titoli di coda per rilassarsi; B) portavo in fondo al cuore una precedente esperienza con un altro film comico con protagonista la piccola realtà ecclesiastica di un paese: Il Missionario (Roger Delattre, 2009), un film talvolta divertente… ma ad ogni costo; C) ‘Sta cosa dei profilattici… da quel famoso viaggio di Benedetto XVI…oddio: la noia e lo strazio di nervi erano in agguato. Avevo già preso a sorridere… quando hanno iniziato ad esserci, alternate a momenti ridanciani, le prime volgarità (dire che non sono un puritano è un eufemismo, ma ambiti assai diversi, se accostati anche per scherzo, creano inevitabili fastidi), ho mangiato la proverbiale foglia. Ed ho scoperto essere amara. Ed ho scoperto essere velenosa al punto che sono venuto qui a lagnarmi, di nuovo. I figli del prete 03

A volte penso che scrivere di questi argomenti in questi termini sia interamente inutile: a chi importa che io sia disgustato, in un mondo dove è lodevole sparare sul grande schermo questi capolavori di doppiogiochismo, denigrazione e superficialità? E non è che il non riuscire ad apprezzare la regia di un film che schiera tutti i cliché progettati per distruggere la Chiesa, significhi che io non conosca il dolore, l’amarezza che nasce dal prendere atto delle cose che in questa Chiesa sono realmente distruttive. Santo cielo! io sono di Verona, dov’è c’è stato l’atroce scandalo dell’Istituto Provolo. Con certe cose bisogna farci i conti e, anche volendo, non è possibile farlo né tanto in fretta né alla leggera. Proprio per questa consapevolezza I figli del prete mi appare un film ancor più stupido, tanto risolutamente schierato quanto intenzionato solamente a diffamare ad ampio raggio (dal vescovo esperto insabbiatore che arriva in Yacht, al pretino che risponde al cellulare durante la celebrazione della messa, all’odiosa interpretazione della confessione come puro meccanismo d’omertà), con una disinvoltura e leggerezza imbarazzanti… Quale nesso ha con lo sviluppo della trama il fatto che alla fine il vecchio adorabile sacerdote, che ha pure scarrozzato i bimbi del coro in udienza privata da Benedetto XVI, si riveli per essere un pedofilo omicida? Mi son cascate veramente le braccia.I figli del prete 04 Questo film arriva a giocare scoperto, ma in un modo tanto untuoso da far assurdamente rimpiangere quei pugni allo stomaco cruentemente anticattolici (e legati alla pedofilia) che sono titoli come Angeli Ribelli (Aisling Walsh, 2003) o Deliver Us from Evil (Amy Berg, 2006). Un anticattolicesimo comprensibile – forse addirittura salutare? – esiste eccome, e non è certamente quello di questo filmetto supponente e vigliacco. L’anticattolicesimo non viene neppure calcolato come un oggettivo ingrediente: il film – come ci tiene a far intendere il regista – è una commedia! Alla domanda diretta posta a quest’ultimo in un’intervista: “Il noto teologo Rebić ha addirittura definito il film una cospirazione di gay, lesbiche e comunisti”. Come risponde a tali accuse?” [Che si trattasse di una cospirazione mi pare lapalassiano... quanto alle tre infuocate paroline, stizzose alquanto, assumo vadano ricondotte a una conoscenza del Rebić più approfondita, rispetto alla mia, degli ambienti da cui proviene il film]; così risponde Vicko: “Questa dichiarazione non è indirizzata al film, non è una critica che riguarda l’opera cinematografica e pertanto non mi interessa. L’unica cosa che mi stupisce è il linguaggio rude di una persona colta, laureata e, per di più, di un prete! Nonostante la sua esternazione, il pubblico è andato in massa al cinema a vedere il film. Se il pubblico non ha reagito a questo attacco, perché dovrei farlo io?”*.

Ohmmioddiooooo: anch’ io sono sgomentato dal linguaggio volgare e aggressivo di questo prete/scaricatore di porto! E per di più laureato! Perché il regista dovrebbe spendere mezza parola a spiegare perché con la sua opera sputa in faccia al prelato e a tutti i suoi colleghi? Ma per favore. L’anticattolicesimo è solo quella cosa invalutabile che è il contenuto, trascurabilissimo: parliamo della fotografia e del montaggio che siamo à la page. E poi: che storia è? Questa è una commedia che “sorprende piacevolmente”!

Questo film ha battuto ogni record in Croazia divenendo il film di produzione nazionale più visto di sempre. Questo ne fa una perla rilucente col diritto d’approdare a tutti i festival più patinati. Peccato che il battuage pubblicitario in patria sia stato, insolitamente vista la minutezza della realtà croata, di proporzioni quasi hollywoodiane* (guarda caso). Interessante anche che sia arrivato sugli schermi proprio in occasione delle accese discussioni sull’educazione sessuale nelle scuole nazionali… e che i media dunque si siano buttati a pesce sulla pellicola.

Basta. Non dico altro, ma immaginatevi la morale al contrario su preservativi e compagnia bella. Non sono contento di scrivere di questa roba. Mi piacerebbe ogni volta trattare di un bel film cattolico, che rassereni e vada realmente ad arricchire i contenuti di queste pagine. Pazienza… suppongo che la prossima volta mi deciderò a scrivere di Cristiada o Marcellino pane e vino per riequilibrare un po’. Se non fosse chiaro, questo film non è consigliato, ma vi chiedo di guardarlo (magari in streaming – tié) in modo da avere qualcuno con cui poterlo allegramente detestare. In ogni caso penserete che questa puntata di “Scherzar coi santi”, come la precedente, non sia stata né divertente né sufficientemente ironica. E allora? La rubrica nasce per essere divertente: siete “piacevolmente sorpresi”?

**Precisiamo che spessissimo il film è catalogato infatti come commedia, soprattutto dalla stampa (si veda ad esempio il primo  link), ma l’IMDB e la Wikipedia croata lo definiscono correttamente comedy /drama; Mymovies invece, drammatico. 



EVENTO: L’ESORCISTA TORNA AL CINEMA.
14 giugno 2013, 7:40 pm
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Non fosse che due giorni fa mi sono slogato per la terza volta la caviglia destra (stavolta con microfrattura, tanto per dare un po’ di pepe), non avrei mai mancato l’appuntamento nonostante sia pressoché saturo di questo titolo. L’infermità mi è stata provvidenziale per altro: ormai avevo già deciso che non ce l’avrei fatta a scrivere la “recensione” in vista dell’evento, come mi sarebbe piaciuto (il virgolettato è dovuto al fatto che più che una recensione si tratta di un focus sugli aspetti religiosi del film – lo trovate nel post prima di questo); avevo pigramente concluso che ne avrei scritto con tutta calma dopo averlo riassaporato su grande schermo… e invece guarda un po’ che sorprese ti riserva la vita. Beh, per una volta almeno sono al passo coi tempi, e mi riattivo con piacere in tempo utile su queste pagine in onore di un titolo forse un po’ scomodo… ma cattolicissimo. Per la terza volta – stavolta solo per un giorno, l’imminente 19 giugno – il mondo sarà esposto all’orrore di questo film… e a allo sfolgorante ma discreto manifesto pro-catholicism che da sempre rappresenta.

Io ne sono contentissimo. Andateci voi eh, che potete. Qui (in basso) l’elenco dei cinema che lo proietteranno.



L’ESORCISTA – VERSIONE INTEGRALE
14 giugno 2013, 5:04 pm
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(The Exorcist)

USA (1973) 2000, di William Friedkin, con J. Cobb, Ellen Burstyn, Max Von Sydow, Linda Blair, Jason Miller …

L'EsorcistaGeorgetown è nell’ombra, sulle villette borghesi, ordinate, l’oscurità notturna s’è unita al buio di un fenomeno inspiegabile, la tetraggine di un mistero tangibile e feroce. È il motivo per cui, nonostante l’ora tarda, davanti a casa McNeil ha frenato un taxi e ne è disceso un uomo nerovestito che da subito, con la sua stoica amarezza, sembra incarnare chissà come, la forza della consapevolezza. Quella descritta è une breve scena de L’Esorcista che, gelata in un bellissimo fermo-immagine, scelta come elegante sintesi del film da porre in locandine e copertine varie, ne è divenuta il simbolo. Una forte consapevolezza dicevo – una consapevolezza squisitamente cattolica – che, raschiate via le rutilanti imprese demoniache e le immagini schockanti, emerge con forza eccezionale dall’intero narrato cinematografico.

Temo che nulla di nuovo si possa aggiungere a quanto detto negli anni su questo luminoso capitolo della storia del cinema: dopo la concitazione dei suoi primi giorni il film s’è mantenuto freschissimo nelle chiacchiere degli adolescenti fino ad oggi, grazie all’aura di film maledetto/perverso/proibito (l’aneddotica è sterminata); una riedizione in versione integrale che ne ha stimolato un tardivo prequel e svariate parodie; il ruolo di pietra miliare, nei discorsi più dotti, e di termine di paragone ineludibile per gran parte della produzione orrorifica posteriore. Ovvieremo a questo impasse provando a puntare su ciò che ci interessa più da vicino, ovvero la componente religiosa del film. So che a qualcuno suonerà strano, ma oltreoceano questo lungometraggio viene definito addirittura “one of the most pro-Christian/Catholic films ever made”.La religiosità del film ha da sempre sofferto dell’irruenza visiva scelta da Friedkin, questo perché, stando alla mia esperienza, si è spesso incontrata una comprensibile ma superficiale reazione di scandalo suscitata dall’istintiva protezione dei fedeli per i propri simboli più sacri i quali, come viene inevitabilmente ad eternarsi su celluloide, sono brutalmente attaccati nell’enfasi tragica della storia. A ciò va aggiunto un senso di imbarazzo, coincidente, per altri, con la presa di distanza da situazioni giudicate dannose alla causa del “cattolicesimo moderno”, un cattolicesimo che (in barba a quanto ancora Papa Francesco ripete a giorni alterni) avrebbe conosciuto la cosiddetta “morte di Satana”, la sua definitiva investitura a pura metafora e simbolo di vari concetti negativi. Questi ultimi spettatori smaliziati vanno così ad ingrossare le fila di chi sceglie una lettura integralmente laica o razionalista, bollando il lungometraggio come opera di pura fantasia, e chiosando infine col truismo: “è solo un film”. Questa, dicevo, è la mia limitata esperienza, calata nella prospettiva microscopica di uno spettatore tra gli spettatori (nella quale, sono certo, molti potranno ritrovarsi), ma una valutazione sull’impatto religioso ad un livello più significativo è offerta dal regista stesso, che così si esprime:

“Il film è stato sostenuto e lodato ai più alti livelli della Chiesa cattolica. Ad aver avuto problemi col film sono state persone provenienti da altri gruppi religiosi o con nessuna religione in particolare. Molti dei loro problemi, credo, sono nati da una mancanza di comprensione del rito romano e del cattolicesimo in sé, per la quale nutro il più profondo rispetto. Ma ben pochi studiosi cattolici ebbero dei malumori sul film*”.

Karras Dyer

Padre O’Malley, che nel film interpreta Padre Dyer, illustra a Jason Miller la gestualità corretta per dire Messa. (Da Catholics in the movies, p. 217 – Courtesy of the Academy of Motion Pictures Arts and Science.)

Il teologo gesuita Padre Thomas Bemingham, il religioso coinvolto come consulente alla realizzazione del film (e che Blatty ringrazia in fondo alla sua fatica letteraria di ispirazione alla pellicola, “per avermi suggerito il tema di questo romanzo”, e che interpreta, fra l’altro, il rettore dell’università nel film), intervistato da Radio Vaticana il 2 febbraio 1975 ha affermato che L’Esorcista non è il solito film dell’orrore ma qualcosa di molto diverso; un’opera che, mettendo a parte le esagerazioni cinematografiche, affronta di petto, e seriamente, il problema del male. É benevolo anche Padre Gabriele Amorth, che qualche anno fa (ovvero – me lo permetto col gran rispetto che gli porto – quando appariva più equilibrato) così diceva:

[...] sono anche grato al film l’Esorcista che, pur volendo dare spettacolo, con scene irreali, è un film che sostanzialmente è esatto. Ha avuto un impatto mondiale, con un pubblico vastissimo, ha rimesso nelle orecchie delle persone l’esistenza di questo strano essere che si chiama Esorcista, di cui si erano perse le tracce. Ha divulgato il personaggio dell’esorcista. […] (M. Tosatti – G. Amorth, Inchiesta sul demonio, Piemme, 2003, p.59).

exorcist 01

Il film mi pare che si spinga molto oltre, e magistralmente (senza retorica o sciatti trionfalismi) rivela un’attenzione quasi filologica nella trasposizione in immagini del rituale; mostra il profondo realismo, la razionalità dell’esorcista che interviene (e così deve essere), solo allorquando la scienza risulta impotente (quando si possono escludere cioè tutte le patologie psichiche note); allude al nesso cruciale tra spiritismo e possessione; mostra l’esistenza personale, concreta e attiva del demonio (non, come d’uso, un attraente tenebroso figuro tanto cattivo quanto affascinante, ma entità animalesca di grottesca volgarità); infine soprattutto, la realtà salvifica dell’operato sacerdotale che è, tra l’altro, il cardine dell’intera vicenda (il titolo è “L’Esorcista”, non “Il demonio”).

Naturalmente è bene precisare anche dell’altro: si tratta di un film dell’orrore, né apologetico né catechetico in prima battuta, e ci tengo a completare il quadro delle opinioni autorevoli facendo presente quanto espresso dallo stimabile esorcista Don Gino Oliosi (autore dell’ottimo Il demonio come essere personale – Fede & Cultura) il quale, in occasione di un appuntamento entro la rassegna Cafè Teologico di Desenzano, privilegia un giudizio di impronta pastorale che dà peso all’irrealtà del film:

Le possessioni, che oltretutto sono rare, le vessazioni, le ossessioni, le negatività, sono i modi diversi con cui si verifica empiricamente la sua azione [del demonio], sono la punta di un immenso iceberg. Purtroppo queste sono quelle che fanno notizia. Sapeste quanto male ha fatto nella televisione L’Esorcista, non so se voi l’avete visto, quanta gente debole psichicamente ancora oggi è influenzata da quello. Che poi, com’è il linguaggio cinematografico, ha deformato completamente l’esorcismo come preghiera, e quindi ha creato il terrore. E io non vorrei che identificaste l’azione del demonio con quello che vi ho descritto [si riferisce alla testimonianza diretta del suo ufficio d'esorcista, offerta appena prima]*.

exorcist 02

Ho mantenuto l’aspetto colloquiale del messaggio, trasmesso oralmente. Don Oliosi intende dire, potendo valutare con completezza l’intero suo discorso, che l’azione ordinaria del demonio, infinitamente più imponente sebbene meno sensazionale, è in proporzione molto più dannosa per l’anima umana della possessione (anche per la sua minor evidenza). Il sensazionalismo eccitato da film come L’Esorcista, e ancora più la fantasiosità in esso contenuta, oscura questa verità che dovremmo considerare quotidianamente, legando altresì la natura della preghiera, e soprattutto l’azione della Grazia da essa promanante, a un annichilente senso di paura o ad immagini pittoresche e banalizzate. Verissimo, e l’ho rimarcato perché ne sono assolutamente convinto; tuttavia se si colloca lucidamente il “chiasso” proprio dell’opera filmica nel posto che gli spetta, ovvero tra gli effetti legati a un’opera artistica che solo dopo aver spaventato, vuole dire qualcosa di estremamente serio, porrei senza la minima esitazione L’Esorcista tra i film fieramente cattolici. Questo non significa che una bestemmia cessi di essere una bestemmia o che ci si debba rallegrare di vedere una statua della Vergine brutalizzata indecentemente (per non dire altro), ma credo che questi scempi possano essere tollerati in vista del messaggio e della catarsi finale, i quali ne traggono proporzionale vigore, spessore e autenticità.

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Aggiungerei che la blasfemia è un ingrediente inevitabile legato a queste realtà drammatiche, e non dovrebbe essere intesa come una tara particolare del film. Chi leggesse il romanzo da cui si è trasposto fedelmente il film (il vero punto di forza dello stesso, anche secondo il parere di Friedkin), scoprirebbe che la crudezza relativa a questa blasfemia è infinitamente più abbondante ed accanita, costituita di immagini orripilanti e valanghe di dati – con tutta probabilità non inventati (si parla ad esempio, è l’unico dato che mi è capitato casualmente di incrociare con studi storici specifici, dell’episodio di Loudun) – relativi alle più sacrileghe pratiche sataniste, perversioni, deformazioni mentali. Una mole di informazioni anche scientifiche (sulle varie patologie mentali o abilità psichiche) che non bastano forse a definire il romanzo come “documentato” – non era comunque nelle intenzione dell’autore – ma testimoniano l’intenso lavoro di ricerca propedeutico alla stesura dello stesso. Nonostante il risultato di questa minuzia gravi pesantemente sulla sensibilità del lettore cattolico (anche con picchi traumatici!), essa nulla toglie alla verità ultima della vicenda che anzi, ne è irrobustita profondamente, sostenuta dal pilastro di una lucidità trasparente, concreta e credibile perché poggiante sulla solida base del disincanto e dello scrupolo. Non è da temersi insomma il confronto frontale con un realtà disgustosa e scomodissima pur di avvicinare la Verità. Una verità ultima coronata fra l’altro da una manciata di pagine di raffinata meditazione cattolica e di alto valore formativo, preludio alla conclusione della storia che, come saprete, è lieta solo parzialmente: un finale agrodolce che diviene l’apice delle esagerazioni denunciate da Oliosi, ma che nel linguaggio drammatico e romanzesco intendeva, mi pare, sconfiggere il fortissimo demone Pazuzu attraverso il sacrificio più grande ed eroico che Padre Karras, come uomo e sacerdote, potesse compiere.

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La prova del nove dell’ortodossia e preziosità di questo terribile film si recupera tra le righe di quanto osservato da Colin Mc Dannell nel bel libro Catholics in the movies (p. 218), a proposito della prezzolata critica di testate tutt’altro che papiste:

 I critici più prestigiosi [nonostante il pubblico accorresse in massa] non furono impressionati. Vincent Camby del New York Times e Pauline Kael del Newyorker accusarono l’Esorcista di utilizzare la religione come pretesto per far soldi tramite il sensazionalismo e il sesso. Entrambi detestarono l’Esorcista con veemenza non più evocata per alcun titolo religioso fino a The Passion of the Christ di Mel Gibson.

 Tralasciamo pure gli estratti dalle critiche di questi eroici paladini.

Penso che L’Esorcista sia un grande, grandissimo film. Penso che ancora oggi dischiuda la percezione dello spettatore su un problema che ognuno può esorcizzare come crede (bubbole, lacune scientifiche, allegoria dell’errore umano, roba da antropologi, nonmipongoilproblemamifasoloridere…), ma oggettivo e reale. Blatty, da scrittore cattolico, e Friedkin da regista ebreo agnostico di grande realismo (convinto, un po’ funambolicamente nel suo agnosticismo, della realtà dell’esorcismo), consegnano alla Chiesa Cattolica un atto di fiducia, ovvero il possesso della chiave per sconfiggere il Male. Per chi crede, ciò è reale assai in anticipo rispetto ai confini di un singolo rito amministrato occasionalmente; per chi non crede questo film è un buon racconto di paura… in cui la Chiesa Cattolica ha comunque saldamente in mano le redini della situazione (e le tira mirabilmente).

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Concedendomi una parentesi personale devo confessare, non senza tentennamenti, che a me questo film ha fatto molto bene (o molto male, a seconda dei punti di vista), nel momento in cui mi è capitato di vederlo (prima liceo – dunque extended cut). Mi ha terrorizzato e mi ha spinto a conoscere, a ragionare su questo mistero. Penso abbia persino avuto una certa colpa nella mia definitiva – e ormai temo irrevocabile – accettazione della religione cattolica. Chiaramente sorrido sotto ai baffi dicendolo… eppure il ricordo di quello sgomento, l’aver aperto gli occhi all’improvviso su questioni che ignoravo bellamente e che chiedevano urgentemente di essere smentite o per lo meno proporzionate, mi appare oggi determinante. Da quel momento (probabilmente sarebbe successo poco dopo con un altro pretesto… o forse no?) ho iniziato a conoscere davvero la mia religione, recuperarla intellettualmente, porla in guerra con me stesso sapendola sensata. È solo una testimonianza, una reazione fra molte altre che però, piaccia o meno… c’è stata. E se davvero il barbiere di James Cagney, dopo aver visto questo film, ha appeso il rasoio al chiodo dopo 35 anni e s’è fatto prete*, non mi pare nemmeno la più scomposta. Gli effetti di questo film (oltre agli omicidi, gli infarti, i casi di suggestione esagerata) possono essere anche questi! Resta assolutamente sconsigliato ai minori di X anni; fate benissimo a sconvolgervi per le scene più trucide e a biasimarlo perché è scurrile ed eccessivo, ad evitarlo se siete delle anime delicate… ma riconoscetegli questo robusto e prezioso fragore religioso.

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Com’è noto, l’extended cut è sempre da preferire. Essa è forse ancor più spaventosa, ma reintroduce il dialogo tra Padre Karras e Padre Merrin che segue un tentativo fallimentare di esorcismo. Con gran dispiacere di Blatty la scena venne tagliata nella versione del ’73 per volontà del regista, che riteneva penalizzasse l’escalation finale del ritmo narrativo; eppure si tratta, secondo le parole di Blatty, di

“un’esplicita articolazione del tema che dà al film chiarezza e concreto peso morale; chiarezza perché focalizza la storia di Karras e del suo problema di fede; e concreto peso morale perché colloca gli elementi osceni e repellenti del film nel contesto del primario attacco del demonio su chiunque, vale a dire la tentazione alla disperazione”. (W. P. Blatty, The Exorcist: From Novel to Film, New York Bantam, 1974,  pp. 35, 275-81).

Chiudo lasciandovi le parole di questo dialogo, riprese dal romanzo (W. P. Blatty, L’Esorcista, Torino, 2002, p. 303), non solo per il contenuto (che la concisione del momento narrativo costringe in una riflessione assai tronca), ma per porre l’accento sulla più autentica natura di questa brutta storia, di questo “brutto” film, talvolta – forse anche a suo vantaggio e del messaggio che veicola – frainteso.

“Comunque, io ritengo che il bersaglio del demone non sia la persona ossessa… Damien, il bersaglio siamo noi… gli osservatori… nel caso attuale, ogni persona che si trova in questa casa. E credo… credo che lo scopo sia quello di condurci alla disperazione…, di farci respingere la nostra condizione di persone umane, di farci apparire di fronte a noi stessi come esseri fondamentalmente bestiali, niente altro che bruti. Esseri fondamentalmente abbietti e corrotti, spregevoli, vili, indegni. Perché, a mio avviso, la fede in Dio non è affatto una questione di raziocinio. Io credo che sia unicamente una questione di amore e che presupponga, da parte nostra, l’ammissione della possibilità che Dio ci ritenga degni del Suo amore”.




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