LA LUCE IN SALA


FOTOGRAMMA/PENSIERO #24: MAMMA HO PERSO L’AEREO
25 dicembre 2015, 1:54 am
Filed under: Fotogramma/Pensiero

Cattura

(Mamma ho perso l’aereo, USA, 1990, Chris Columbus)

NATALE COME FESTA DEL SOSPETTO. Un Natale detestabile è il Natale senza Cristo. Miserabile è il mondo che non ha potuto rinunciare alla carta dorata che intasa i cassonetti, al glitter appiccicoso e ai cenoni da purga,  pur avendo rifiutato il movente primordiale di questa nevrosi collettiva. Ma dietro al buonismo da quattro soldi, dietro al girovagare esausti attorno a bancarelle che vendono il nulla, ai selfie autocompiaciuti davanti a teofanie laiche di luci colorate, a canzoni insensatamente allegre che parlano di campanelle e neve, c’è per ciascuno una frazione di secondo dedicata al sospetto… ossia che il Natale di una volta possa mandare un eco di senso anche a quello di oggi. Un senso virtuale, antropologico o spirituale, ma un senso. Un ricordo e forse una sfumatura nostalgica.

Un pensiero ritrito, ne sono consapevole, ma adatto a un fotogramma tutt’altro che originale: tratto cioè da un classico delle feste natalizie Mamma ho perso l’aereo. Un film irresistibile che entra prepotentemente nei salotti di tutte le case ogni anno a Natale, perché è carino, perché fa ridere e perché, diamine, sa di Natale! Girato nel 1990 non era costretto a fare le capriole per dare un senso alle cose e scaldare i cuori q.b., era sufficiente ritagliare un minuto per 1) mostrare una chiesa, 2) far sentire Oh Holy Night e 3) esprimere un paio di concetti cristiani – senza esagerare per carità – (tra cui: “In chiesa sei sempre gradito” e “Io mi sentivo triste; questo [la chiesa] è il posto giusto se sei scontento di te”).

Questa ritualità della visione di classici natalizi come questo mi riporta alla mente le straordinarie parole di Papini:

Raschiate gli affreschi dalle chiese, portate via i quadri dagli altari e dalle case e la vita di Cristo riempie i musei e le gallerie. Buttate nel fuoco messali, breviari ed eucologi e ritrovate il suo nome e le sue parole in tutti i libri delle letterature. Perfin le bestemmie sono un involontario ricordo della sua presenza.

(G. Papini, Storia di Cristo, Firenze, 1921, p. X)

Perciò possiamo rallegrarci anche della festosità  fine a sé stessa che vorrebbe giustificare da sola tutto quanto… essa porta in sé il tarlo di un meraviglioso sospetto…. e chi non resisterà e vorrà sorridere di Kevin e dei suoi trabocchetti anche quest’anno, non potrà evitare quel minuto tutto anni ’90 in cui per dire che è Natale, occorre accennare alla sua autentica bellezza.

Auguro di cuore un sereno Santo Natale a te che leggi, alla tua famiglia e a tutti i tuoi cari.



LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITA’
22 aprile 2015, 11:11 am
Filed under: Cristiani, Film

(The Inn of the Sixth Happiness)

UK, 1958, di Mark Robson, con Ingrid Bergman, Curd Jürgens, Robert Donat…

LALOCANDA DELLA SESTA FELICITàGladys Aylward era una missionaria protestante di origini britanniche che, spinta dall’intima certezza nella propria fede, intorno agli anni ’30 decise di intraprendere tutta sola (per i circuiti missionari organizzati evangelici non era abbastanza qualificata) il viaggio dall’Inghilterra alla Cina. Un’impresa a dir poco eroica, se si considera la mentalità di quei tempi, l’estrema povertà della Aylward e ovviamente, gli enormi rischi che comportava l’attraversamento della Russia comunista e l’insediamento in una nazione culturalmente antipodica.

Alla figura di questa piccola gigantessa della fede cristiana è stato dedicato il libro The Small Woman, scritto da Alan Burgess, in seguito rimaneggiato dalla 20th Century Fox per una celebrazione in salsa hollywoodiana delle virtù della Aylward. Celebrazione che, come si maligna, giusto “prima che lo zelo missionario diventasse sospetto”* attirò di gran carriera una Ingrid Bergman desiderosa di riabilitarsi agli occhi della società dopo la scandalosa relazione con Rossellini.

Il film è un’interessante, per quanto edulcorata (siamo pur sempre nel ’58), narrazione di un episodio che va ad arricchire l’insieme dei racconti su celluloide della diffusione del cristianesimo in Cina. Uno dei capitoli più aspri nella storia della propaganda della fede (che già su queste pagine abbiamo considerato: Le chiavi del Regno, I fiori della guerra, Il velo dipinto, Ombre sulla Cina) e che non cessa di suscitare interesse per i vivissimi collegamenti che richiama alle attuali sofferenze dei cristiani di quella terra.

LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITà 01Il film offre il suo meglio nella prima metà, quando seguiamo la determinatissima Gladys nelle avventure londinesi precedenti la missione vera e propria: il lavoro come cameriera per ottenere i soldi del biglietto ferroviario, la traversata transiberiana, l’approdo a una realtà cinese dai tratti ostili, sospettosi e violenti. È in questa prima metà del film che le preoccupazioni religiose di Gladys si esprimono al loro massimo, senza troppe parole ma con l’eloquenza delle azioni coraggiose e misurate, piene di quella pacifica abnegazione che spinge lo spettatore a interrogarsi seriamente sulla provenienza di una tale forza, sul significato di una serie di scelte così poco convenzionali, così… folli. La risposta è ovviamente sottintesa, ma se all’inizio di questa lunga pellicola il messaggio cristiano che la Gladys originaria veicolava con la sua vita appare evidente, con l’incedere della trama abbiamo un progressivo annacquamento delle prospettive religiose, in favore di una visione più assistenzialista. Il proselitismo della donna inglese sembra arenarsi dichiaratamente con una frase quantomeno brusca, pronunciata in risposta proprio alla domanda : “Non state trascurando l’attività missionaria?”. Questa la risposta: “Credete che si tratti di questo? Di raccogliere conversioni come un ragazzo raccoglie francobolli? Per me è convincere tutti gli uomini che davanti a Dio sono uguali, che abbiano fede in Cristo, in Buddha o in niente”. E infatti il film si assesta esattamente su questo orizzonte, con una missionaria sempre più politicizzata e coinvolta nell’attivismo sociale, rivolta alla sua fede giusto giusto nei momenti in cui è narrativamente indispensabile. Un punto di vista, quello dell’eroina cinematografica sicuramente apprezzabile, ma che forse tradisce un po’ il senso interiore della missionarietà. L’aspetto peggiore è che questo progressivo cambiamento avviene soprattutto per fare della vicenda umana della Aylward l’ennesimo polpettone rosa, con tutte le lungaggini del caso che fanno piombare la seconda parte del lungometraggio nella staticità da “film di cui si attende la fine”.

LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITà 03A confermarci che i conti non tornano del tutto è proprio la Gladys originaria, la quale inorridì di fronte ai pesanti rivolgimenti operati sulla sua biografia: non solo lei non aveva mai baciato un uomo, ma lo stesso finale della pellicola, che alluderebbe a una sfumatura rosa che non ci fu, tradisce la sua reale decisione di rimanere coi suoi orfani fino alla morte, avvenuta nel 1970**.

Nonostante le inaccuratezze il film merita comunque, in mancanza di un biopic alternativo, di essere visto: la vicenda della Alyward merita di essere conosciuta, e il film può essere considerato un buon punto di partenza. L’ingrediente “religioso” è presente e apprezzabile anche ai minimi termini cui è stato ridotto.

Incontrare Gladys su celluloide permette un viaggio affascinante in una Cina ben ricostruita; un viaggio che riserva tutto ciò che un grande classico offre per definizione, dramma punteggiato da momenti che strappano un sorriso, una storia d’amore tormentata, grandi scenari, grandi ricostruzioni storiche di sicuro impatto (come la scena dei bombardamenti giapponesi sul villaggio della missionaria).

Il film venne interamente girato nel Galles del nord, il cui paesaggio poteva essere assimilato a quello cinese; per realizzare le scene in cui Gladys conduce cento orfanelli in un lunghissimo cammino oltre le montagne per sfuggire ai bombardamenti, sono stati “rastrellati” bimbi di origini cinesi nell’intera Inghilterra.

LA LOCANDA DELLA SESTA FELICITà 02

Questa estenuante marcia di circa cento miglia rappresenta il coronamento narrativo, nel film, dello spirito avventuroso e pieno di fede di Gladys. Questa impresa nella realtà si compì in ventisette giorni, e segnò profondamente la salute della donna, che non tornò mai più ad essere, fisicamente, quella di prima. Non si tratta solo di un esempio del sacrosanto “fare la cosa giusta”, ma piuttosto di entrare in contatto con una dimensione sacrificale molto profonda, e che non per tutti appare di immediata comprensione. Lo dimostra l’abbassamento melenso imposto al film che, per qualche minuto di dolci languidità da vendersi in stock, scioglie il sale bruciante dell’Amore che costa la vita.


*N. Peske, B. West, Cinematerapia 2, un film dopo l’altro verso la felicità, Feltrinelli, 2005, p.230: un aspetto che abbiamo già visto nella recensione de Le chiavi del regno.

**Vennero modificati anche nomi reali molto significativi, il suo stesso soprannome cinese, “Quella virtuosa”, in “Quella che ama la gente”; la reale “Locanda dell’ottava felicità” nella… “sesta”. Il viaggio sulla Transiberiana, difficoltoso all’inverosimile in quel periodo storico, viene liquidato molto velocemente. Gladys considerò inoltre molto offensivo che il personaggio del Colonnello Lin Nan sia stato reso, fantasiosamente, mezzo europeo. Ingrid Bergman infine, alta bionda e svedese, non aveva molto a spartire con l’aspetto minuto e dimesso di Gladys. S. Wellman, Gladys Aylward: Missionary to China, Barbour Publishing Inc., 1998, p. 197 – da Wikipedia.



CALVARY
16 luglio 2014, 10:22 am
Filed under: Cattolici, Film

(Calvary)

UK, 2014, di John Michael McDonagh, con Brendan Gleeson, Chris O’Dowd, Kelly Reilly, Aidan Gillen, Dylan Moran…

Calvary

Quasi un evento. Calvary è un film perlopiù buio e cattivo. Può, un film perlopiù buio e cattivo, essere un film cattolico? Chi mi legge qui da un po’ sa quanto mi piacciano i vecchi film dove l’ateo si toglieva il cappello scherzando bonariamente, e dove il cruccio riccorrente del sacerdote poteva essere, che so, il trovare i fondi per costruire l’orfanotrofio di turno. Belle favolette anni ’50 insomma: quell’immaginario si è esaurito per sempre, oggi l’ateo nutre un rabbioso disprezzo, l’orfanotrofio viene venduto o sprangato; il binomio prete-bambini suscita a molti il gelo… oppure un sorrisetto malizioso. Uno dei paesi da cui gli errori continuano ad essere pubblicizzati in tutto il mondo è uno di quelli a fortissima tradizione cattolica, un paese che dal falso di Magdalene (Mullan, 2002) fino al pluripremiato (ma dai?) Philomena (Frears, 2014), non ha ancora smesso di ispirare lungometraggi basati sulle colpe, vere o presunte, della Chiesa: l’Irlanda. Nell’Isola di smeraldo la religione cattolica è da sempre stata caratteristica spontanea dell’esserci nati, identitaria in senso stretto anche per questioni irredentiste che si rafforzavano a mano a mano che la persecuzione inglese si faceva più pervicace. Fino a poco tempo fa insomma chi diceva “irlandese” diceva “cattolico”, ma finite le vessazioni gli attacchi della secolarizzazione hanno profondamente mutato l’anima e il tessuto sociale della nazione… e poi, “finalmente” sono emersi quegli scandali che “hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione” (Lettera Pastorale del Santo Padre Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda).

Mi sono dilungato in questioni generali solo per meglio presentare e introdurre la mia proposta interpretativa di un film certamente non facile. La lunga serie di pellicole anticattoliche a sfondo irlandese trova dalle vicende meno cristalline della storia recente dell’isola, un efficacissimo casus belli, dal momento che i tratti della critica sono divenuti quelli di una vera e propria guerra. Ecco che allora, se un regista – John Michael McDonagh – ha delle uscite come quelle che riporto qui sotto, iniziare la visione di un film che parla di un sacerdote irlandese dei giorni nostri è molto più interessante del solito.

“L’idea per il film mi è venuta durante la realizzazione di The Guard quando Brendan [Gleeson – protagonista di Calvary] ed io parlavamo di quanto dev’essere terribile per qualcuno che cammina per la strada essere giudicato subito in modo sinistro a causa di quello che indossa. Molti preti divengono preti perché vogliono fare del bene, ma non sono più percepiti in quel modo. L’universo morale è stato capovolto. Quando inizialmente ne abbiamo discusso, ho pensato che ci sarebbero più film cliché in uscita che trattano di preti cattivi. Ho pensato, mandiamo fuori per primo il nostro film su un buon prete, tutti gli altri su preti cattivi possono venire dopo”.*

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Caro John, voglio dirti grazie! Quello che hai detto è oggi più unico che raro, detto da un laico di successo. E la tua carriera sarebbe probabilmente finita qui, se tu non avessi creato un film cattolico in cui sembri essere molto consapevole di questo rischio.

Non siamo tuttavia davanti a un film che smentisce le dichiarazioni del regista (come quella …… schifezza – tutt’altro che intelligente – di Svećenikova djeca), ma un film che le realizza appieno, trovando il modo di piacere a tutti (92% di recensioni positive su Rotten Tomatoes!) sporcando un po’ tutta l’operazione. Dunque ora un dilemma tutto nostro: possiamo prendere per buono l’unico film che da anni parla di un buon prete, accettando alcune volute forzature e distorsioni nella rappresentazione di quello che gli sta intorno? Io ci ho pensato su… e l’ho fatto. Per me questo è un film cattolico, imperfetto e sporco… ma che dando di gomito al mondo anticattolico propone con cautela a quest’ultimo una clamorosa domanda: che stai facendo? Avremmo voluto che McDonagh si immolasse? Ma no, usa al rovescio la tecnica di tanti altri film recenti, in modo che siano visti da più gente possibile: dire quello che si ha da dire in mezzo all’ambiguità, non dichiaratamente, e magari verso le ultime scene (per fare qualche esempio: il già citato Svećenikova djeca (Bresan, 2013), ma anche l’americano – oscenamente anticristiano – C.O.G. (Alvarez, 2013), l’olandese Hemel Op Aarde (Frost, 2014). Non tutto ci piace, l’ho già detto e ci tengo a ripeterlo. Dopo un’accurata valutazione a caldo (l’ho visto una sola volta!) – posso dire che questo è un film che meritava di essere recensito. Può non essere considerato cattolico per vari motivi, può deludere per alcuni aspetti… ma è un film per cui scomoderei l’etichetta “di trincea”.

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Per farvi capire il tenore generale, che incarna niente di più che l’abituale crudezza british su pellicola, eccovi le prime dieci parole (siano un monito alla sensibilità del lettore che sta decidendo se vedere il film): “La prima volta che assaggiai il seme avevo sette anni”. Siamo in un confessionale, e ad ascoltarle disorientato c’è Padre James, il protagonista. Poco dopo gli viene comunicato che tra una settimana sarà ucciso, a causa delle colpe di un suo collega trapassato naturalmente. “ Io la ucciderò padre, la ucciderò perché non ha fatto nulla di sbagliato. La ucciderò perché lei è innocente”. Innocente come erano innocenti i bambini violati, ma anche e soprattutto ‘eco di ciò che si è voluto far accadere nell’opinione pubblica: basta leggere sopra all’assassinio fisico, un omicidio d’opinione, un dissanguamento filosofico. E già qui il senso di un titolo profondo come Calvary appare chiaro, ma il regista – che è anche scrittore del film – fa un ulteriore passo per contestualizzarlo in modo completo. Egli descrive cioè il gregge affidato a Padre James come un insieme di tipi umani “osceni e terribili”, stando alle sue parole. Il sacerdote è un uomo retto e semplice che agisce in un mondo popolato di persone ciniche e svuotate di ogni morale, ogni delicatezza e sensibilità; non manca nemmeno un collega presbitero di insopportabile insipienza spirituale (un campionario degli irlandesi 2.0, sembra voler suggerire McDonagh). Da questa turba di grottesche ed iperboliche pecorelle dovrebbero così venire le occasioni di dialogo proprie di una commedia nera, come viene definito il film. I picchi di cinismo possono eventualmente far sorridere con un’amarezza ben poco divertita, sfaccettando la sensazione di solitudine del sacerdote. Un sacerdote tra l’altro molto intelligente, che non combatte inutili battaglie (una scelta dolorosamente lucida, non disfattista o pigra) ma che forse ci sarebbe piaciuto, in qualche occasione, meno stanco e desolato (ma non possiamo in nessun modo biasimarlo). Lo avremmo voluto forse più ciarliero, con la risposta in tasca… ma è un personaggio con il suo carattere, e questo va accettato.

Ripeto ancora che il film fa tutto il possibile per non incensare la Chiesa: non è sempre onesto nei suoi riguardi per i motivi già spiegati… eppure, lo sguardo di McDonagh è partecipe della sofferenza del suo personaggio. Lo accompagna nel suo calvario descrivendo momenti che, al cinema, avevo definitivamente disperato di poter vedere. Mostra come il grave crimine di alcuni uomini di chiesa abbia effettivamente danneggiato tutti, non solo le prime vittime di quegli atti, ma anche altri innocenti. Pare chiedersi se la politica del “dagli” al prete in quanto prete, sia in ultima istanza una buona idea… non solo per i sacerdoti che non hanno fatto nulla di male e che anzi si sforzano di aiutare, ma anche per coloro sui quali quell’aiuto potrebbe ricadere. Ne hanno bisogno di quell’aiuto? Cosa accade quando quell’aiuto viene quotidianamente e gratuitamente disprezzato? L’uomo è felice e completo, sguazza nella meraviglia, quando quell’aiuto è mortificato ancora e ancora e ancora?

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Anche dal punto di vista tecnico il film è del tutto apprezzabile. La scelta delle inquadrature è non di rado interessante, e almeno visivamente, quella poesia che i personaggi neutralizzano con le loro parole, invade lo schermo con ripetute fascinazioni. Gli attori sono tutti davvero capaci, Gleeson ha dato al cinema una figura di sacerdote particolare, intensa e memorabile. Voglio spararla grossa: si inserirà a buon diritto nel solco dei sacerdoti sofferenti di Bernanos e Marshall, attualizzandone crudelmente lo strazio. Divertente rivedere Aidan Gillen, il viscido Lord Baelish de Il Trono di spade prestare il volto alla versione 2.0 del medico ateo cinematografico. Non di rado – pregio dei pregi – sono le parole del film, i dialoghi, ad essere semplicemente meravigliosi. È il caso, per fare un esempio, di una delle battute dal tratto meta-cinematografico appunto di Gillen: “Certo. Il medico ateo. È un ruolo classico da recitare. Non ci sono così tante buone battute. Una parte umanesimo e nove parti di umorismo macabro. Recitare lei invece? Quello è interessante. Il buon prete.” Una frase detta per ferire, da un personaggio che a conti fatti appare forse soprattutto invidioso. Ed è un po’ questa la chiave di lettura del film: un tiro al bersaglio gratuito contro un oggetto d’odio giustificato, ma per cui si inizia a sentire nostalgia prima che sia completamente distrutto. Un riconoscere con ironia grondante sospetto quanto sia “interessante”, il ruolo del buon prete.

Consigliato.



FOTOGRAMMA/PENSIERO #23: WILDE
27 giugno 2014, 11:23 am
Filed under: Fotogramma/Pensiero

wilde(Wilde, UK, 1997, Brian Gilbert)

Posso credere in qualsiasi cosa purché sia incredibile. Per questo voglio morire da cattolico. Ma da cattolico non vivrei. Il cattolicesimo è una religione così romantica, ha santi e peccatori. La Chiesa Anglicana ha solo persone rispettabili che credono nella rispettabilità. Fa i vescovi non in base alla fede ma all’incredulità. È la sola Chiesa in cui gli scettici sono sull’altare, S. Tommaso il dubbioso è il principe degli apostoli. No, io non potrei morire nella Chiesa Anglicana.

Il fotogramma di questa puntata ha reso necessario il corredo d’uno spezzone di dialogo; circostanza felicissima, trattandosi di un boquet di aforismi di Oscar Wilde.

Il film di Gilbert è un’opera accurata, ragion per cui non ha potuto escludere dalla biografia del famoso esteta il suo acceso interesse per il cattolicesimo. Certo, non accompagnando fino alla tomba lo scrittore, può esimersi dallo specificare che l’asserzione “voglio morire da cattolico”, non era una frecciata contro gli anglicani – come quelle che seguono – ma un desiderio profondo che si realizzò effettivamente. Abbiamo qui un testo costruito artificialmente (e bene!), incollando e aggiustando una serie di affermazioni wildiane tarate sul contesto della scena; ma chi conosce Wilde sa bene che, da cattolico, il noto scrittore avrebbe vissuto più che volentieri. Sicuramente tuttavia, arrivato a un punto della sua vita, il nostro tergiversò sino agli ultimi istanti: ne do atto agli sceneggiatori.

È lodevole che l’unico biopic dedicato a Wilde si sia preso la briga di lasciare spazio a questi argomenti, seppur collocandoli in secondo piano. Il film offre le sue legittime – e opinabili – interpretazioni sulla parabola sessuale del protagonista*, ma richiama persino – ed era tutt’altro che necessario ai fini della narrazione – che Ross, il primo amante di Wilde, si convertì al cattolicesimo.

Questo e molti altri interessanti retroscena sono oggi definitivamente divulgati anche grazie al bel libro di Paolo Gulisano, Il ritratto di Oscar Wilde, Milano, 2009. Qui ho voluto vederne qualcuno anche nel film di Gilbert. Sono pochi e frettolosi, e non restituiscono al personaggio quella complessità cui anelerebbe l’immagine strumentale che s’è voluto sponsorizzarne… ma sono decisamente meglio di niente.

Solo se si conosce l’ottica sub-cattolica di Wilde, si possono comprendere davvero alcuni dei suoi motti più disarmanti, compreso il mio preferito:

A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo. Questa seconda è la peggiore, la vera tragedia.

*Giusto per sicurezza: non faccio parte del gruppo di quanti negano o minimizzano l’omosessualità di Wilde che, beninteso, è stato uno dei miei autori preferiti e di cui ho letto l’opera omnia. Sono semmai propenso a criticare alcune scelte narrative, perché io (ovvero un pinco pallino che non fu – come altri – il confidente di Wilde) le ho immaginate, nella realtà, impaginate in modo diverso.



SCHERZAR COI SANTI #8: ARRIVA IL FILM DI DON MATTEO.
29 maggio 2014, 7:56 pm
Filed under: Scherzar coi santi

– NO COMMENT –

p.s. Stavolta è un piacere (vista la solita qualità e creatività), condividere qualcosa di The Jackal, un gruppo di videomaker napoletani con un seguitissimo canale Youtube.



GIMME SHELTER
13 maggio 2014, 9:04 pm
Filed under: Cattolici, Film, Pro Life

(Gimme Shelter)

USA, 2013, di Ron Krauss, con Vanessa Hudgens, Rosario Dawson, Brendan Fraser, Stephanie Szostak, James Earl Jones…

Gimme_ShelterInauguro finalmente la sezione Pro Life  del sito (un film Pro Life è per sua natura anche cattolico!) con un titolo davvero imperdibile basato su una storia vera, Gimme Shelter. É un buon film, cioè buono nel senso che può davvero, a differenza della robaccia vacua e tecnicamente perfetta sfornata a nastro, instillare nel mondo una lacrima di senso. E ok sapete che non sono un critico, ma un po’ di buon gusto penso di averlo, dunque a fronte di un prodotto obiettivamente discreto temo che il motivo per cui la critica lo abbia giudicato così male stia proprio nella sua intrinseca bontà. Vecchia storia: pazienza.

“Apple” è una ragazzina di 16 anni che nella vita ha conosciuto soltanto abusi e si è fatta la trafila classica di questi drammi americani contemporanei: casa di cura/isolamento, serie scandalosamente lunga di case famiglia, violenze varie. Apple (il suo vero nome è Agnes, ma lei preferisce questo, dunque da ora tolgo anche le virgolette), scappa. Corre via lontano da sua madre avendo come unico riferimento, in un mondo che pare creato solo per spezzarla, l’indirizzo di suo padre. Questi è un pezzo grosso di Wall Street che vive in una vera e propria reggia con la sua famiglia: compresa la situazione decide di ospitarla almeno temporaneamente. Dopo appena un paio di giorni Apple manifesta gli inequivocabili sintomi di una gravidanza. A nulla valgono i suoi tentennamenti: le viene apparecchiato dinnanzi il tavolo operatorio a suon di domande fatte di un realismo volutamente schiacciante: come farai? Pensi di avere l’età per una gravidanza? Vuoi finire come tua madre? Apple scappa di nuovo. Lei sa cosa vuol dire essere respinti. E lo saprà fino a quando, lottando contro sé stessa e un passato tornato a morderla, giungerà in una casa di accoglienza per ragazze in dolce attesa.

01bFinito il film ho pensato un po’ ad Apple e a quanta stima io provi per lei. Da dove le è venuta l’istinto di scappare davanti all’aborto? Da dove, avendo lei imparato che le madri sono esseri violenti e le famiglie dei contenitori precari che attendono solo un assegno governativo? Perché lei che è povera, ignorante e ferita intimamente dal mondo conosce il significato di una vita che nasce? Forse in quest’ultima domanda c’è anche la risposta: la famiglia di suo padre, dove ci sono milioni di dollari e lauree, granito e domestici che servono a tavola, non tollera la semplice verità che il germogliare di una nuova vita vale ogni sacrificio… e arriva a non considerarne, date le sue possibilità, nemmeno uno infinitesimo. Quando si è in cima al mondo, accecati dalle lusinghe di una posizione ove il mantra d’obbligo è “sei tu la persona più importante del cosmo”, sembra che fare un solo passo indietro abbia un costo relativo superiore  all’intera esistenza di un bambino… di un uomo.

01cLa vita che nasce trova così accoglienza in una struttura che è costruita sui sacrifici. È gestita da una donna che ha donato la sua casa e il suo impegno affinché le ragazze coraggiose avessero i mezzi per esserlo fino alla fine.

Il film può affascinarci, intendo qua, su queste pagine, anche per l’ambientazione cattolica. Si tratta di un aspetto puramente contestuale, volutamente non insistito. Mi soffermo a notarlo solo per una coerenza interna del blog, ma il regista, che è anche lo scrittore del film, è in grado di gestire questo aspetto nel modo migliore per il bene del messaggio che si vuole veicolare: sceglie l’equilibrio confessionale, pone al minimo la religiosità, non descrive un’opera pia come un monolite di certezze. Insomma, la preziosità della vita dovrebbe essere un postulato universale.

01aIl film si presta molto bene per la visione finalizzata al dibattito con gruppi di giovani. I contenuti e le evoluzioni della trama offrono anche spunti che qui, per evitare di rovinare la visione, ho omesso.

Fa piacere che Vanessa Hudgens, l’attrice protagonista, abbia fatto questo passo: speriamo non abbia messo una pietra tombale sulla sua carriera claudicante proprio ora che abbiamo potuto apprezzarne al pieno le capacità.

Postilla musicale: notare Lana del Rey con Born to Die ma anche l’azzeccata A Mother’s Prayer di Celine Dion, nei titoli di coda.



LE CHIAVI DEL PARADISO
6 maggio 2014, 3:07 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(The Keys of the Kingdom)

USA, 1944, di John M. Stahl, con Gregory Peck, Thomas Mitchell, Vincent Price, Benson Fong, Leonard Strong, Rose Stradner…

keys-of-the-kingdom-movie-poster-1944-1020746572Quale modo migliore per festeggiare l’uscita in DVD di un film introvabile, se non quella di proporvene la recensione? Le Chiavi del Paradiso, tratto dall’omonimo romanzo di A. J. Cronin (nel quale si narrano la vicende del missionario in Cina Padre Francis Chisholm), è uno dei tasselli più eloquenti dell’ “antica” produzione hollywoodiana già profondamente affine al cattolicesimo. Facciamo infatti continua esperienza di quanto i tempi siano profondamente mutati rispetto ad allora, trovandoci oggi in prossimità all’acme di un processo iniziato appena qualche lustro dopo il ’44 (l’anno del film), ovvero quando si muovevano i primi passi in questo senso posizionando il tema missionario sotto una luce sospettosa, critica e, come sostiene Philip Jenkins (ne La terza chiesa, Roma, 2004, p. 60) “ipercritica”; ovvero con produzioni in questo filone che, dopo il film di Stahl, conducono direttamente al The Mission di Joffé e al meno conosciuto La generazione rubata (Noyce). Così Jenkins centra, secondo noi, la questione:

“tutte queste opere recenti presentano un’idea grossomodo simile della realtà missionaria. Soprattutto le missioni rivelano un errore di concezione; se tutte le tradizioni religiose hanno un valore più o meno uguale, a che scopo mettere i pregiudizi di una cultura al di sopra di quelli di un’altra? Questa visione di perfetto relativismo viene meno, in qualche modo, quando si parla del cristianesimo occidentale, dato che esso è visto come un modello ipso facto meno valido e attraente di quelli che vuole sostituire. Generalmente il cristianesimo, più che una religione, sembra essere un insieme di pregiudizi e inibizioni occidentali”.

chiavi del paradiso 01Proprio questa cruda verità rende sempre straniante la visione di questi grandi classici, pare infatti impossibile non tanto la generosità e compiacenza con cui la Chiesa veniva in essi descritta (non escludendo di osservarne i difetti per dare forza alla verità, suggerire – simulare? – un’obiettività di giudizio), quanto all’apparente sovrapposizione d’intenti tra la major di turno e, appunto, la Chiesa: catechizzare, confermare nella fede, infervorare. Naturalmente alla 20th Century Fox interessava assai più caldamente il profitto – sarebbe ingenuo pensare il contrario – ma ciò non sminuisce affatto la portata di quanto andavo dicendo, rendendolo anzi ancor più significativo da un punto di vista sociologico: si offriva insomma al pubblico, proprio come oggi, ciò che avrebbe potuto rivelarsi un successo. Per capire quanto sbancare i botteghini contasse su un massiccio pubblico religioso basta soffermarsi un momento sui tracotanti slogan del trailer d’epoca, ove insistendo sulla matrice letteraria del film si proclama “Dalle pagine che hanno toccato e rapito il cuore di 30.000.000 di persone… libro del mese della club selection… definito come la storia più memorabile nel Ladies Home Journal; la 20th Century Fox presenta un lungometraggio che sarà celebrato come indimenticabile…” e via dicendo. Siamo negli anni in cui la National Legion of Decency – di ispirazione cattolica – aveva notevole potere, ma è altresì cruciale che a spingere Darryl Zanuck (il responsabile della produzione Fox dell’epoca) nell’impresa di questo titolo (con una delle cifre più alte dell’anno, ben 3.000.000 di dollari), fosse stato lo straordinario successo riservato, una manciata d’anni prima, a A song for Bernadette. Per la serie “come eravamo”, il cattolicesimo costituiva insomma una garanzia di successo: lo sapevano i dirigenti, e lo sapeva la turba di artisti alla costante ricerca del copione azzeccato, attori e registi (persino Alfred Hitchock aveva accarezzato seriamente l’idea di girare questo film!).

chiavi del paradiso 02Ma veniamo alla sinossi. L’anziano Padre Francis Chisholm è in osservazione della diocesi poiché potenzialmente problematico: i 33 anni trascorsi in estremo oriente l’hanno reso insofferente, non troppo mite e – per la sensibilità di quegli anni – intellettualmente esplosivo. Il monsignore incaricato di giudicarlo ripercorrerà così, per caso, l’intera vicenda dell’osservato attraverso le sue memorie scritte. Queste descrivono la vita del prelato sin dalla felice infanzia trascorsa con un padre cattolico e una madre protestante, poi una serie di vicende sfortunate e infine la scelta del sacerdozio. Il suo spirito non convenzionale spingerà la diocesi a inviarlo in estremo oriente, in Cina, dove il prelato, tra enormi difficoltà, riuscirà ad avviare un proficuo centro missionario. Nel trascorrere degli anni si avvicenderanno episodi avventurosi e di profonda crisi (gli scontri armati, l’epidemia di colera…), mentre fra le mura della missione si assistono a tensioni interne dovute al contrasto tra Padre Chisholm, di umili origini, e una sua sottoposta, Madre Maria Veronica , di nobile lignaggio.

Il film mostra tutti i crismi di una produzione che reca sulle spalle i 70 anni d’età: alcune ingenuità, stilemi che al nostro palato sanno inevitabilmente di vetusto, consistenti differenze comunicative. Posto che il gusto della visione non stia proprio nel soppesare questa distanza, si può dire che nonostante la pellicola possa quasi etichettarsi come “film per nostalgici”, essa risulta ancora godibile in forza di una trama avvincente, un’ambientazione esotica desueta e affascinante (per altro tutta artificiale, ricostruita negli studi della Fox), e soprattutto (per lo spettatore cattolico), la descrizione serena di un operato missionario avventuroso e di cocente spiritualità, aperto a momenti di grande empatia, sorpresa, suspence e riflessione. Le oltre due ore di film scorrono insomma con ritmi alterni, ma senza mai annoiare.

chiavi del paradiso 03Colpisce inoltre l’interessante descrizione di una Chiesa indagata nelle sue ormai antiche aritmie sociali e nelle emergenti sfumature “protoconciliari”: in ciò il film offre senz’altro i contenuti storicamente più intriganti, tutt’altro che risolti in un atteggiamento di denuncia ma narrati, a mio avviso, nella fiduciosa consapevolezza di un’imperfezione in costante perfezionamento. È il risultato della rimozione o dello smussamento attento degli ingredienti più controversi del bel romanzo di Cronin (rimaneggiamenti che comunque non dispiacquero all’autore), nella ricomposizione di vere e proprie “smagliature teologiche” (Francesco Licinio Galati*) al limite dell’irenismo più spericolato. Si ottenne così un prodotto che rifuggendo la polemica si proponeva sulla scena mondiale con ortodossia, composte spinte ecumeniche e tuttalpiù qualche punzecchiatura – forse anche salutare – su alcuni specifici tipi di sacerdote.

Il riuscito ritratto cinematografico di Padre Chisholm è dovuto in massima parte al carisma di Gregory Peck, che a questo ruolo dovette la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista e il definitivo e ininterrotto decollo della propria carriera.

chiavi del paradiso 04Senza indulgere ulteriormente nel discutere di un film che in gran parte dev’essere scoperto, chiudiamo con una testimonianza di Peck sul film: “Mi aiutò moltissimo un certo Padre O’Hara, un missionario cattolico che aveva vissuto in Cina per otto anni e che conosceva il cinese. Rammento in particolare una scena in cui io avrei dovuto pregare in cinese, ma non riuscivo ad immedesimarmi; non so, non mi sentivo naturale. Allora Padre O’Hara si offerse di recitare la scena al posto mio. Cominciò a camminare in mezzo alla folla di comparse cinesi, facendo tintinnare un campanellino d’argento; davanti a ogni fedele si inchinava con grazia solenne e poi cominciava a parlare in cinese. Ripeteva ciò che aveva già fatto migliaia di volte nella vita. Allora capii perché non ero stato capace di recitare quella scena: mi mancavano quella grazia solenne e il profondo rispetto per ogni persona come individuo”. (J. Griggs, Gregory Peck, Roma, 1984, p.27)



FOTOGRAMMA/PENSIERO #22: LA GRANDE BELLEZZA
23 aprile 2014, 10:43 pm
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LA GRANDE BELLEZZA

(La grande bellezza, Italia / Francia, 2013, Paolo Sorrentino)

C’è una frase che Cronin mette in bocca al protagonista di un suo romanzo, Le chiavi del regno, che esprime un disincanto che presto o tardi visita ogni cattolico: “è strano, da ragazzo ero persuaso che tutti i preti fossero infallibilmente buoni…”. E invece, cito ancora dalla stessa pagina, sono “terribilmente umani”.

È umanamente macchiettistico il cardinal Bellucci che s’è costruito un patetico ruolo mondano di conoscitore gastronomico, relegando l’antica vocazione assieme agli imbarazzi, nella sfera del rimosso.

Jep, che lo importuna da qualche tempo con la sua crisi esistenziale senile, osa porgli un’ultima indecente domanda: “Ma è vero quello che si dice in giro? Che lei è stato un grandissimo esorcista?”. Al posto della risposta arriva, come uno schiaffo, la solenne benedizione; che vuole glissare, ma non solo. È l’atto sacerdotale strappato con un ricordo scomodo, il diversivo seccato con cui ritrarsi dalla verità che si è tentato di nascondere per vanità e paura. È un atto che vuole rispondere senza mentire; mettere a tacere per contrastare il passato e il dolore, ma nella costrizione di una responsabilità che, almeno davanti al male, torna a sopravvivere.

Una scena davvero suggestiva, tra le molte di un film che le ha volute costruire tutte col goniometro. Non c’è alcun dubbio che il regista si mantenga volutamente su un’ambiguità di maniera che gli consente di (in)esprimere tutti i giudizi (quello qui sopra è un mio pensiero sulla scena, il cardinale potrebbe tranquillamente essersi seccato e basta). Soprattutto sulla religione. Certamente ha delle critiche da fare e legittimamente le fa, ma non mi metterei in fila con quanti si sono dispiaciuti per questo.

Quella che Sorrentino dipinge è una Chiesa troppo umana per essere vera, ma lui la guarda e la giudica dalla prospettiva di Jep, del flaneur distrutto che non sa né dove sta andando né quasi da dove è partito. È in questa dinamica di ineluttabile sprofondamento che le mancanze della Chiesa divengono imputazioni: i suoi salvagenti sono gettati in cambusa. La Chiesa viene punzecchiata con cose sceme (tipo il prete che ordina lo champagne), e cose purtroppo molto serie; una sorte cui viene sottoposto anche tutto il resto: in questo Sorrentino è proprio onnicomprensivo, e dunque nichilista più che anticlericale. Per l’arte, il radical-chic, Roma (come concetto complessivo), tuttavia la delusione sembra meno cocente: a queste cose non si può rinfacciare di essere il sale della terra. A me il film è piaciuto. E sono pure contento che abbia vinto l’Oscar.



FOTOGRAMMA/PENSIERO #21: I FIORI DELLA GUERRA
13 febbraio 2014, 8:49 pm
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I FIORI DELLA GUERRA(The Flowers of War, Cina, 2011, Zhāng Yìmóu)

Il falso prete (inizialmente solo per convenienza, poi per altruismo), che “ricorda il catechismo qualche volta quando è ubriaco”, innalza una preghiera molto vera quando diventa eroe, pregando – sfumatura non scontata – per gli altri.

Occorre accontentarsi, insomma. Qualche parola in più, vista l’occasione alquanto rara di un prodotto cinese che tocchi la Chiesa, val la pena di dirla. Ammesso che di “tocco” si possa effettivamente parlare. Per me che non riesco ad essere un estimatore del cinema dell’estremo oriente, il film è infatti interessante soprattutto per l’approccio scivoloso – ben circostanziabile – a questo spinosissimo argomento: nel 1937, anno in cui si svolge la vicenda, la Chiesa era ancora libera; la sua effettiva messa in clandestinità a causa del Partito comunista si avrà con la creazione dell’Associazione patriottica cattolica cinese, vent’anni più tardi.

Stando al film e al libro da cui è tratto (che non conosco), la vicenda dovrebbe essere reale. Non entriamo nel merito del controllo esercitato dal governo sulla Repubblica popolare, ma limitiamoci a constatare il colpo di fortuna toccato ai vari narratori: una vicenda che si svolge nel contesto di una chiesa con annesso collegio, completamente priva di personale religioso (l’unico sacerdote è morto prima dell’inizio della storia e non c’è nemmeno l’ombra di una suora, un diacono o cappellano, un insegnante… il cuoco, “Gu”, è scappato prima che potessimo vederlo). C’è solo un giovanissimo factotum con peso religioso/spirituale pari a zero. Molte scene si svolgono all’interno della chiesa, un edificio architettonicamente convincente, ma buio, spoglio e desolato. E va bene che fuori infuria il massacro, ma la penombra è tale che il presbiterio è a stento riconoscibile; e se voleste vedere il tabernacolo dovreste scrutare attentamente una monolitica sagoma petrigna grigio-nera che suggerisce l’idea di un altare senza soffermarsi a confermarla. Eppure la luce non è affatto ingenerosa, nutre anzi gli estetismi esasperati del regista rendendo cangianti le vetrate, illuminando il rosone/occhio di bue rigorosamente decorato a motivi geometrici. In realtà non è che l’interno della chiesa non sia convincente, non sia arredato come dovrebbe essere arredato, ma il regista è abilissimo a trascurare di farlo notare. Tutto ciò si ripete nelle manifestazioni spirituali: la preghiera prevede solo le mani giunte. Genuflessioni? Segni di croce? Rosari et similia? Scordateveli. Non ci si toglie nemmeno il cappello. Unica concessione è un Gloria in excelsis Deo cantato dalle alunne della scuola, ma si tratta di un momento puramente musicale assimilabile agli altri presenti nel film (una canzone tradizionale giapponese e una cinese). Insomma quella chiesa è vuota, e lo si percepisce benissimo. Se ciò, a mio avviso, è tutt’altro che casuale, va detto che tra cattolicesimo ed estremo oriente – nonostante il respiro universale della Chiesa – c’è un solco culturale considerevole; fraintendimenti e grossolanità sono quasi la norma nelle traduzioni visive della nostra religione confezionate da quelle parti (basti pensare, ad esempio, agli anime… su cui potrebbe essere divertente fare una panoramica, prima o poi). Potrebbe accadere qualcosa di analogo se gli svedesi trattassero un aspetto altrettanto profondo e sentito della realtà coreana: introiettare correttamente valori intimi e ben strutturati di una cultura che non si condivide è difficile in qualunque direzione. Giusto per fare un esempio: chissà che cosa potrebbe pensare, qualora riuscisse a vederlo, un cinese (per quanto penso che la Disney, desiderosa di far breccia in quel mercato si sia avvalsa – invano – di ogni precauzione), degli antenati fosforescenti del film Mulan?

Resta il fatto che, oltre al gap culturale certamente presente, la sensazione di fondo è che il materiale scelto per il film sia stato maneggiato con estrema cautela.

O forse semplicemente non sono riusciti a trovare un valido consulente cattolico? ;)



LES MISÉRABLES
4 febbraio 2014, 10:07 am
Filed under: Cattolici, Di ispirazione, Film

(Les Misérables)

UK, 2012, di Tom Hooper, con Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen, Helena Bonham Carter…

les-miserables-poster-italianoCONTIENE SPOILER – Come sia possibile che due autori ebrei (Alain Boublil per la versione francese, Herbert Krezmer per la trasposizione – con ampliamenti – in inglese), mettendo mano al capolavoro di un capostipite dell’anticlericalismo contemporaneo (Hugo), abbiano partorito un’opera dal cattolicesimo palpitante, è questione dai risvolti per lo meno interessanti.

Oggi possiamo godere, grazie all’ottimo lavoro del regista Tom Hooper, di un lungometraggio che renda onore alla versione musical del romanzo; pellicola che a sua volta (ancora inaspettatamente), insiste in una dirittura cattolica dell’opera.

L’epicità delle vicende narrate, e la partecipazione dello spettatore che ne scaturisce immancabile, risalgono al fatto che la storia (nel musical e ovviamente nell'”epos” da cui è pressoché fedelmente traslato) percuote l’idea di Essere Umano nelle viscere attraverso concetti di cui oggi, soprattutto nel cinema, c’è profonda nostalgia: perdono, redenzione, virtù, sacrificio. Quattro pietre d’inciampo che un po’ per motivi squisitamente storici e culturali (il romanzo è diffuso nella Francia del 1862), ma soprattutto per la personale ricerca filosofica di Victor Hugo, si muovono in un’orbita sì oscillatoria, ma chiaramente cattolica. Del resto è una caratteristica interiore di tutto il genere del romanzo storico europeo, quali che ne siano le tesi: l’appoggio a premesse filosofiche desunte dalle strutture teologiche cristiane è di fatto ineludibile: “Le catacombe in cui si è detta la prima messa non erano soltanto le cantine di Roma, ma il sotterraneo del mondo” (1), per dirla con Hugo stesso.

1Credo che liquidare il film di Hooper -imperdibile- con un commento entusiasta e la facile etichetta di “film cattolico”, sia un’occasione sprecata per penetrarne veramente la radice originaria, certificandone la religiosità che ne costituisce l’impalcatura interna e che è altresì affair delicatissimo, da rapportarsi obbligatoriamente alle spigolosità di un romanzo immortale di parentela giacobina, il quale fu, com’è noto, messo persino all’indice. Aspetto quest’ultimo che non fa che rendere ancor più stuzzicante e necessaria la comprensione delle opposte tensioni tra film e romanzo, anticlericalismo e cattolicesimo.

2Per poter proseguire è necessario un accenno all’inizio della trama. Protagonista della lunga vicenda è il forzato liberato Jean Valjean; questi, incarcerato oltre vent’anni addietro per il furto di un tozzo di pane, esce dal bagno penale intimamente abbruttito e carico di odio distruttivo. Respinto come lebbroso dall’intera società, come richiesto dal suo curriculum, troverà unico rifugio da una notte invernale nell’accoglienza del vescovo di Digne, Monseigneur Bienvenu. Jean, predatore capace di sola vendetta, si alza nel cuore della notte, ruba l’argenteria da tavola e fugge via. Il mattino dopo è riconsegnato da due gendarmi al prelato, il quale, contro ogni previsione, nega di essere stato derubato, ma anzi, di aver donato di sua libera iniziativa quel piccolo tesoro al suo “amico”. L’atto d’amore deliberato di Monseigneur Bienvenu demolisce l’intera personalità di Valjean, lo sconvolge profondamente invertendo tutte le sue logiche: da questo momento sarà una persona nuova, una persona per cui il bene diventa l’obbligo, il compromesso impossibile. Les Misérables apre poi molte parentesi narrative sull’amore, la povertà, la ribellione politica e via dicendo, diviene un romanzo pressoché corale, ma la sua radice, il filo conduttore ultimo, è la peregrinazione esistenziale di Valjean, la sua estenuante e difficilissima lotta – esteriore e soprattutto interiore – per conservare quel tocco divino accorso a salvarlo.

Monseigneur Bienvenu è il motore della storia, il big bang narrativo di trama, sottotrama, poetica e morale . È questo il motivo per cui Hugo spende una notevole quantità di pagine per caratterizzarlo con la massima precisione (ci viene riportato anche il rendiconto di come egli usufruisce del suo vitalizio!): è sostanzialmente un bravo prete e una persona degna di credibilità se non di stima, una specie rara, sembra dirci Hugo, di cristiano non ipocrita.

3

Ma perché Hugo, vate del radicalismo repubblicano, piazza in questa posizione un vescovo? Un signorotto con le mani in pasta negli strascichi dell’ancient régime? Come noi se lo chiedeva il figlio dello scrittore che, come testimoniato dalla sorella Adele nei suoi diari, sconcertato dalla scelta del padre lo coinvolgeva in accese discussioni: perché un prete? Perché non un medico? Uno scienziato? Una qualunque mente illuminata? La risposta di Hugo ci fa riflettere:

“Non posso mettere il futuro nel passato. Il mio romanzo si svolge nel 1815. Del resto, questo sacerdote cattolico, questa pura e alta figura di vero sacerdote è la satira più sanguinosa del sacerdote attuale. Non mi interessano le opinioni dei repubbicani ciechi e ostinati. L’uomo ha bisogno della religione. L’uomo ha bisogno di Dio. Lo dico ad alta voce, ogni notte io prego” (2).

Quale sia la religione di cui ha bisogno l’uomo, e quale sia il senso della preghiera, Hugo non lo specifica, ma intende certamente quell’idea generica e filomassonica che gli consentì, senza battere ciglio, le parentesi di acceso anticlericalismo che si ravvisano, tra i molti esempi, anche nei capitoli centrali de I Miserabili. La parabola religiosa di Hugo, granitcamente cattolico in gioventù e rientrato all’ovile prima della morte (stando alla testimonianza di S. Giovanni Bosco, che ne fu l’artefice), qui interessa solo in funzione del contenuto del suo romanzo: nelle molte pagine di cui si compone la sua opera emerge infatti un cattolicesimo latente, quasi schizofrenico. Dietro all’esigenza di realismo (“non posso mettere il futuro nel passato”) si nascondono quei germi dottrinali ricevuti negli anni infantili, ed essi contaminano, volente o nolente, la filosofia che vorrebbe emanciparsene. Monseigneur Bienvenu è frutto lampante di questa commistione, di questa ricostruzione storica inflazionata da un ricordo spirituale. Insomma, se la religiosità più “adulta” del poeta ha potuto disfarsi di chiese e superstizioni, ne I Miserabili a ottenere l’impossibile (il rivolgimento completo di un’anima), è proprio un faccendiere di questi elementi.

4

Bienvenu, in quella che secondo Hugo dovrebbe essere l’esemplarità, cede ad atteggiamenti talvolta… diciamo lievemente sospetti; ingredienti che narrativamente ne arricchiscono il ritratto rendendolo sfaccettato ed umano. C’è in lui un lieve assaggio di quel pressapochismo deista che ai palati cattolici coevi doveva risultare pericoloso: non che non lo fosse, ci mancherebbe, ma nel vescovo di Digne è dosato con estrema attenzione, pena mancare la credibilità del personaggio; e se alcune sue uscite fanno un po’ di equilibrismo tra religione e scienza sociale, altre hanno il preciso scopo di qualificarlo come un consapevole uomo di Chiesa (una frase fra tutte: “Non sono al mondo per salvare la mia vita, bensì per salvare delle anime”). Si tratta perlopiù di piccoli episodi che incorniciano la limpidezza evangelica del vescovo, senza intaccarne veramente il ministero; rivelano piuttosto le piccole voluttà ideologiche cui non seppe sottrarsi il grande scrittore (3) (talvolta con esiti rasentanti il naif: Bienvenu sarebbe stato casualmente notato – prima di divenire vescovo – da Napoleone in persona, e raccomandato dunque allo zio, il cardinale Fesch).

Apriamo poi una parentesi che riguarda un altro personaggio rilevante: Marius, un giovane idealista, dottore in legge dotato di tutte le qualità della nuova epoca (e che combatterà anche nelle barricate). Per motivi che sarebbe troppo difficile spiegare verso la fine del romanzo egli si trova a dover decidere, conosciutane l’identità di ex forzato, della sorte di Valjean. Il giovane allontana Jean, lo invita all’esilio: è del tutto incapace di replicare una minima parte di quanto fece all’inizio della vicenda un membro del clero.

Chiarita l’impronta di Monseigneur Bienvenu passiamo adesso a una valutazione di più ampio respiro sulla “sensazione” religiosa che Hugo imprime al suo romanzo. Che lo scrittore fosse stato in passato un fervido cattolico risulta chiarissimo in qualche passo per le suggestioni, le atmosfere che lo scrittore riesce a creare: una volta rimessosi sulla strada, successivamente al perdono del vescovo, Valjean è in preda ai più cocenti dissidi interiori. É intimamente ferito più che guarito, e agisce per l’ultima volta nel male, scientemente, derubando un ragazzino di una moneta. È un piccolo episodio (solitamente, come comprensibile, omesso dalle trasposizioni cinematografiche), che ha il difficile compito di completare la rivoluzione interiore del “miserabile”. Hugo riesce a rendere perfettamente la perdita della Grazia, anzi, la perdita della Grazia dopo che la si è appena ottenuta (deve insomma averne saputo qualcosa di confessionali e assoluzioni). È questo contrasto, questa riaffermazione del male dopo aver conosciuto il bene che spinge definitivamente Jean ad agire di lì in avanti, sotto lo sguardo del Signore, divenendo di fatto agente della Sua provvidenza.

Un altro aspetto fondamentale della dirittura religiosa dell’opera è infatti proprio la Provvidenza, la quale con discrezione, ma talvolta clamorosamente, rivela che lo sguardo di Dio è partecipe alle sofferenze di Valjean, lo accompagna e ne accoglie i sacrifici con “meccanismi” che sono l’antitesi del distacco che ci si aspetterebbe da un Grande Architetto qualunque. Il Dio dei I Miserabili tesse il suo complesso arazzo comprimendo il male negli orditi del bene.

5

Osserviamo ora l’anticlericalismo più scoperto, per il quale Hugo si ritaglia l’occasione parlando della storia del convento parigino del Petit Picpus, nel quale si svolgono numerose scene. Sono le pagine più eterodosse di tutto il romanzo, nel quale lo scrittore si accanisce, come vuole la miglior tradizione anticlericale francese, sulla vita monastica. Nulla che Diderot e compagnia bella non avessero già detto a loro tempo, ma in Hugo, nell’esposizione logorroica, l’argomento si colora di contraddizioni e di quello che prima definivo “cattolicesimo schizofrenico”. La prosopopea anticattolica dedicata ai monasteri è copiosissima, attingiamo a caso qualche esempio: “Il convento […] è una delle più cupe concezioni del Medioevo. Il chiostro è il punto d’intersezione dei terrori. Il chiostro cattolico propriamente detto è tutto pieno della tetra irradiazione della morte”; “Chi dice convento dice palude. La loro putredine è evidente, il loro stagnamento malsano, la loro fermentazione dà la febbre ai popoli e li intristisce; il loro aumento diventa piaga d’Egitto”; “Quanto a noi rispettiamo qualcosa e risparmiamo tutto il passato, purché accetti di essere morto. Se vuol essere vivo, l’attacchiamo e cerchiamo di ucciderlo. Superstizioni, bigottismo, bacchettonismi, pregiudizi, queste larve, quantunque non siano che larve, si aggrappano alla vita; hanno denti e unghie nel loro fumo, bisogna spegnerle corpo a corpo, far loro guerra e fargliela senza tregua, perché è una fatalità dell’uomo essere condannato all’eterno combattimento coi fantasmi”.

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Parole tagliate con la scure (o la ghigliottina), cui seguono o s’inframmezzano o fanno eco più tardi nel testo punzecchiature all’ateismo (“C’è una filosofia che nega l’infinito. C’è anche una filosofia, classificata patologicamente, che nega il sole; questa filosofia si chiama cecità”); ridimensionamenti arruffati (“Noi biasimiamo la chiesa quand’è satura d’intrigo, disprezziamo lo spirituale quando viene dopo il temporale; ma onoriamo ovunque il pensatore. Salutiamo chi s’inginocchia. Una fede: ecco ciò che necessita all’uomo. Sventura a chi non crede in nulla!”); vere e proprie rigirate di frittata (“Non c’è forse opera più sublime di quella che fanno quelle anime. E aggiungiamo: forse non c’è lavoro più utile”; “Ci vogliono quelli che pregano sempre per coloro che non pregano mai. Per noi tutta la questione sta nella quantità di pensiero che si unisce alla preghiera”); dichiarazioni di incertezza (“Quando si parla di conventi, di questi luoghi di errore ma d’innocenza, di smarrimento, ma di buona volontà, di ignoranza ma di devozione, di supplizio ma di martirio, bisogna sempre dire sì e no”); tentativi grossolani – a tratti risibili – di sintesi estrema (“dal punto di vista strettamente filosofico […], a condizione che il monastero sia assolutamente volontario e non racchiuda che dei volontari, considererò sempre la comunità claustrale con una certa gravità attenta e, sotto qualche punto di vista, deferente. Dove esiste la comunità là c’è il comune, c’è il diritto. Il monastero prodotto della formula: Eguaglianza, Fratellanza. Ah, com’è grande la libertà!… e che trasfigurazione splendida! Basta la libertà per trasformare il monastero in repubblica”); straordinarie concessioni di ammirazione (“Quanto a noi che non crediamo in ciò che quelle donne [le monache] credono, ma che come loro viviamo nella fede, noi non abbiamo mai potuto considerare senza una specie di terrore sacro e tenero, senza una specie di pietà e d’invidia, queste creature devote, tremanti e fiduciose […]”; “[Valjean] aveva sotto gli occhi il culmine sublime dell’abnegazione [le monache], la più alta cima della virtù possibile; l’innocenza che perdona agli uomini le colpe commesse e che espia per loro; la servitù subita, la tortura accettata, il supplizio richiesto dalle anime che non hanno peccato per le anime che hanno errato; dolci essere deboli aventi la miseria di coloro che sono ricompensati”).

Ciò che nel flusso chilometrico dei testi di Hugo diviene una girandola di pensieri che ritornano su sé stessi in ripensamenti e aggiustamenti, nella crudezza delle estrapolazioni appena effettuate provoca un senso di grave indeterminatezza di fondo. Da quest’analisi – e limitatamente a Les Misérables – non si può che rilevare un anticlericalismo sofferto, nervosamente impreciso.

7

La vita di Valjean è una costante lotta per il bene, nelle difficoltà più disperate, nelle tentazioni indefesse verso il compromesso, l’odio, la salvaguardia del proprio egoismo, nelle incomprensioni e nella solitudine assoluta: con la pazienza di chi ha definitivamente capito, tutto viene – con grande fatica e sforzo – sopportato e posto sotto lo sguardo di un Dio benevolo e accogliente. Non ci vuole granché a capire, per quanto non venga palesato a parole, che Valjean tende tutto sé stesso alla santità (nel senso letterale, cristiano, del termine). Non è poco, considerando la reputazione della penna da cui è uscito.

Sul letto di morte Valjean non fa chiamare sacerdoti, rifiutando dunque i sacramenti; Hugo in questo modo riequilibra ciò che avrebbe rischiato di risultare definitivamente incoerente con la sua battaglia. Tuttavia anche un fatto così forte viene mantenuto nell’ambiguità, e circondato di attenuanti: Valjean è convinto di non meritare nulla, di essere ancora un reietto che tutto deve subire e nulla attendere. E chiama a sé, tuttavia, comunque un prete: “-Volete un prete? / -Ne ho già uno – rispose Valjean. E parve accennasse col dito a un punto sopra il suo capo, quasi ci scorgesse qualcuno. È probabile infatti che il vescovo assistesse a quell’agonia”.

8

Les Misérables dunque, malgrado tutto, a mio avviso è un romanzo quasi cattolico; espressione d’un cattolicesimo infettato, aggredito e al contempo ribadito in un processo narrativo che ai giorni nostri può serenamente (ovviamente intendo da un punto di vista religioso) essere apprezzato.

Nel momento in cui ci si è proposto, arditamente, di applicare al romanzo le strutture proprie del musical, la componente cattolica che abbiamo sin qui osservata è stata pienamente accolta e potenziata per far fronte a inevitabili esigenze di sintesi, chiarezza, introspezione tramite il soliloquio/assolo (ecco il perché delle numerose preghiere cantate). Il percorso di Valjean è un percorso cristiano-cattolico: per renderlo realmente credibile in tutta la sua forza in uno show che per raggiungere l’eccellenza deve frustrare la complessità del testo originario (comprimendolo entro una struttura musicale obbligata, una “scaletta” che intrattenga), è stato necessario renderlo riconoscibile, motivarlo in ogni punto del narrato.

Gli autori, a dispetto – come dicevo nell’incipit – delle loro origini, hanno sublimato i germi cattolici utilizzati da Hugo in una trasfigurazione di impressionante intensità.

Il musical, apprezzabilissimo dunque anche per i contenuti, risulta tuttavia superficiale se raffrontato alla complessa poetica di Hugo: nell’economia dello show si sono dovuti sacrificare o snaturare numerosi momenti interessanti. È il motivo per cui talvolta si parla, per la trasposizione da palcoscenico, di “opera a sé”. Non sono della stessa idea: alcune ricomposizioni e addensamenti hanno scontentato anche me, ma lo spirito ultimo – e semmai è qui che si dovrebbe discutere – mi pare sia rimasto intatto: non mi sento di pretendere, dalle penne che hanno costruito lo spettacolo, un “miracolo” ulteriore rispetto a un testo melodico di assoluta bellezza, grandioso almeno quanto il testo di Hugo esigesse. La religiosità dei personaggi, Valjean in primis, è un ingrediente sapientemente sfruttato per fa parlare i personaggi dei loro dissidi, ma anche per innalzare tutto quanto su un livello più ampio e universale (proprio come voleva il poeta). La polemica religiosa è espunta sin dalla radice per non ostacolare questi elementi, e per porre in evidenza la base del percorso esistenziale di Jean, colonna portante dell’opera e aspetto di più delicata trattazione. Probabilmente non si è neppure sentito il bisogno di porre inutili interferenze alle emozioni dello spettatore, saldamente catturare dall’antico matrimonio tra musica e spiritualità.

9Venendo finalmente a parlare del film, che è il motivo per cui dovremmo essere qui, riconosceremo immediatamente come Hooper, che insiste nella conformazione cattolica dell’opera in due modi, visivo e fenomenico, abbia capito che l’ingrediente vincente del musical è l’aver saputo trasmettere a un pubblico immenso, in modo persuasivo, i passi più struggenti e forti del romanzo francese. Ha così ribattuto fiducioso la china indicata da Boublil: con un approccio sul lungo percorso che definiamo “visivo”, Hooper ha arricchito le performance musicali – anche per una questione estetica – con una cascata di dettagli religiosi (ovvero ambienti chiesastici, crocifissi, immagini sacre, rosari, vetrate, candele e via dicendo). L’altro tipo di approccio, assai più clamoroso, è quello che ho definito “fenomenico”: ovvero una precisa scelta registica, posta nell’acme del narrato, che si dissocia dal musical riagganciandosi al “problema” che avevo tratteggiato a proposito del letto di morte di Valjean. Hooper risolve quell’ambiguità scegliendo di far comparire, per accompagnare il trapassato in Paradiso, Fantine (come nel musical) ma anche, sostituendo Eponine, proprio il vescovo Bienvenu, il quale si inserisce nel canto come terza voce proprio allo scadere della frase: “E rammenta, la verità che una volta fu detta, amare un’altra persona è vedere il volto di Dio”. La scelta di Hooper è felicissima, sia per il significato religioso che conferisce all’intera opera in senso ampio, sia per la precisione filologica dimostrata nel comprendere e riproporre il messaggio ultimo del romanzo, dove “l’amore” di cui si parla è infatti quello tra ogni essere umano. (Insomma… in poche parole la fraternité torna a farsi cristiana).

Il film di Hooper è meritevole per moltissimi altri aspetti, come esposto accanto alle criticità, in molte recensioni professionali cui – essendomi dilungato troppo – vi rimando. Io l’ho trovata un’opera grandiosa, ove il materiale di alta qualità offerto in partenza è stato ben coronato, dandogli l’azione e un respiro lirico – monumentale, che il palcoscenico era costretto a contenere.

In conclusione si tratta di un grande film per una grande storia, una trasposizione di cui si sentiva veramente il bisogno nonostante si fosse giunti ben oltre qualche decina di versioni cinematografiche. Un’impresa che attraverso il percorso fino a qui seguito ci ha consegnato un film magnifico, epico e, quel che a noi interessa… cattolico. Tutti aspetti che secondo me, nel centocinquantesimo anniversario della sua fatica, lo dico per fare a Hooper il complimento massimo, il grande Victor Hugo avrà certamente apprezzato.

(1) Tutte le citazioni dirette dal romanzo saranno – purtroppo – prive di riferimenti precisi: è decisamente uno degli inconvenienti di leggere su Kindle.

(2) M. Vargas Llosa, La tentazione dell’impossibile, Victor Hugo e «I Miserabili», Milano, 2011, pp. 81-82.

(3) Potrebbe non essere necessario, ma per sicurezza specifichiamo  che nonostante la prospettiva di chi giudica i fatti, non si ritiene affatto che l’anticlericalismo di Hugo sia in toto sordo e spregiudicato. Alcuni suoi spunti – va da sé, i più assennati – sono anzi ancora attuali.




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