LA LUCE IN SALA


TO THE WONDER
7 luglio 2013, 10:31 am
Filed under: Cattolici, Film

(To the Wonder)

USA, 2012, di Terrence Malick, con Rachel McAdams, Ben Affleck, Olga Kurylenko, Javier Bardem …

To The Wonder (2)Iniziare la recensione di un’opera di Malick è, per me, un’impresa faticosa. I suoi film sono complessi, sfaccettati all’inverosimile e, soprattutto, spalancati alla percezione più intima dello spettatore… e dunque, abbastanza ostici da restituire degnamente a parole (e ancor peggio in un giudizio). È utile, anche per aiutarsi a svolgere un discorso organico, istituire un confronto con la penultima pellicola del regista, il suo capolavoro The Tree of Life. In quel film il lutto diveniva il pretesto per tracciare la mappa esistenziale di una famiglia texana degli anni ’50, svolgendo la psicologia del protagonista attraverso la ricostruzione della sua infanzia e del suo rapporto col padre e la madre. Su questo si costruiva una trasposizione cosmica della peripezia terrena, indagando con asprezza e dolcezza assieme la realtà della signoria divina tanto sul creato, quanto sulla vita di ciascun essere umano. In un crescendo enigmatico – ma di impostazione cristiana – si arrivava a chiudere il cerchio sull’immenso discorso attraverso la rappresentazione di una sorta di “fine ultima”.

wonder 2To the wonder, mantenendo il costante dialogo con Dio e sbilanciandosi di più nella descrizione religiosa esteriore dei contesti psicologici, traccia un discorso più contenuto, non escatologico, e tuttavia egualmente universale. La stessa ricerca è calata in una circostanza ancora più vicina a noi, alle inquietudini dei nostri giorni. Là dove c’era una situazione famigliare, un ordine – anche nella conflittualità – sicuro con cui confrontarsi, qui il singolo lotta per affermare un primo appoggio fuori da sé stesso, tra circostanze che complicano sensibilmente questo cammino.

wonder 3Tessere di questi arazzi sulla natura dell’essere umano e sulla sua spiritualità, è da sempre il fulcro della poetica di Malick. Qui, tutto ruota intorno al dissidio romantico di due giovani adulti, la Parigina Marina, divorziata e con una figlia preadolescente, e Neil, americano. I due, all’inizio della storia, si stanno amando in Francia, intensamente; lui non vuole sposarsi ma conduce la donna e la ragazzina con sé a casa propria, oltreoceano. Segue una lunga serie di raffreddamenti, allontanamenti, di desideri accolti e ignorati, di tenerezze languide, affetti ed erotismi delicati, grondanti d’umanità. Neil è incapace di decidere per qualcosa che possa dare certezze a Marina e soprattutto alla ragazzina, così le due sono costrette a tornare in patria. La coppia si ricongiungerà più tardi, proseguendo un  percorso fatto di nuove gioie e tormenti. Parallelamente a questi sofferti rivolgimenti sentimentali, un terzo personaggio, Padre Quintana, affronta i doveri del suo ministero dialogando a tu per tu con Dio, chiedendogli conto della sua assenza, supplicando il suo aiuto per superare il buio della fede.

wonder 5Malick non racconta una storia: sfuma delle interiorità, dei pensieri in cui ognuno legge qualcosa di sé stesso e della propria storia. Costruisce dei frammenti visivi che realmente ci sanno restituire quell’emozione, quel sentimento che ci è capitato di provare, quella frase che ci ha attraversato la mente. Come tipico, i dialoghi sono allo stretto indispensabile, alludono più che spiegare. Le liti e le riappacificazioni sono offerti come dati di fatto, non occorre elencarne le ragioni. Le immagini sono sia narrative che metaforiche e, talvolta, puramente simboliche; non sempre è facile, ammesso che sia necessario, distinguere un concetto visivo da una concreta azione dei personaggi. Se questi meccanismi erano congeniali al progetto quasi utopistico di The Tree of Life, qui aprono alcune brecce in un mistero più contenuto e di intimo ermetismo: la relazione d’amore tra un uomo e una donna. Il dolore, la tribolazione che da questo amore nasce inevitabile, sono posti, assieme ai dubbi e alla colpa, al cospetto Dio.

wonder 6Il risultato è, come sempre, un’esperienza; un viaggio verso la scoperta dell’essere umano. Un viaggio impegnativo – che per molti sarà, va da sé, indigesto – in cui colpisce la costruzione della labirintica conflittualità umana attraverso la semplicità di immagini quotidiane, puntiformi. Lo sguardo è saziato da questa bellezza che, sempre, accompagna l’uomo, ed esiste in un tramonto come nella linea spezzata dei tetti di un anonimo sobborgo. Esiste in una pozzanghera palustre che riflette il cielo, e in un’orchidea. Sul piano tecnico il film garantisce superbamente questa lettura, attraverso la fotografia al solito magnifica, e quella serie di controllatissime pennellate che è, in Malick, l’arte del montaggio.

La recensione potrebbe anche chiudersi qui, con un caloroso invito ad incontrare questo film, ma La Luce in sala ha una missio ben specifica, e qualche cosa in più occorre dirla.

Ai tempi di The Tree of Life mi sbilanciai – forse un po’ troppo – nel credere (come se fosse stato davvero importante) che Malick fosse cattolico, e ne seguì una discussione tra i commenti con toni anche abbastanza risentiti.

wonder 4Oggi come allora non posso essere certo di cosa Malick stia cullando nella propria inarrivabile mente di poeta, ma chi guarderà questo film interessandosi specificamente ai messaggi confessionali, come già detto, più espliciti e frequenti rispetto al precedente lavoro del regista texano, (una ricerca che in un’opera d’arte come questa ha un retrogusto naif), vi troverà al centro il cattolicesimo. Difficile non pensare, in continuità col cinema precedente, che non vi sia molto di autobiografico, qui. Nel film s’incontra un cattolicesimo che brilla di sincerità, di un’onestà tale da tramutarsi in inquietudine. Non voglio esplicare ogni dubbio, ogni immagine carica di queste tensioni, di questi confronti appena accennati. Non sarebbe giusto, perché raccontare una suggestione o un sottinteso labilissimo, significa annacquare il delicato flusso di coscienza che questo film rappresenta.

Non mancano, dal punto di vista dell’ortodossia, alcune perplessità, la parvenza poco pacifica di alcune scelte. Malick tocca volutamente delle questioni aperte, sui cui la riflessione è ancora accesa. Ma se qui si offre l’immagine di una religione languente, che brilla del suo afflato spirituale ma si lascia opacizzare nel suo “senso formale”, nulla vuole smentirne la verità, non il dolore, il dubbio, né la tensione tra precetto e desiderio. Per questo classifichiamo il film come cattolico: non c’è polemica, non c’è neppure, mi pare, vera critica, ma una ricerca malinconica e speranzosa di Cristo. Risolta in una preghiera di lacerante verità.

Proprio questa preghiera getterà forse un po’ di luce sulla produzione precedente del regista, indirizzandone un’interpretazione meno soggettiva e arbitraria. I film di Malick potranno anche prestarsi a letture plurali, ma la personalità artistica del regista, coerente nei suoi alfabeti, nel trattare l’etereo, non sembra voler mirare all’imprecisione. Ai tempi The Tree of Life, un film che nel suo mistero pareva comunque coinvolgere una sfera abbastanza netta di significati, si è letto veramente di tutto.

Verso la meraviglia… the wonder, nel titolo. Neil e Marina, all’inizio della loro storia, sono presso la “Meraviglia d’Occidente”, ovvero Mont Saint Michel (“Merveille” è anche il nome dato ad alcuni spazi del livello più alto del monastero, tra cui proprio il Chiostro della Meraviglia, dove sono girate alcune scene). Un luogo da cartolina, da fuga romantica, ma un luogo che è anche – e scommetterei sia stato scelto esattamente per questa bivalenza – una roccaforte di Grazia. Un’isola che è una chiesa. La vita con la sua concretezza, le debolezze e i difetti dei due protagonisti, uccidono questo idillio, quest’armonia rosa (e celeste). Vi sono difficoltà, in questa frustrante e incerta vita, la fede che si fa sorda, l’amarezza della sconfitta. Eppure questa vita, per essere tale, tende spontaneamente alla Meraviglia; alla Meraviglia può sempre tendere.

wonder 1

“Mostraci come cercarti.

Siamo stati creati per vederti.”



FOTOGRAMMA/PENSIERO #20: DJANGO UNCHAINED
2 luglio 2013, 5:03 pm
Filed under: Fotogramma/Pensiero

DJANGO(Django Unchained, USA, 2012, Quentin Tarantino)

Sono tra quanti celebrano Tarantino, piuttosto che esecrarne il massiccio citazionismo o la violenza. Django Unchained si colloca in diretta continuità con Bastardi senza gloria (Quentin Tarantino, 2011), trasferendo l'”esorcismo della storia” dagli orrori europei a quelli americani (con tanto d’incrocio: eroe americano in “terra tedesca” / eroe tedesco in terra americana). Così Quentin riproporziona l’atto cinematografico, sostituendo alla risibilità malinconica di un falso macrostorico, la simpatica rivincita di un’invenzione microstorica.

Una delle qualità di Tarantino è la forte attenzione ai dettagli, aspetto che rende impossibile considerare casuale – ma sarebbe difficile per qualunque film – la presenza di un rosario al polso di Broomhilda. Si tratta della scena inerente un flashback di Django, nel quale sua moglie, mentre egli supplica in ginocchio, viene frustata da due sgherri. Posto che non può trattarsi di un semplice dato di colore, vale davvero la pena di meditare un attimo, azzardando senza pretese alcune spiegazioni. Chi conosce Tarantino potrà confermarmi la sua insofferenza per i contenuti religiosi, dunque occorre dare ad ogni aspetto il giusto peso, non di più. Il motore principale di tutta la tortuosa vicenda dello schiavo liberato Django, è il suo ricongiungimento alla moglie, cui è stato separato da un padrone crudele. Questa ricerca difficile, anzi disperata, non si motiva col semplice amore romantico, che pure è sottinteso e in fondo celebrato. A rendere spontanea questa impresa, a renderla automatica, scontata, fattibile senza batter ciglio… è l’amore sigillato dal matrimonio. È una minuzia un po’ pedante, che ai più sfuggirà o sembrerà un trascurabile dettaglio narrativo… e invece sostanzia pienamente uno sforzo umano temerario, un’implicita preghiera alla fortuna, a dir poco spudorata.

“Django! …Non avevo idea che fossi sposato! Ehm, beh… gli schiavi credono nel matrimonio?”, chiede Schultz, amico di Django e promotore della sua causa; “Oh… io e mia moglie sì. Il vecchio Carruca no, per questo siamo scappati”.

Django e sua moglie credono nel matrimonio, per questo – oltre a quell’amore che dà forma alla nostalgia più dolce e struggente – semplicemente non è loro concesso di arrendersi o dimenticarsi. Non è loro concesso fin che morte non li separi. Il succo è questo. E Tarantino, se ho capito quanto egli tenga al realismo dei suoi personaggi, delle sue trame tutto sommato improbabili, lo specifica appositamente. E lo rimarca con quel rosario strattonato nell’aria dai colpi della frusta. I due credono nel matrimonio perché credono nel loro amore, e possiamo credere che per loro la questione non sia umorale o mentale, ma forte in quanto sacra. E da qui  il plot attinge l’epicità del suo respiro, di un percorso in salita che, come detto proprio nel film, sa di leggendario. È uno stratagemma mirabile utilizzato con rara intelligenza laica, come dato culturale efficace, con sottintesti religiosi concreti ma finalizzati alla trama, non a sé stessi o al loro opposto.

La scelta di Tarantino non è forzata, e viene adottata proprio in forza di precise fattualità storiche. Nella scena scelta per questo ventesimo Fotogramma/pensiero, si allude al sistema filosofico cristiano protestante, il quale aveva strutturato questi errori anche attraverso la strumentalizzazione delle Scritture. Uno degli aguzzini di Broomhilda, uno dei fratelli Brittle, è figura caricaturale di questo meccanismo il quale, mentre la frusta viene fatta vibrare, impugna saldamente una Bibbia e declama i versetti più congeniali al suo sadismo. La cattolicità della coppia, in questo contesto, non solo è compatibile al sentimento di alterità degli aguzzini, ma è correttamente convocata a livello storico: molti schiavi furono infatti cattolici, in particolare quelli prelevati dal Congo.

Tornando al nucleo del discorso, non si deve rimaner stupiti che l’universo tarantiniano contempli questi assoluti, né si dovrebbe forzarli in una direzione confessionale, dal momento che valgono al livello umano più basico e sanguigno. Ho sempre pensato che Kill Bill (Quentin Tarantino, Vol. 1, 2003; Vol. 2, 2004) fosse in definitiva un grandioso affresco sulla maternità. Tolti i fuochi d’artificio rimangono l’amore immenso di una donna per suo figlio,  quello che è disposta a fare per il suo bene, e quello che è disposta a fare per placare il dolore di averlo perduto.

Qui, in D. U. avviene lo stesso per il matrimonio e, rinunciando all’esplicito alone confessionale dell’oggetto scelto, (che comunque stona con l’esasperata vendetta dei film tarantiniani), si può ben guardare all’amore che sa di essere per sempre, e che può produrre una garanzia indistruttibile – quale che possa essere – di questa consapevolezza.

Che simbolicamente il cattolicesimo trasmetta ancora questi antichi valori, che sono certamente religiosi ma altresì squisitamente laici (e Tarantino, essendo “ateiggiante”, lo sa e li sceglie per questo), non può che farci piacere.



SCHERZAR COI SANTI #7: PADRE VOSTRO
28 giugno 2013, 9:35 pm
Filed under: Scherzar coi santi

“Ogni film deve avere in sé un qualcosa che tutti noi chiamiamo divertimento. Guardando il numero di spettatori, mi rendo conto che il film ha superato brillantemente il primo esame, quello del pubblico. Naturalmente, i film non sono solo statistiche o numeri e francamente spero che questo film faccia ridere ogni persona presente nel pubblico e che questa, una volta finito il film, esca dalla sala rimanendo piacevolmente sorpresa di ciò che ha visto. Se ‘I figli del prete’ resterà impresso nelle menti di coloro che lo hanno visto per più dei 90 minuti che dura il film, allora la pellicola sarà veramente un successo”*.

kino_svecenikova_djeca_plakat

Così Vinko Brešan commenta il successone in patria (ovvero in Croazia) della COMMEDIA** Svećenikova djeca (I figli del prete). Ora, forse sarà un problema tutto mio, dato che sono alle canne del gas per merito dell’andazzo (ieri non ho manco aperto la Bussola Quotidiana, non ne avevo cuore); forse forse sarà che la bile mi tracima a fiotti da giorni, ma quando ho terminato la visione di questo film non m’è parso di essere stato “piacevolmente sorpreso da ciò che ho visto”. A sorprendermi – ma ancora non piacevolmente – è stata semmai l’immensa faccia tosta di questa dichiarazione idiota. I casi sono due: o qualcosa è andato storto nella traduzione; oppure le commedie vendono meglio dei film melmosamente anticattolici. E comunque, un essere umano che odi visceralmente Santa Romana Chiesa e si sia fatto “piacevolmente sorprendere da ciò che ha visto”, dovrebbe avere quantomeno una natura crudele e profondamente perversa. Non m’importa di rovinarvi questo film (tks!), ci andrò giù di brutto con tutti gli SPOILER possibili.

Secondo voi si può restar “piacevolmente sorpresi” da un intreccio che vede un anziano sacerdote abusare e uccidere una bambina (la piccola potrebbe essersi suicidata, precisiamolo)? Quale vampata di gusto interiore potrebbe suscitare la storia di una ragazza che, reclusa perché non abortisse, viene condotta in ospedale troppo tardi dopo una complicazione e diviene sterile? E da dove verrebbe la gioia di assistere alla costruzione – con l’inganno di un prete – di una famiglia disperata con tanto di alcolismo e sfumature suicide per il marito?

Padre vostro, insomma, è parecchio fastidioso.  Che sia ben girato, con bravi attori, belle musichette e via, non ci piove, ma qui non interessa – ma neanche un po’ – farvi una critica seria che, come sarebbe consono, si libri oltre il contenuto per apprezzare modus e forme.

I figli del prete 02E diciamo pure la verità: quand’è che questo avviene veramente, su siti che sono in un’altra galassia rispetto a questo per serietà e preparazione di chi ci scrive?

Vi copio la trama da Mymovies, che non ho voglia di impegnarmi a scriverla: “Preoccupato per il declino della natalità, e convinto di comportarsi nella maniera più corretta, dal momento che “anche il Papa è contro l’uso del preservativo”, don Fabjan, un prete cattolico di una piccola isola della Dalmazia, inizia a bucare tutti i preservativi presenti sull’isola. Al lavoro del prete presto si aggiunge quello di Marin, un farmacista locale, che inizia segretamente somministrare pillole di vitamine invece di contraccettivi nella sua farmacia. Mentre le gravidanze indesiderate aumentano, don Fabijan fa di tutto per sposare queste coppie secondo una corretta usanza cristiana, anche contro la loro volontà. Ma ben presto, l’azione del religioso inizia a influenzare la vita degli abitanti del luogo, che smettono di essere i padroni della propria fede… “.

A me piacciono i film divertenti, e non dispiace nemmeno l’irriverenza, se si sa gestirla. E sapete? L’idea di un prete che buca i preservativi non mi faceva inorridire; non perché – se ci fosse bisogno di specificarlo – la scelta del pretucolo non mi apparisse discutibile, ma perché i film sono film, cavoli… e non essendo uso a scandalizzarmi né facilmente né preventivamente, la trovata mi pareva simpatica.

I figli del prete 01

Questo giovane pretucolo che si mette di buona lena a cospirare fattivamente in favore della demografia locale, nonché contro l’ipocrisia di un’isoletta in cui tutti vanno a messa e tutti adottano sistemi anticoncezionali (e una condotta sessuale che li rende “inevitabili”), aveva – in barba a qualsiasi serietà – un che di intrigante. Il film potrebbe pure aver messo il dito nella piaga, per certi versi. Con queste premesse, da trattarsi con maniera, c’era tutto lo spazio per uno sviluppo da vera e propria commedia, con tante situazioni divertenti, tanti equivoci, tante scenette gustose. Si poteva costruire addirittura un film carino che sollevasse delle questioni scottanti, se necessario anche con critiche composte alla filosofia cattolica; c’era altresì in nuce il potenziale per un film moraleggiante (non sto dicendo che si sarebbe dovuto osare in questo senso… ma insomma, l’idea rocambolesca e pericolosa di un prete sabotatore, con uno script misurato al centimetro, avrebbe addirittura potuto portare a questo). L’inizio è infatti gradevole e accomodante: introduce il clima della vera commedia e descrive una piccola società dal ridente cattolicesimo: una chiesetta graziosissima e gremita, confessionali con le file, un adorabile anziano sacerdote amato da tutti (in realtà l’orco di cui vi dicevo), e un impacciato giovane sostituto. Stavo naturalmente in tensione perché: A) se ci son preti meglio aspettare i titoli di coda per rilassarsi; B) portavo in fondo al cuore una precedente esperienza con un altro film comico con protagonista la piccola realtà ecclesiastica di un paese: Il Missionario (Roger Delattre, 2009), un film talvolta divertente… ma ad ogni costo; C) ‘Sta cosa dei profilattici… da quel famoso viaggio di Benedetto XVI…oddio: la noia e lo strazio di nervi erano in agguato. Avevo già preso a sorridere… quando hanno iniziato ad esserci, alternate a momenti ridanciani, le prime volgarità (dire che non sono un puritano è un eufemismo, ma ambiti assai diversi, se accostati anche per scherzo, creano inevitabili fastidi), ho mangiato la proverbiale foglia. Ed ho scoperto essere amara. Ed ho scoperto essere velenosa al punto che sono venuto qui a lagnarmi, di nuovo. I figli del prete 03

A volte penso che scrivere di questi argomenti in questi termini sia interamente inutile: a chi importa che io sia disgustato, in un mondo dove è lodevole sparare sul grande schermo questi capolavori di doppiogiochismo, denigrazione e superficialità? E non è che il non riuscire ad apprezzare la regia di un film che schiera tutti i cliché progettati per distruggere la Chiesa, significhi che io non conosca il dolore, l’amarezza che nasce dal prendere atto delle cose che in questa Chiesa sono realmente distruttive. Santo cielo! io sono di Verona, dov’è c’è stato l’atroce scandalo dell’Istituto Provolo. Con certe cose bisogna farci i conti e, anche volendo, non è possibile farlo né tanto in fretta né alla leggera. Proprio per questa consapevolezza I figli del prete mi appare un film ancor più stupido, tanto risolutamente schierato quanto intenzionato solamente a diffamare ad ampio raggio (dal vescovo esperto insabbiatore che arriva in Yacht, al pretino che risponde al cellulare durante la celebrazione della messa, all’odiosa interpretazione della confessione come puro meccanismo d’omertà), con una disinvoltura e leggerezza imbarazzanti… Quale nesso ha con lo sviluppo della trama il fatto che alla fine il vecchio adorabile sacerdote, che ha pure scarrozzato i bimbi del coro in udienza privata da Benedetto XVI, si riveli per essere un pedofilo omicida? Mi son cascate veramente le braccia.I figli del prete 04 Questo film arriva a giocare scoperto, ma in un modo tanto untuoso da far assurdamente rimpiangere quei pugni allo stomaco cruentemente anticattolici (e legati alla pedofilia) che sono titoli come Angeli Ribelli (Aisling Walsh, 2003) o Deliver Us from Evil (Amy Berg, 2006). Un anticattolicesimo comprensibile – forse addirittura salutare? – esiste eccome, e non è certamente quello di questo filmetto supponente e vigliacco. L’anticattolicesimo non viene neppure calcolato come un oggettivo ingrediente: il film – come ci tiene a far intendere il regista – è una commedia! Alla domanda diretta posta a quest’ultimo in un’intervista: “Il noto teologo Rebić ha addirittura definito il film una cospirazione di gay, lesbiche e comunisti”. Come risponde a tali accuse?” [Che si trattasse di una cospirazione mi pare lapalassiano… quanto alle tre infuocate paroline, stizzose alquanto, assumo vadano ricondotte a una conoscenza del Rebić più approfondita, rispetto alla mia, degli ambienti da cui proviene il film]; così risponde Vicko: “Questa dichiarazione non è indirizzata al film, non è una critica che riguarda l’opera cinematografica e pertanto non mi interessa. L’unica cosa che mi stupisce è il linguaggio rude di una persona colta, laureata e, per di più, di un prete! Nonostante la sua esternazione, il pubblico è andato in massa al cinema a vedere il film. Se il pubblico non ha reagito a questo attacco, perché dovrei farlo io?”*.

Ohmmioddiooooo: anch’ io sono sgomentato dal linguaggio volgare e aggressivo di questo prete/scaricatore di porto! E per di più laureato! Perché il regista dovrebbe spendere mezza parola a spiegare perché con la sua opera sputa in faccia al prelato e a tutti i suoi colleghi? Ma per favore. L’anticattolicesimo è solo quella cosa invalutabile che è il contenuto, trascurabilissimo: parliamo della fotografia e del montaggio che siamo à la page. E poi: che storia è? Questa è una commedia che “sorprende piacevolmente”!

Questo film ha battuto ogni record in Croazia divenendo il film di produzione nazionale più visto di sempre. Questo ne fa una perla rilucente col diritto d’approdare a tutti i festival più patinati. Peccato che il battuage pubblicitario in patria sia stato, insolitamente vista la minutezza della realtà croata, di proporzioni quasi hollywoodiane* (guarda caso). Interessante anche che sia arrivato sugli schermi proprio in occasione delle accese discussioni sull’educazione sessuale nelle scuole nazionali… e che i media dunque si siano buttati a pesce sulla pellicola.

Basta. Non dico altro, ma immaginatevi la morale al contrario su preservativi e compagnia bella. Non sono contento di scrivere di questa roba. Mi piacerebbe ogni volta trattare di un bel film cattolico, che rassereni e vada realmente ad arricchire i contenuti di queste pagine. Pazienza… suppongo che la prossima volta mi deciderò a scrivere di Cristiada o Marcellino pane e vino per riequilibrare un po’. Se non fosse chiaro, questo film non è consigliato, ma vi chiedo di guardarlo (magari in streaming – tié) in modo da avere qualcuno con cui poterlo allegramente detestare. In ogni caso penserete che questa puntata di “Scherzar coi santi”, come la precedente, non sia stata né divertente né sufficientemente ironica. E allora? La rubrica nasce per essere divertente: siete “piacevolmente sorpresi”?

**Precisiamo che spessissimo il film è catalogato infatti come commedia, soprattutto dalla stampa (si veda ad esempio il primo  link), ma l’IMDB e la Wikipedia croata lo definiscono correttamente comedy /drama; Mymovies invece, drammatico. 



EVENTO: L’ESORCISTA TORNA AL CINEMA.
14 giugno 2013, 7:40 pm
Filed under: News

esorcista 40

Non fosse che due giorni fa mi sono slogato per la terza volta la caviglia destra (stavolta con microfrattura, tanto per dare un po’ di pepe), non avrei mai mancato l’appuntamento nonostante sia pressoché saturo di questo titolo. L’infermità mi è stata provvidenziale per altro: ormai avevo già deciso che non ce l’avrei fatta a scrivere la “recensione” in vista dell’evento, come mi sarebbe piaciuto (il virgolettato è dovuto al fatto che più che una recensione si tratta di un focus sugli aspetti religiosi del film – lo trovate nel post prima di questo); avevo pigramente concluso che ne avrei scritto con tutta calma dopo averlo riassaporato su grande schermo… e invece guarda un po’ che sorprese ti riserva la vita. Beh, per una volta almeno sono al passo coi tempi, e mi riattivo con piacere in tempo utile su queste pagine in onore di un titolo forse un po’ scomodo… ma cattolicissimo. Per la terza volta – stavolta solo per un giorno, l’imminente 19 giugno – il mondo sarà esposto all’orrore di questo film… e a allo sfolgorante ma discreto manifesto pro-catholicism che da sempre rappresenta.

Io ne sono contentissimo. Andateci voi eh, che potete. Qui (in basso) l’elenco dei cinema che lo proietteranno.



L’ESORCISTA – VERSIONE INTEGRALE
14 giugno 2013, 5:04 pm
Filed under: Cattolici, Di ispirazione

(The Exorcist)

USA (1973) 2000, di William Friedkin, con J. Cobb, Ellen Burstyn, Max Von Sydow, Linda Blair, Jason Miller …

L'EsorcistaGeorgetown è nell’ombra, sulle villette borghesi, ordinate, l’oscurità notturna s’è unita al buio di un fenomeno inspiegabile, la tetraggine di un mistero tangibile e feroce. È il motivo per cui, nonostante l’ora tarda, davanti a casa McNeil ha frenato un taxi e ne è disceso un uomo nerovestito che da subito, con la sua stoica amarezza, sembra incarnare chissà come, la forza della consapevolezza. Quella descritta è une breve scena de L’Esorcista che, gelata in un bellissimo fermo-immagine, scelta come elegante sintesi del film da porre in locandine e copertine varie, ne è divenuta il simbolo. Una forte consapevolezza dicevo – una consapevolezza squisitamente cattolica – che, raschiate via le rutilanti imprese demoniache e le immagini schockanti, emerge con forza eccezionale dall’intero narrato cinematografico.

Temo che nulla di nuovo si possa aggiungere a quanto detto negli anni su questo luminoso capitolo della storia del cinema: dopo la concitazione dei suoi primi giorni il film s’è mantenuto freschissimo nelle chiacchiere degli adolescenti fino ad oggi, grazie all’aura di film maledetto/perverso/proibito (l’aneddotica è sterminata); una riedizione in versione integrale che ne ha stimolato un tardivo prequel e svariate parodie; il ruolo di pietra miliare, nei discorsi più dotti, e di termine di paragone ineludibile per gran parte della produzione orrorifica posteriore. Ovvieremo a questo impasse provando a puntare su ciò che ci interessa più da vicino, ovvero la componente religiosa del film. So che a qualcuno suonerà strano, ma oltreoceano questo lungometraggio viene definito addirittura “one of the most pro-Christian/Catholic films ever made”.La religiosità del film ha da sempre sofferto dell’irruenza visiva scelta da Friedkin, questo perché, stando alla mia esperienza, si è spesso incontrata una comprensibile ma superficiale reazione di scandalo suscitata dall’istintiva protezione dei fedeli per i propri simboli più sacri i quali, come viene inevitabilmente ad eternarsi su celluloide, sono brutalmente attaccati nell’enfasi tragica della storia. A ciò va aggiunto un senso di imbarazzo, coincidente, per altri, con la presa di distanza da situazioni giudicate dannose alla causa del “cattolicesimo moderno”, un cattolicesimo che (in barba a quanto ancora Papa Francesco ripete a giorni alterni) avrebbe conosciuto la cosiddetta “morte di Satana”, la sua definitiva investitura a pura metafora e simbolo di vari concetti negativi. Questi ultimi spettatori smaliziati vanno così ad ingrossare le fila di chi sceglie una lettura integralmente laica o razionalista, bollando il lungometraggio come opera di pura fantasia, e chiosando infine col truismo: “è solo un film”. Questa, dicevo, è la mia limitata esperienza, calata nella prospettiva microscopica di uno spettatore tra gli spettatori (nella quale, sono certo, molti potranno ritrovarsi), ma una valutazione sull’impatto religioso ad un livello più significativo è offerta dal regista stesso, che così si esprime:

“Il film è stato sostenuto e lodato ai più alti livelli della Chiesa cattolica. Ad aver avuto problemi col film sono state persone provenienti da altri gruppi religiosi o con nessuna religione in particolare. Molti dei loro problemi, credo, sono nati da una mancanza di comprensione del rito romano e del cattolicesimo in sé, per la quale nutro il più profondo rispetto. Ma ben pochi studiosi cattolici ebbero dei malumori sul film*”.

Karras Dyer

Padre O’Malley, che nel film interpreta Padre Dyer, illustra a Jason Miller la gestualità corretta per dire Messa. (Da Catholics in the movies, p. 217 – Courtesy of the Academy of Motion Pictures Arts and Science.)

Il teologo gesuita Padre Thomas Bemingham, il religioso coinvolto come consulente alla realizzazione del film (e che Blatty ringrazia in fondo alla sua fatica letteraria di ispirazione alla pellicola, “per avermi suggerito il tema di questo romanzo”, e che interpreta, fra l’altro, il rettore dell’università nel film), intervistato da Radio Vaticana il 2 febbraio 1975 ha affermato che L’Esorcista non è il solito film dell’orrore ma qualcosa di molto diverso; un’opera che, mettendo a parte le esagerazioni cinematografiche, affronta di petto, e seriamente, il problema del male. É benevolo anche Padre Gabriele Amorth, che qualche anno fa (ovvero – me lo permetto col gran rispetto che gli porto – quando appariva più equilibrato) così diceva:

[…] sono anche grato al film l’Esorcista che, pur volendo dare spettacolo, con scene irreali, è un film che sostanzialmente è esatto. Ha avuto un impatto mondiale, con un pubblico vastissimo, ha rimesso nelle orecchie delle persone l’esistenza di questo strano essere che si chiama Esorcista, di cui si erano perse le tracce. Ha divulgato il personaggio dell’esorcista. […] (M. Tosatti – G. Amorth, Inchiesta sul demonio, Piemme, 2003, p.59).

exorcist 01

Il film mi pare che si spinga molto oltre, e magistralmente (senza retorica o sciatti trionfalismi) rivela un’attenzione quasi filologica nella trasposizione in immagini del rituale; mostra il profondo realismo, la razionalità dell’esorcista che interviene (e così deve essere), solo allorquando la scienza risulta impotente (quando si possono escludere cioè tutte le patologie psichiche note); allude al nesso cruciale tra spiritismo e possessione; mostra l’esistenza personale, concreta e attiva del demonio (non, come d’uso, un attraente tenebroso figuro tanto cattivo quanto affascinante, ma entità animalesca di grottesca volgarità); infine soprattutto, la realtà salvifica dell’operato sacerdotale che è, tra l’altro, il cardine dell’intera vicenda (il titolo è “L’Esorcista”, non “Il demonio”).

Naturalmente è bene precisare anche dell’altro: si tratta di un film dell’orrore, né apologetico né catechetico in prima battuta, e ci tengo a completare il quadro delle opinioni autorevoli facendo presente quanto espresso dallo stimabile esorcista Don Gino Oliosi (autore dell’ottimo Il demonio come essere personale – Fede & Cultura) il quale, in occasione di un appuntamento entro la rassegna Cafè Teologico di Desenzano, privilegia un giudizio di impronta pastorale che dà peso all’irrealtà del film:

Le possessioni, che oltretutto sono rare, le vessazioni, le ossessioni, le negatività, sono i modi diversi con cui si verifica empiricamente la sua azione [del demonio], sono la punta di un immenso iceberg. Purtroppo queste sono quelle che fanno notizia. Sapeste quanto male ha fatto nella televisione L’Esorcista, non so se voi l’avete visto, quanta gente debole psichicamente ancora oggi è influenzata da quello. Che poi, com’è il linguaggio cinematografico, ha deformato completamente l’esorcismo come preghiera, e quindi ha creato il terrore. E io non vorrei che identificaste l’azione del demonio con quello che vi ho descritto [si riferisce alla testimonianza diretta del suo ufficio d’esorcista, offerta appena prima]*.

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Ho mantenuto l’aspetto colloquiale del messaggio, trasmesso oralmente. Don Oliosi intende dire, potendo valutare con completezza l’intero suo discorso, che l’azione ordinaria del demonio, infinitamente più imponente sebbene meno sensazionale, è in proporzione molto più dannosa per l’anima umana della possessione (anche per la sua minor evidenza). Il sensazionalismo eccitato da film come L’Esorcista, e ancora più la fantasiosità in esso contenuta, oscura questa verità che dovremmo considerare quotidianamente, legando altresì la natura della preghiera, e soprattutto l’azione della Grazia da essa promanante, a un annichilente senso di paura o ad immagini pittoresche e banalizzate. Verissimo, e l’ho rimarcato perché ne sono assolutamente convinto; tuttavia se si colloca lucidamente il “chiasso” proprio dell’opera filmica nel posto che gli spetta, ovvero tra gli effetti legati a un’opera artistica che solo dopo aver spaventato, vuole dire qualcosa di estremamente serio, porrei senza la minima esitazione L’Esorcista tra i film fieramente cattolici. Questo non significa che una bestemmia cessi di essere una bestemmia o che ci si debba rallegrare di vedere una statua della Vergine brutalizzata indecentemente (per non dire altro), ma credo che questi scempi possano essere tollerati in vista del messaggio e della catarsi finale, i quali ne traggono proporzionale vigore, spessore e autenticità.

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Aggiungerei che la blasfemia è un ingrediente inevitabile legato a queste realtà drammatiche, e non dovrebbe essere intesa come una tara particolare del film. Chi leggesse il romanzo da cui si è trasposto fedelmente il film (il vero punto di forza dello stesso, anche secondo il parere di Friedkin), scoprirebbe che la crudezza relativa a questa blasfemia è infinitamente più abbondante ed accanita, costituita di immagini orripilanti e valanghe di dati – con tutta probabilità non inventati (si parla ad esempio, è l’unico dato che mi è capitato casualmente di incrociare con studi storici specifici, dell’episodio di Loudun) – relativi alle più sacrileghe pratiche sataniste, perversioni, deformazioni mentali. Una mole di informazioni anche scientifiche (sulle varie patologie mentali o abilità psichiche) che non bastano forse a definire il romanzo come “documentato” – non era comunque nelle intenzione dell’autore – ma testimoniano l’intenso lavoro di ricerca propedeutico alla stesura dello stesso. Nonostante il risultato di questa minuzia gravi pesantemente sulla sensibilità del lettore cattolico (anche con picchi traumatici!), essa nulla toglie alla verità ultima della vicenda che anzi, ne è irrobustita profondamente, sostenuta dal pilastro di una lucidità trasparente, concreta e credibile perché poggiante sulla solida base del disincanto e dello scrupolo. Non è da temersi insomma il confronto frontale con un realtà disgustosa e scomodissima pur di avvicinare la Verità. Una verità ultima coronata fra l’altro da una manciata di pagine di raffinata meditazione cattolica e di alto valore formativo, preludio alla conclusione della storia che, come saprete, è lieta solo parzialmente: un finale agrodolce che diviene l’apice delle esagerazioni denunciate da Oliosi, ma che nel linguaggio drammatico e romanzesco intendeva, mi pare, sconfiggere il fortissimo demone Pazuzu attraverso il sacrificio più grande ed eroico che Padre Karras, come uomo e sacerdote, potesse compiere.

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La prova del nove dell’ortodossia e preziosità di questo terribile film si recupera tra le righe di quanto osservato da Colin Mc Dannell nel bel libro Catholics in the movies (p. 218), a proposito della prezzolata critica di testate tutt’altro che papiste:

 I critici più prestigiosi [nonostante il pubblico accorresse in massa] non furono impressionati. Vincent Camby del New York Times e Pauline Kael del Newyorker accusarono l’Esorcista di utilizzare la religione come pretesto per far soldi tramite il sensazionalismo e il sesso. Entrambi detestarono l’Esorcista con veemenza non più evocata per alcun titolo religioso fino a The Passion of the Christ di Mel Gibson.

 Tralasciamo pure gli estratti dalle critiche di questi eroici paladini.

Penso che L’Esorcista sia un grande, grandissimo film. Penso che ancora oggi dischiuda la percezione dello spettatore su un problema che ognuno può esorcizzare come crede (bubbole, lacune scientifiche, allegoria dell’errore umano, roba da antropologi, nonmipongoilproblemamifasoloridere…), ma oggettivo e reale. Blatty, da scrittore cattolico, e Friedkin da regista ebreo agnostico di grande realismo (convinto, un po’ funambolicamente nel suo agnosticismo, della realtà dell’esorcismo), consegnano alla Chiesa Cattolica un atto di fiducia, ovvero il possesso della chiave per sconfiggere il Male. Per chi crede, ciò è reale assai in anticipo rispetto ai confini di un singolo rito amministrato occasionalmente; per chi non crede questo film è un buon racconto di paura… in cui la Chiesa Cattolica ha comunque saldamente in mano le redini della situazione (e le tira mirabilmente).

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Concedendomi una parentesi personale devo confessare, non senza tentennamenti, che a me questo film ha fatto molto bene (o molto male, a seconda dei punti di vista), nel momento in cui mi è capitato di vederlo (prima liceo – dunque extended cut). Mi ha terrorizzato e mi ha spinto a conoscere, a ragionare su questo mistero. Penso abbia persino avuto una certa colpa nella mia definitiva – e ormai temo irrevocabile – accettazione della religione cattolica. Chiaramente sorrido sotto ai baffi dicendolo… eppure il ricordo di quello sgomento, l’aver aperto gli occhi all’improvviso su questioni che ignoravo bellamente e che chiedevano urgentemente di essere smentite o per lo meno proporzionate, mi appare oggi determinante. Da quel momento (probabilmente sarebbe successo poco dopo con un altro pretesto… o forse no?) ho iniziato a conoscere davvero la mia religione, recuperarla intellettualmente, porla in guerra con me stesso sapendola sensata. È solo una testimonianza, una reazione fra molte altre che però, piaccia o meno… c’è stata. E se davvero il barbiere di James Cagney, dopo aver visto questo film, ha appeso il rasoio al chiodo dopo 35 anni e s’è fatto prete*, non mi pare nemmeno la più scomposta. Gli effetti di questo film (oltre agli omicidi, gli infarti, i casi di suggestione esagerata) possono essere anche questi! Resta assolutamente sconsigliato ai minori di X anni; fate benissimo a sconvolgervi per le scene più trucide e a biasimarlo perché è scurrile ed eccessivo, ad evitarlo se siete delle anime delicate… ma riconoscetegli questo robusto e prezioso fragore religioso.

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Com’è noto, l’extended cut è sempre da preferire. Essa è forse ancor più spaventosa, ma reintroduce il dialogo tra Padre Karras e Padre Merrin che segue un tentativo fallimentare di esorcismo. Con gran dispiacere di Blatty la scena venne tagliata nella versione del ’73 per volontà del regista, che riteneva penalizzasse l’escalation finale del ritmo narrativo; eppure si tratta, secondo le parole di Blatty, di

“un’esplicita articolazione del tema che dà al film chiarezza e concreto peso morale; chiarezza perché focalizza la storia di Karras e del suo problema di fede; e concreto peso morale perché colloca gli elementi osceni e repellenti del film nel contesto del primario attacco del demonio su chiunque, vale a dire la tentazione alla disperazione”. (W. P. Blatty, The Exorcist: From Novel to Film, New York Bantam, 1974,  pp. 35, 275-81).

Chiudo lasciandovi le parole di questo dialogo, riprese dal romanzo (W. P. Blatty, L’Esorcista, Torino, 2002, p. 303), non solo per il contenuto (che la concisione del momento narrativo costringe in una riflessione assai tronca), ma per porre l’accento sulla più autentica natura di questa brutta storia, di questo “brutto” film, talvolta – forse anche a suo vantaggio e del messaggio che veicola – frainteso.

“Comunque, io ritengo che il bersaglio del demone non sia la persona ossessa… Damien, il bersaglio siamo noi… gli osservatori… nel caso attuale, ogni persona che si trova in questa casa. E credo… credo che lo scopo sia quello di condurci alla disperazione…, di farci respingere la nostra condizione di persone umane, di farci apparire di fronte a noi stessi come esseri fondamentalmente bestiali, niente altro che bruti. Esseri fondamentalmente abbietti e corrotti, spregevoli, vili, indegni. Perché, a mio avviso, la fede in Dio non è affatto una questione di raziocinio. Io credo che sia unicamente una questione di amore e che presupponga, da parte nostra, l’ammissione della possibilità che Dio ci ritenga degni del Suo amore”.



LA CHIESA FA PAURA (OVVERO SCHERZAR COI SANTI # 6).
5 marzo 2013, 7:33 pm
Filed under: Scherzar coi santi

American-Horror-Story-poster-Asylum

Una serie horror ambientata in un manicomio gestito dalla Chiesa Cattolica: “Brrrr!” ho pensato fra me e me quando ho scovato le prime indiscrezioni sulla seconda stagione di American Horror Story: Asylum, per l’appunto. A fine visione le sensazioni provate sono state tante e in così tante sfumature, che non riesco a stabilire se sono più arrabbiato, scandalizzato, infastidito, divertito con amarezza, colto da un attacco di vittimismo, etc. Sdrammatizzare (se ancora possibile, ovvio), è indubbiamente il metodo che preferisco; non per sminuire la gravità degli atti in sé stessi – che hanno il peso che hanno – ma per sbertucciare gli intenti lì sottesi.

Ecco perché ho ficcato un po’ a fatica – lo cofesso, e temo senza suscitare chissà che divertimento – lo sproloquio che segue nella rubrica più scema del blog.

1. Esempio di richiamo contestuale cattolico: AHS 1, il Papa nella Stanza delle lacrime.

American Horror Story prima stagione: il Papa nella Stanza delle lacrime.

American Horror Story è stato un prodotto interessante, e se vi piace l’horror non potete mancarlo. Ho molto apprezzato la prima stagione (rinuncio a malincuore ad entrare nei dettagli) non soltanto per motivi impliciti all’esperienza di visione, ma anche perché nel ricco mix narrativo-tematico proposto non mi erano sfuggite alcune ambigue sfumature filo-cattoliche (assieme a precisi richiami contestuali). Insomma, per farvi capire in due parole, fra le mille perversioni della serie un messaggio che mi pareva giungesse chiaro, nascosto dietro a tutti quegli orrori, era “L’aborto è un omicidio” (sì: sul serio). Un secondo messaggio, anzi una domanda timidissima e provocante assieme, mi era sembrata “Siamo sicuri al 100% che le coppie gay adottino un bambino per i motivi giusti?” (no, non scherzo nemmeno qui). Ero insomma quantomeno conturbato: che qualcosa di insolito premesse dietro alle apparenze? Sono “scattate le indagini” e, venuto a sapere dell’ambientazione della seconda serie (ognuna è un capitolo a sé), ho avuto una prima conferma: chi lavora qui vuole dire qualcosa sulla Chiesa. Comunque non ho tratto conclusioni affrettate: le strategie a lungo termine dei serial USA sono arcinote. Ma veniamo al sodo.

Luther_2003_13

Fiennes prete apostata: Lutero.

Fiennes Timothy

Fiennes prete in carriera: Mons. Timothy

Briarcliff è un manicomio (anche criminale, non facciamoci mancare niente), gestito dalla ruvida Suor Jude: la piissima Sorella tiene nel suo ufficio un bell’armadio rivestito di velluto verde entro cui sono sacralmente alloggiati gli strumenti con cui ella incoraggia pazienti e sottoposte alla retta via: un paio di dozzine tra frustini, scudisci, verghe, mazze. Esteriormente la donna è l’immagine della granitica adesione alla missio (quale missio non si sa), interiormente… ma che dico, proprio sotto al vestito! (dal momento che indossa una libidinosa sottoveste rossa), concupisce il suo superiore, Monsignor Timothy Howard. Meno male che quest’ultimo è consumato unicamente dalla sua di missio, e mirando a diventare “il primo papa angloamericano” (continua a sognare, Tim) risulta davvero elastico, concedendosi di praticare le più atroci nefandezze morali a cominciare dal supportare il lavoro di un terzo figuro:

Cromwell "prete" "nazista" ( e stucchevole).

Cromwell “prete” “nazista” ( e stucchevole).

il Dr. Arden, un criminale nazista che tortura i suoi assistiti sul tavolo operatorio (lui – beata parcondicio – è illuminato dalla scienza più becera… e ateo). C’è poi Satana che è in assoluto il mio personaggio preferito (almeno fa il suo lavoro senza farla troppo lunga: un gran simpaticone). Concediamoci una carrellata vagamente meta-cinematografica sugli attori: sapete chi interpreta Monsignor Howard? …Martin Lutero. Chi interpreta il nazi, il Dr. Arden? Questo è il mio preferito…Pio XII (prego, cogliete TUTTI i sottintesi)! Chi interpreta uno dei più infami ospiti di Briarcliff, serial killer di famigliole travestito da Babbo Natale? L’indimenticabile – nel senso che non te lo scordi manco se ci provi – Vescovo Waleran Bigod!

Cromwell dottore nazista.

Cromwell dottore nazista.

Ovvero Joseph Fiennes (Luther – E. Till, 2003), James Cromwell (Sotto il cielo di Roma – C. Duguay, 2010 – ma ha vestito panni sacerdotali anche altre volte) e Ian Mc Shane (I pilastri della terra – S. Mimica Gezzan, 2010). Pura casualità, se l’analisi meta-cinematografica non fosse uno specifico ingrediente della serie. Comunque meglio puntare i riflettori sui creatori della serie, Brad Falchuck e Ryan Murphy (omosessuale, cresciuto come cattolico, ancora va a messa “nelle occasioni importanti”), già padri del coloratissimo (e presto deludente) Glee e – Murphy – di Nip/Tuck, altra serie spiccatamente piccante e sopra le righe, infarcita di perversioni sempre in crescendo ma con un paio di interessanti incursioni nel mondo cattolico (magari ci torneremo). La mia critica a Murphy, parlando di telefilm, è puramente contenutistica: trovo che i suoi lavori siano tutt’altro che trascurabili, ma inficiati da un parossistico bisogno di proporre situazioni sempre più stupefacenti, stranianti, sgradevoli, nuove in senso assoluto, percorrendo una china certamente creativa e drammatica ma in continua messa a punto di un degrado interiore, sessuale, umano, sempre più desolante.

Mcshane "prete" buffone e assassino.

Mcshane “prete” buffone e assassino.

Mcshane buffone e assassino.

Mcshane buffone e assassino.

Questa discesa non è sicuramente (artisticamente) condannabile a priori, ma si rivela prestissimo per quello che è: non tragedia, ma mero meccanismo per far sobbalzare la sensibilità dello spettatore; un giochetto d’un manierismo patetico e fastidioso che, portati sul fondo i propri personaggi, li abbandona per l’incapacità di proporre una morale (che sarebbe forse chiedere troppo) o almeno una loro maturazione sensata, un percorso organico. Asylum è la perla di questo processo distruttivo: in esso si colpisce a centro sicuro attaccando la Chiesa Cattolica, in particolare prendendo di mira ciò che resta della più bella reliquia artistica americana del rispetto cattolico, ovvero IL CINEMA CLASSICO. Quest’ultimo è schiacciato da un’ambientazione pressoché coeva che lo pone al centro di quel ripensamento critico, molto in voga, bollante una tantum come “ipocrita” l’intero complesso di valori legati ai ’50-’60. Un grimaldello ideologico con cui sponsorizzare lautamente femminismo, omosessualismo, aborto e altri pilastri del mainstream di oggi. Non mi va insomma che un personaggio osceno (almeno inizialmente, ma comunque fuori misura) come Suor Jude, carnefice dell’amore saffico di una paziente, promulgatrice della sterilizzazione, dell’elettroschock, sadica, rabbiosa, ricattatrice, si faccia venire i luccichini agli occhi nominando A Song for Bernadette (H. King, 1943). Non mi va che la persistente canzonicina friggi-cervello della sala comune del manicomio sia Dominique (da The singing nun – è il film del ’66 di H. Koster, ma la canzone ha una storia separata… che far strisciare qui è stato diabolicamente geniale). Mi fermo qua, ma Murphy (e il suo staff) giocano tutto sull’ambiguità dei personaggi cattivi, e usano sistematicamente il citazionismo cinematografico attivo proprio in questo senso. Così titoli che sono il ricordo di un modo di intrattenere senza l’attuale aggressività ideologica, vengono anch’essi sporcati in toto nella melma infernale partorita da Murphy, e sponsorizzati quali distillati di un presunto buonismo fasullo: la punta dell’iceberg dell’immensa “menzogna cattolica”. Si sente che Mr. Murphy (parlo di lui perché è il reo cattolico) ha masticato la religione romana, lo avevo inteso benissimo ancor prima di controllare: sa di cosa parlare e come farlo in modo che un cattolico ne sia colpito. Forse pensava a spaventare proprio i cattolici, chissà. Murphy shackera il cattolicesimo e lo fa copulare con una valanga di situazioni oscene, infilando vere e proprie bestemmie, vere e proprie menzogne, vere e proprie prese per i fondelli, papocchi new age, e poi ancora scemate, scemate, scemate.

Caro Murphy, non lo sapevi che gli episodi sono tredici? Sei stato ingordo: hai voluto far toccare il fondo alla suora e al monsignore (sì, sotto la quarta zona del nono cerchio dantesco) nella prima manciata di episodi, per poi pretendere che ci potessimo bere i loro sprazzi di “umanità”? I personaggi di chiesa sono talmente orrendi e lucidamente malvagi che quando tentano di inserirsi nella trama per portarla avanti facendosi conoscere… a noi non interessa più! Le hanno fatte troppo grosse, sono solo dei mostri cui non si può, anche sforzandosi, perdonare nulla… sono puerilmente ossimorici, non credibili, stupidi nella loro crudeltà.

Murphy, ti hanno rinnovato la seconda stagione per un soffio e tu hai voluto andare sul sicuro. Eri partito bene con la prima stagione, ma poi dovevi proseguire gradualmente… qua hai rotto gli argini! Dovevi partire da suore e preti con lo sprazzo d’umanità e solo poi (ma lentamente, diamine!) mostrarli come dei perversi criminali. Se non infili almeno un personaggio buono (la Superiora è troppo poco, me la fai scacciare dalla diocesi dopo due secondi!) penseranno tutti che sei arrabbiato con la Chiesa per storiacce tue (o chissà che altro)… non perché vuoi essere aggiornato e costruttivo. Se la serie non fosse una gigantesca ingiuria penserei che queste cose le sapevi, e hai calcato la mano apposta per scrivere una barzelletta… sgradevole ok, ma innocua.

Sarebbe “bello” se fosse così… ma non illudiamoci. Il cinema, e ancor più i telefilm, sono divenuti uno strumento – magnifico, nulla da dire, e per questo vincente – con cui il comune sentire è stato rimodellato nell’arco di qualche lustro. Bollarli come “intrattenimento” è didascalico, dal momento che in essi s’è data forma a un nuovissimo sistema di valori, imboccando le coscienze con una zuppa sempre più concentrata. Ce ne siamo accorti tutti ormai… e del resto l’ultimo lavoro di Murphy desidera gridarlo sin dal titolo: The new Normal. Asylum è un grumo scivolato nel cucchiaio… o forse ormai non occorre troppa prudenza, visto l’attacco che la Chiesa subisce proprio in questi giorni. Forse anche per questo il battuage pubblicitario in patria dedicato alla serie è stato così imponente.

L’obiettivo è la Chiesa nel complesso, ma le vittime predilette, nuovo traguardo impastato di nunsploitation, sono le suore. Mi ritorna in mente un episodio del Dr. House (1×05, purtroppo non ho seguito tutta la serie): il dottorino biondo a proposito di una paziente suora: “Detesto le suore!”; ribatte House dalla sua torre di saccenza: “E chi no?”. Ma che hanno fatto le suore USA (intendo quelle di ieri, quelle che non avevano il terrore di essere detestate)? Hanno bacchettato troppe mani con righelli troppo robusti? Educato troppo? Lavorato troppo a favore dello sviluppo sociale? Sono senza dubbio di parte, ma credo di avere una buona (perfettibilissima) mappa mentale delle magagne della Chiesa; pur non essendo un esperto mi pare che la diffamazione (in Italia giustifica qualsiasi cosa l’etichetta “satira”, in America va alla grande quella di “arte”) sia talmente estrema da apparire surreale, feroce al punto da stornare qualsiasi eventuale intento di denuncia “costruttiva” o realistica. Murphy dipinge un manicomio cattolico come un luogo di torture indicibili, umiliazioni, sofferenze, esperimenti, pratiche eugenetiche. Pazienza se ad essere internati e sterilizzati erano preferibilmente, nella prima metà del Novecento, proprio i cattolici! Pazienza se il vergognoso episodio della Willowbrook School di New York – per il quale procedendo con la storia si istituisce uno schiacciante parallelismo – fu un’impresa esclusivamente statale e realissima. Anche Briarcliff a un certo punto diventerà statale, ma la Willowbrook School invece lo fu sin dal principio: mescolare il falso al vero funziona, qui Murphy sei stato furbo, te ne do atto. Il messaggio che passa? Semplice: gli orrori verissimi (e laicissimi) della scuola newyorkese (proprio nei ’60 si arrivò al contagio dei bambini qui ricoverati col virus dell’epatite, dal momento che i ricercatori, storditi da quella stessa eugenetica che la Chiesa condannava, ritenevano che l’avrebbero contratta in ogni caso*) sono frutto dell’inerzia distruttiva di quelli cattolici – che però… dopo aver setacciato la rete fino alla nausea, mi risultano ideati ex novo. “La storia in parte è ambientata in un istituto mentale basato largamente sulla verità, e la verità fa sempre più paura della fiction”, dice Murphy. Occhio: basato largamente, non del tutto! Murphy, ma dillo subito no? Mi stavi facendo fare la figura del tendenzioso :)

Asylum alla fin fine è solo un telefilm: arte, narrativa, drammatizzazione, FANTASIA. Un romanzo visivo con qualche colpo di genio, momenti memorabili, trovate interessanti (perché nasconderlo?). Un prodotto con qualche bravissimo attore (Jessica Lange toglie il fiato), qualche momento registico stupendo, una cura del dettaglio considerevole, un’estetica notevole. Una storiella insomma… che vi insegnerà ad aborrire la Chiesa Cattolica.

Dovreste guardarlo? Beh… perché no. Ma sappiate che alla fine mi ha deluso. Non per l’horror o per le perversioni oscene (a parte la loro meccanicità gratuita da un horror non ci si aspetta certo una lezione di catechismo),  e nemmeno per il pistolotto qui sopra. Ha deluso perché ai pregi e ai difetti già enunciati si sommano ulteriori pecche nell’intreccio che, sguaiato com’è (e com’era dunque prevedibile), viene risolto a tocchi e bocconi senza recuperare le briglie del discorso, aggravando terribilmente la sensazione di trovarsi innanzi a un contenitore di orrori gettati alla rinfusa, per fare numero, per disgustare e stop.  Non c’è una vera forza accentrante, non c’è la regia di una trama robusta, non c’è un intreccio intelligente. Non sono del tutto pentito di averlo visto… ma non posso nemmeno dire che ne sia valsa davvero la pena. Sicuramente non mi è dispiaciuto imbattermi in qualche momento ben riuscito, davvero geniale, narrativamente o per le soluzioni registiche adottate. Comunque se avete uno stomaco appena meno che a prova di bomba… è proibito.

E la storia dell’aborto? Non posso entrare nel dettaglio -pena megaspoiler- ma l’ambiguissima filosofia di Asylum (cui non guasterebbe una seconda visione), alla fin fine sembra recuperare quanto adombrato nella prima stagione, con gli stessi dubbi, le stesse mezze proposizioni interessanti, in parte smentite dalla conclusione… in parte no. Conviene tagliare la testa al toro enucleando una viscida ambiguità che, in quanto tale, appare vagamente pro choice.

La Chiesa fa paura. Il titolo del post nasce dall’esclamazione della tesoriera dell’Uaar su Raitre, in un programma che non ricordo. Comunque vediamo bene A CHI, fa paura. Da un lato fa piacere: la Chiesa è un avversario ancora in salute se capace di ispirare costosissimi pamphlet a suo discapito; dall’altro  certo, non cessa di amareggiare lo stile scelto.

Il modo migliore per troncare mi sembra, a questo punto, quello di un tributo. Italo Calvino, astro letterario certamente non passibile di partigianerie, registra nel suo La giornata di uno scrutatore, il parere di un paziente del Cottolengo:

“Io so fare tutti i lavori da me […]. Sono le suore che mi hanno insegnato. Qui al Cottolengo facciamo tutti i lavori da noi. Le officine e tutto. Siamo come una città. Io ho sempre vissuto dentro il Cottolengo. Non ci manca niente. Le suore non ci fanno mancare niente. Grazie alle suore sono riuscito a imparare. Io senza le suore che mi aiutavano sarei niente. Ora io posso fare tutto. Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno”.



LETTERS TO GOD
6 marzo 2012, 6:23 pm
Filed under: Cristiani, Film

Sono contento di dare spazio alla seconda recensione proposta da una lettrice (che ringrazio calorosamente): Emilia Flocchini. Il film che vi propone è firmato Sherwood Pictures, una casa di produzione protestante cui si devono successi come Facing the Giants, Fireproof e il recente Courageous.

(Letters to God)

USA 2010, di David Nixon, con Robyn Lively, Jeffrey S. S. Johnson, Tanner Maguire…

A volte può capitare, dando un’occhiata all’elenco dei film in televisione, di essere incuriositi da un titolo o da una trama. A chi scrive è capitato qualcosa di simile domenica 11 settembre 2011, leggendo che su Raitre, alle 16:40, sarebbe andato in onda il film drammatico Letters to God. La trama riportata su Televideo lo rendeva interessante per i lettori di questo blog, per cui, dopo averlo visto, ho chiesto il permesso a Filippo di poterne parlare.

Il protagonista è Tyler Doherty (Tanner Maguire), un bambino di otto anni appassionato di calcio come tanti suoi coetanei, che ha dovuto abbandonare la squadra di cui faceva parte a causa dell’insorgere di un medulloblastoma al cervello. Amorevolmente seguito dalla mamma Madeline, detta Maddy (Robyn Lively), dalla nonna (Maree Cheatham) e, a modo suo, dal fratello adolescente Ben (Michael Christopher Bolten), trascorre il suo tempo scrivendo lettere ad un amico di penna veramente singolare: Dio in persona. Ogni giorno lascia le sue missive nella cassetta delle lettere di casa sua, sperando che il postino le ritiri quando ne deposita altre in arrivo. A causa di un periodo di ferie, il portalettere che abitualmente passa da lui viene sostituito da Brady McDaniels (Jeffrey S. S. Johnson), provato dalla vita e segnato dall’alcolismo, che gradualmente inizia a fare amicizia con il piccolo ammalato e con la sua famiglia. Inizialmente, quando si ritrova in mano le lettere a Dio, l’uomo non sa che farsene, tanto che il barista del locale dove abitualmente va a bere lo schernisce: «Dovresti portartele a Messa la domenica!». Effettivamente, subito dopo essere uscito da lì entra in una chiesa, dove un ministro sacro, il reverendo Andy, gli suggerisce che Dio ha fatto sì che finissero fra le sue mani per un motivo preciso.

Anche Tyler ha una figura che lo aiuta a capire la volontà divina su di lui: il signor Cornelius Perryfield (Ralph White), nonno di Samantha, la sua migliore amica (Bailee Madison). Mediante un buffo travestimento, l’anziano rivela a lui che il Padreterno l’ha scelto per una missione speciale, come suo “guerriero”, mentre la nipotina è chiamata a diventare “pacificatrice”, dato che, a scuola, ha litigato con un compagno che aveva preso in giro il bambino per via della sua testa, calva a causa della chemioterapia. In famiglia la situazione non è facile: la mamma cerca di tener duro, la nonna si esprime prevalentemente con citazioni bibliche, mentre Ben inizia ad essere insofferente nei confronti del fratellino. Anche Brady, intanto, ha i suoi problemi, ai quali si aggiungono quelli della famiglia Doherty, con la quale diviene sempre più coinvolto. Proprio nel bel mezzo della crisi, però, il postino rinviene alcune delle lettere, nelle quali Tyler prega Dio affinché faccia qualcosa per i suoi cari. Finalmente compreso il perché dell’arrivo di esse fra le sue mani, le consegna alle persone delle quali si parla, scatenando in tutta la comunità un vero e proprio contagio di speranza.

Dopo questa sinossi, vale la pena di spendere qualche parola sul progetto in sé. L’impianto tecnico, pur trattandosi di una produzione a budget ridotto, è di ottima qualità, come dimostrano gli abili stacchi di regia e la fotografia curata. La colonna sonora, inoltre, gioca un ruolo fondamentale, commentando i momenti di fede con sonorità dolci e quelli di crisi con buoni pezzi di stile rock. La delicata materia è trattata senza indulgere a patetismi, anzi, vengono presentati anche momenti che strappano qualche risata, come il ritorno a scuola di Tyler o la festa in maschera organizzata per la fine della sua chemioterapia.

Stando a quanto ho visto, i personaggi non sono sicuramente cattolici. Ciò nonostante, la fede che il protagonista dimostra può avere elementi in comune con quella della Venerabile Antonietta Meo, meglio nota ai suoi devoti come “Nennolina”: anche lei, infatti, colpita da un tumore osseo che le costò la gamba sinistra e poi deceduta, scrisse letterine a Dio, alla Madonna, a Gesù e perfino allo Spirito Santo, che hanno ricevuto l’apprezzamento di svariati teologi, benché ad averle scritte fosse una bambina di sei anni e mezzo.

Per concludere, vale la pena di segnalare che, come nel caso di Voglio essere profumo, con cui condivide la data d’uscita nelle sale, 9 aprile 2010, la storia raccontata è ispirata ad eventi realmente accaduti (il vero Tyler, infatti, è morto nel 2005) ed ha lo scopo di mostrare come un incontro con qualcuno che vive intensamente e serenamente la propria fede possa cambiare la vita di chi entra in contatto con lui o lei.



TRE SPOT PRO LIFE FIRMATI GRASSROOTS
28 febbraio 2012, 9:56 pm
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Era da un bel pezzo che non passavo a controllare lo stato dei lavori di aggiornamento del sito ufficiale della Grassroots Film, la casa di produzione di ispirazione cattolica newyorkese cui sono un po’ affezionato, e di cui abbiamo parlato in occasione del suo noto successo The Human Experience o del magnifico promo della scorsa edizione della GMG. Fra il nuovo materiale caricato sul sito possiamo trovare alcuni videoclip atti a sensibilizzare gli americani in occasione delle elezioni politiche del 2008 e per quelle attualmente in corso (commissionati per il sito catholicvote.org dal Fidelis Center for Laws and Policy). Questi video mostrano una certa prosopopea tutta a stelle e strisce, nonché il tono celebrativo/epico che tanto piace a quelli della Grassroots Films. All’interno di questa serie di filmati (alcuni davvero fantastici altri, come dicevo, un tantinello pomposi) ce n’è una serie dedicata a una questione fondamentale di ogni elezione: LA VITA.  Che ci sia bisogno di realizzare una serie di spot con slogan convincenti per promuovere il diritto alla vita è fantascientifico (quasi quasi siamo sullo stesso livello dello spot che si immagina J.D. nel serial Scrubs: “Non soffocate i bambini”, dategli un occhio!), ma il fatto è, a parte gli scherzi, che questi spot purtroppo servono e fortunatamente c’è chi li fa… e fortunatamente anche bene.

Se ve ne parlo non è solo per il gusto ozioso di frugare nelle produzioni video di ispirazione cattolica… ma per ricordare che l’appuntamento della Marcia Nazionale per la Vita si sta avvicinando. Quest’anno le date scelte sono sabato 12 maggio (convegno presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e adorazione eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto) e domenica 13 maggio (la marcia vera e propria dal Colosseo e arrivo a Castel Sant’Angelo). Sul sito indicato troverete tutte le informazioni necessarie.

Il mio preferito? Il secondo, ovviamente.



OSCAR 2012: GOD IS THE BIGGER ELVIS
17 febbraio 2012, 8:28 pm
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Se nelle categorie più prestigiose di questa ottantaquattresima serata degli Oscar mi sono compiaciuto di poter trovare ripetutamente The Tree of Life, nella categoria “Miglior documentario breve” sono altrettanto contento di incontrare una produzione dedicata a un personaggio di indubitabile fascino: del suo percorso dai numerosi successi hollywoodiani (e in procinto di un matrimonio da favola) al chiostro di un convento di clausura avevo parlato lungamente qui; sto parlando di Mother Dolores Hart, la cui vita è appunto oggetto di un documentario della durata di 37 minuti (sarà trasmesso per la prima volta il 5 aprile sul canale della… HBO!). La regista Rebecca Cammisa ha dichiarato di aver realizzato il documentario per tentare di capire che cosa spinge qualcuno che si sia trovato così in alto come Dolores a scegliere la vita religiosa. La risposta la dà con gran nettezza la protagonista della vicenda (tuttora un membro votante dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences): “Adoravo Hollywood. Non l’ho lasciata perché era un luogo di peccato. Ho lasciato Hollywood per l’urgenza di una cosa misteriosa chiamata vocazione. È una chimata che proviene da un altro luogo che chiamiamo Dio, perché non abbiamo altro modo per dirlo. È una chiamata d’amore. Perché scali una montagna?”. (fonte)



AGGIORNAMENTI: THE VOW
16 febbraio 2012, 2:19 pm
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Questo 14 febbraio, giorno dedicato a  S. Valentino, è uscito nelle sale americane il film The Vow (Michael Sucsy), una romanticheria giusta giusta per l’occasione (da noi se ne riparla a maggio, titolo previsto: La memoria del cuore). Sarebbe facilissimo, per i non estimatori del genere, ignorarlo dai cartelloni pubblicitari fino ai futuri passaggi televisivi estivi, ma mi sono imbattuto in un articolo interessante che propone alcune riflessioni.

Page (Rachel McAdams) e Leo (Channing Tatum) si incontrano, si corteggiano si innamorano e si sposano in un museo d’arte (con cerimonia assai informale e dopo una immancabile fase di convivenza), ma tutto ciò non è altro che un flashback: il film ruota attorno a un grave incidente automobilistico che viene a segnare la storia di questa coppia. Con la perdita della memoria Page, immemore non solo del matrimonio ma anche di aver mai conosciuto Leo, sente risvegliarsi l’interesse per il suo ex fidanzato Jeremy. Intuire la direzione che prenderà la trama è piuttosto semplice, ma ad essere ben meno scontato è il peso che riveste il matrimonio in questo film. Ok, si è dimenticata: lui potrebbe farsene una ragione (che ci vuoi fare? Si vede che non era destino), e firmare un paio di fogli, no?

Che l’aitante Leo potesse lanciarsi in un ri-corteggiamento all’ultimo respiro anche senza l’ingombro del matrimonio, in nome di un bruciante sentimentalismo, era cinematograficamente possibilissimo. Quest'”ingombro” è anzi del tutto opzionale, nel genere sentimentale, ma il film, che pur non cerca alcun appiglio alla fede, stupisce sin dalla scelta del titolo: “The Vow” (cioè “Il voto”). A detta dell’articolista di Catholic Exchange, il film avrà risonanza fra i cattolici e in particolare proprio fra quelli che sono sposati. Il matrimonio passa, ed è normale, attraverso momenti allegri e altri che sono l’esatto opposto, semplici e altri che appaiono invalicabili, e proprio perché i sentimenti presto o tardi si normalizzeranno occorre sapere che vivere il matrimonio significa anche, in un certo senso, ri-corteggiarsi a vicenda di volta in volta.

Sister Rose Pacatte (American Catholic) osserva che il film avrebbe certamente potuto osare di più nell’analisi del dilemma emotivo e morale, ma reputa comunque significativo il valore che Leo dà al suo voto e gli sforzi che compie per non infrangerlo. Sister Rose ha inoltre chiesto cosa ne pensasse a un sacerdote che per molti anni ha lavorato presso un tribunale matrimoniale dicesano:”È sufficiente dire, per questo film, che da una prospettiva cattolica la decisione della donna di dare valore a quanto dimenticato come a un reale impegno, non disfarsene soltanto ma dargli importanza e tentare di riscoprirlo, è davvero ammirevole  e in pieno accordo coi nostri insegnamenti sulla sacralità del matrimonio”. Insomma, di questi tempi, se volete la mia, non è poco.

Il film nasce dal libro testimonianza scritto da Kim e Krickitt Carpenter, una coppia di mormoni che ha vissuto sulla propria pelle l’intera vicenda. Arriverò ad andare al cinema per un film sentimentale? Si vedrà.

Alla prossima.




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